Menzogna romantica e verità proustiana: la Recherche secondo René Girard – di Alexandre Calvanese (prima parte)

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Nel nono capitolo di Menzogna romantica e verità romanzesca, intitolato «I mondi di Proust», René Girard istituisce un parallelo tra la struttura del piccolo mondo chiuso di Combray e quella dei salotti mondani parigini, in particolar modo quello dei Verdurin. L’analisi di Girard si articola in tre momenti, con un andamento analogo a quello che caratterizza la sua intera riflessione sull’unità del genio romanzesco: dopo aver messo in luce delle «analogie impressionanti»1 tra l’uno e l’altro universo, Girard individua poi un elemento che sembrerebbe differenziarli in modo radicale, per arrivare infine a riconoscere nel primo (con una specie di lettura figurale alla Auerbach) le premesse che verranno portate a compimento nel secondo. La nostra lettura intende ripercorrere queste tre tappe dell’analisi girardiana situando la dinamica del desiderio mimetico nel quadro di una delle opposizioni fondamentali che strutturano il romanzo proustiano – quella tra solitudine e socialità, tra autonomia e relazionalità, tra unità e molteplicità – per arrivare, sul finire, a cogliere la sorprendente analogia tra il metodo del critico e la tecnica compositiva del romanziere.

1.
Vediamo innanzitutto in che termini Girard pone l’identità tra Combray e il salotto Verdurin.

“Combray è un universo chiuso. Qui il bambino vive all’ombra dei genitori e degli idoli familiari nella stessa felicità intima del villaggio medioevale all’ombra del suo campanile. L’unità di Combray è spirituale prima di essere geografica. Combray è una visione comune a tutti i membri della famiglia. Alla realtà è imposto un ordine che dalla realtà stessa non è più distinguibile.”2

“[Nei salotti mondani] Vi è la stessa visione circolare, la stessa coesione interna sancita da un insieme di gesti e di parole rituali. Il salotto Verdurin non è un semplice luogo di riunione, è un modo di vedere, sentire, giudicare. Anche il salotto è una “civiltà chiusa”.”3

In cosa consiste questa visione comune, questo ordine imposto alla realtà? Girard propone numerosi esempi riferiti a Combray ma delega al lettore il compito di trovare il loro corrispettivo nel salotto mondano. Una rapida ricognizione del testo ci permetterà di validare la pertinenza di questo parallelo.
Tanto l’uno quanto l’altro universo sono fondati su precise abitudini. A Combray sono le passeggiate pomeridiane della famiglia del Narratore, o i momenti di distrazione dell’auto-reclusa zia Léonie, sapientemente distribuiti per colmare al massimo la lunghezza di giornate sempre identiche. Nel salotto Verdurin sono le quotidiane riunioni serali – il tacito obbligo di partecipare alle quali è appena dissimulato dietro il fatto che i padroni di casa non rivolgano mai formali inviti a cena: l’ospitalità con cui ad ogni fedele del piccolo clan viene assicurato di trovare «il suo posto a tavola»4 agisce come un imperativo ben più categorico –; oppure, più tardi, nei periodi di villeggiatura estiva, i mercoledì al castello della Raspelière,5 raccontati in Sodoma e Gomorra.
Tanto l’uno quanto l’altro universo hanno poi al proprio centro un occhio indiscreto che veglia su tutto. A Combray è la zia Léonie che, dall’alto della sua camera affacciata sulla strada, segue la cronaca quotidiana del piccolo villaggio.6 Nel salotto è Madame Verdurin che propone ai suoi ospiti, pur di non perderne la costante presenza, di invitare liberamente amici ed amanti che potrebbero attrarli altrove, salvo poi riservarsi la pena di testare i nuovi arrivati per vedere se siano capaci di non aver segreti per lei e meritare così l’ingresso nel piccolo clan.7
Infine, ed è forse questo il dato più significativo, tanto l’uno quanto l’altro universo hanno istituito una medesima legge che considera i propri membri assolutamente diversi rispetto agli estranei. A Combray, tale discriminazione si concretizza nella doppia campanella posta all’ingresso del vialetto di casa («il sonaglio abbondante e chiassoso che sommergeva […] tutte le persone di casa che lo scatenavano entrando “senza suonare”» e «il doppio tintinnio timido, ovale e dorato del campanello per gli estranei»8 – questi ultimi identificati, poche righe dopo, come nemici); oppure nel rito del pranzo anticipato del sabato che, con la sua consolidata asimmetria rispetto agli altri giorni della settimana, da un lato alimenta il sentimento patriottico della famiglia («sarebbe stato il nucleo bell’e pronto di un ciclo di leggende, se qualcuno di noi avesse avuto la vocazione epica»),9 dall’altro traccia un solco rispetto ai barbari, termine che nel lessico famigliare designa gli estranei che non sono al corrente dell’abitudine ed incorrono in errori che ogni volta confermano l’unicità della piccola patria. Nella cerchia dei Verdurin la differenza si esprime invece nel divieto di indossare l’abito scuro «per non assomigliare ai “noiosi”»,10 vale a dire ai frequentatori dei salotti aristocratici del faubourg Saint Germain – e non a caso, molto più avanti nell’opera, uno dei due segni di mondanità latente dei Verdurin, di loro riavvicinamento al resto del mondo, sarà proprio il gradimento dell’abito da sera indossato dai loro ospiti.11 Entrambi gli universi, insomma, affermano a gran voce la loro autonomia, la loro unicità, la loro assoluta indipendenza.
Questa impermeabilità rispetto all’esterno appare tanto più evidente nel momento in cui un corpo estraneo penetra all’interno del piccolo mondo chiuso. In questo caso, ci dice Girard, il parallelo è ancor più facile da seguire in quanto in entrambi i casi l’ingrato ruolo è svolto dall’infelice Swann. Eppure, proprio là dove l’identità sembra maggiore, ecco emergere una differenza sostanziale.

2.
Combray è incapace di riconoscere, nello Swann figlio di un agente di cambio che viene in visita la sera in ossequio alla vecchia amicizia che lo lega al nonno del Narratore, lo Swann aristocratico ed elegante che frequenta i più esclusivi circoli mondani della capitale. Un’ignoranza che non si spiega solo col riserbo di Swann o con una semplice carenza di informazioni, ma che trova la sua motivazione più profonda nella visione “induista” della società che il Narratore attribuisce retrospettivamente alla sua famiglia, per la quale chi è nato in una determinata “casta” è destinato a rimanervi per sempre. La prozia, in particolare, deplora qualsiasi fenomeno di osmosi tra classi, e la scoperta che il borghese Swann sia un amico della nobile Madame de Villeparisis ha l’effetto di declassare, ai suoi occhi, tanto l’uno quanto l’altra, mentre il disinteresse delle sorelle della nonna per le questioni mondane è tale da provocare in esse una sorta di volontaria e momentanea atrofia uditiva. Girard definisce quella di Combray una «menzogna organica»,12 un rifiuto permanente di qualsiasi esperienza o verità che contraddica l’orizzonte d’attesa. L’equivoco è totale, ma le conseguenze, commenta Girard, sono più comiche che tragiche: il disagio suscitato da Swann si traduce al massimo in qualche battuta sarcastica, ma non pregiudica i rapporti di buon vicinato, così come le gaffe dei barbari rispetto al sabato asimmetrico provocano la compiaciuta ilarità di Françoise e nulla più.
Nel salotto Verdurin, al contrario, la «funzione eliminatrice»13 viene esercitata con grande violenza. Basta un piccolo, casuale accenno di Swann alle sue relazioni col gran mondo dei “noiosi”14 – o un’allusione meno fortuita ma più maliziosa del rivale in amore Forcheville15 – per incrinare la fiducia che i Verdurin hanno riposto in lui («bastava il nome di persone non conosciute a suscitare, in casa loro, un silenzio carico di riprovazione»)16 e gettare i presupposti per un’inappellabile scomunica («Dio ce ne liberi, è asfissiante, stupido e maleducato»17 dice di lui Madame Verdurin per ratificarne l’espulsione dal salotto).
Cosa determina un esito così diverso in due strutture sociali all’apparenza così simili? La risposta di Girard è che Combray è avvolta dalla luce rassicurante della mediazione esterna, mentre il salotto Verdurin è immerso nel clima teso della mediazione interna. Per capire questa differenza bisogna cercare gli dèi dell’una e dell’altra parte:

“Gli dèi di Marcel […] sono i genitori e il grande scrittore Bergotte. Sono dèi “lontani” coi quali è impossibile ogni rivalità metafisica. Se guardiamo attorno al narratore, ritroviamo ovunque la mediazione esterna. Gli dèi di Françoise sono i genitori e soprattutto la zia Léonie; il dio della madre è il padre che non si può guardare troppo fissamente per non oltrepassare la barriera di rispetto e di adorazione che ci separa da lui; il dio del padre è l’amichevole ma olimpico M. de Norpois.

18

Al contrario, dietro il culto ufficiale dell’Arte praticato nel salotto parigino si profila l’inconfessabile adorazione per gli sdegnosi Guermantes, i mediatori implacabili che sbarrano la strada al successo mondano di Madame Verdurin, la quale trova proprio nell’espulsione di Swann l’occasione di una rappresaglia contro il nemico:

“Dietro gli dèi della mediazione esterna che, in casa Verdurin, non hanno più alcun potere reale, stanno gli dèi veri e nascosti della mediazione interna, gli dèi dell’odio e non più dell’amore […]. I veri dèi della Padrona troneggiano nel salotto Guermantes.”19

Quanto sia vera quest’ultima affermazione, il lettore della Recherche può verificarlo soltanto nel Tempo ritrovato, quando apprende che Madame Verdurin, con un’abilissima mossa,20 si è fatta sposare dal Principe di Guermantes, andando così ad occupare la posizione più prestigiosa in seno a quel mondo di “noiosi” da lei tanto disprezzato per tutta la vita. E proprio questo salto della barricata (che, pur rimanendo il più clamoroso, non è certo l’unico che il lettore potrà riscontrare nel romanzo) è in grado di svelare quale sia la vera natura della differenza tra Combray e i salotti mondani, e che troviamo esplicitata in un passo ulteriore del saggio di Girard:

“A mano a mano che ci allontaniamo da Combray, l’unità positiva dell’amore si evolve verso l’unità negativa dell’odio, verso la falsa unità che dissimula la doppiezza e la molteplicità.
Perciò basta un solo Combray ma occorrono più salotti rivali. Vi sono innanzitutto il salotto Verdurin e il salotto Guermantes. I salotti esistono solo in funzione gli uni degli altri.”21

Qui Girard ha sostituito alla consueta coppia mediazione esterna / mediazione interna una sorta di anti-climax in cinque passaggi (unità positiva, unità negativa, falsa unità, doppiezza, molteplicità) nel quale possiamo ritrovare, espresso in maniera inequivocabile, quel progressivo scivolamento da un polo che permane sotto il segno positivo ad un polo senz’altro negativo, definito, in ultima istanza, dall’idea di molteplicità. A un primo livello di astrazione, potremmo allora dire che Combray, ambito della mediazione esterna, si situa sotto l’ombrello dell’unità (positiva), mentre il salotto Verdurin, ambito della mediazione interna, si situa sotto l’ombrello della molteplicità (negativa). Ma Girard dice qualcosa di più: di Combray ne basta una sola (ma forse non forziamo troppo le parole di Girard dicendo che Combray basta a se stessa), mentre i salotti esistono solo come sistema interconnesso, non possono fare a meno gli uni degli altri, e proprio questa stretta interdipendenza aumenta il tasso di agonismo sociale, di rivalità mimetica. Qualche pagina dopo troviamo, come spesso accade nella prosa di Girard, un passo di ricapitolazione che ha l’effetto di rendere ancor più esplicito, nella direzione che interessa qui, il pensiero del suo autore:

“Combray era realmente autonomo ma i salotti non lo sono. Sono tanto meno autonomi quanto più aspramente rivendicano l’autonomia. Al livello della mediazione interna, la collettività, al pari dell’individuo, cessa di essere un centro di riferimento assoluto. Ormai si possono comprendere i salotti soltanto se li si contrappone ai salotti rivali, se li si integra nella totalità di cui ciascuno di essi non è che un elemento.”22

Da qui potremmo dunque procedere a un ulteriore tentativo di astrazione, facendo di Combray il simbolo dell’autonomia e dell’isolamento e dei salotti mondani il simbolo della relazionalità, della socialità. Quale sia il valore assoluto di questa coppia di opposti nell’economia della Recherche è cosa nota a chi ricordi le riflessioni del Narratore sulle condizioni necessarie alla produzione dell’opera letteraria, riflessioni che accomunano, quasi da un capo all’altro dell’opera, l’epoca in cui egli è certo di non poter mai diventare uno scrittore23 con l’istante in cui comprende l’improcrastinabilità della sua missione artistica.24 Sulla scorta di Francesco Orlando25 potremmo poi ricordare che sin dall’epoca de La confession d’une jeune fille26 le esperienze mondane (e quindi il tema dello snobismo) come quelle amorose (e quindi il tema della gelosia) fossero riunite sotto il segno negativo della vanità rovinosa (che, per dirla con Girard, corrisponde alle regioni più interne della mediazione, quelle in cui il soggetto cerca mediatori-rivali sempre più insuperabili che gli dimostrino una volta per tutte che il disprezzo che egli prova per se stesso è assolutamente giustificato), mentre la Solitudine (necessaria alla creazione artistica,e girardianamente intesa come conversione romanzesca, cioè come rinuncia a qualsiasi contesa mimetica) fosse contrassegnata dal segno positivo.

3.
Come dicevamo all’inizio, il momento di maggior divaricazione tra l’universo di Combray e quello dei salotti è seguito, nella lettura di Girard, da un riavvicinamento dei due poli mediato dal fatto che il primo sembra in realtà prefigurare il secondo:

“Si passa da Combray all’universo dei salotti con un moto continuo e senza transizioni percettibili. Non bisogna contrapporre la mediazione esterna alla mediazione interna così come il masochista contrappone il Bene al Male. Se si osserva Combray con maggiore attenzione vi si scopriranno, seppure allo stato nascente, tutte le tare dei salotti mondani.
I sarcasmi della prozia nei confronti di Swann sono un primo abbozzo, più leggero, dei fulmini che saranno scagliati da M.me Verdurin e da M.me de Guermantes. Le sottili persecuzioni di cui soffre l’innocente nonna preannunciano la crudeltà dei Verdurin verso Saniette e l’atroce aridità di M.me de Guermantes verso il suo grande amico Swann. La madre di Marcel rifiuta borghesemente di ricevere M.me Swann. Il narratore stesso profana il sacro nella persona di Françoise che egli si sforza di “demistificare”; si accanisce a distruggere la sua ingenua fede nella zia Léonie. La stessa zia Léonie abusa del suo prestigio soprannaturale; fomenta sterili rivalità tra Françoise ed Eulalie; si trasforma in crudele tiranno.”27

Combray, insomma, manifesta i sintomi nascenti di quell’invidia sociale che serpeggia ovunque nei salotti parigini, proprio come il trauma del bacio negato dalla madre prefigura le angosce amorose della vita adulta?
Abbiamo detto che l’equivoco circa il reale prestigio sociale di Swann dipende da un triplice ordine di cause (ignoranza di fondo, discrezione del personaggio, concezione rigidamente classista della società). Ciò non toglie che la notizia che Swann sia citato su Le Figaro come collezionista di quadri susciti, in famiglia, una piccola discussione di cui il Narratore dà conto corredandola di una riflessione niente affatto neutra:

“Le sorelle della nonna avevano manifestato l’intenzione di parlare a Swann di quell’accenno del “Figaro”, ma la prozia le sconsigliò. Ogni volta che scorgeva negli altri un privilegio, per quanto minuscolo, che lei non aveva, si persuadeva che non era un privilegio, ma un fastidio, e li compiangeva per non essere costretta ad invidiarli.”28

La prozia mette in atto con Swann la medesima arte della dissimulazione di Madame Verdurin che, esclusa dal faubourg St. Germain, si rallegra ad alta voce di non farne parte perché mortalmente noioso:29 compiange per non invidiare. L’atteggiamento esteriore è di segno opposto al sentimento interiore. In questo passo non è più questione di informazioni non pervenute o di schemi mentali troppo rigidi bensì di invidia provocata da un vantaggio, seppur minimo, attribuito al mediatore, che assume però una proporzione tale da innescare un immediato meccanismo di falsificazione dell’esperienza. È l’orgoglio, dice Girard, a impedire alla prozia di riconoscere il prestigio di Swann, quello stesso orgoglio che nei salotti finisce per divorare tutto.

(fine prima parte)

1 R. Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, traduzione di Leonardo Verdi-Vighetti, Milano, Bompiani, 1981, p. 173.
Ibid., p. 169.
Ibid., p. 173.
M. Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di Giovanni Raboni, in Alla ricerca del tempo perduto, Milano, Mondadori, « I Meridiani », 1995, vol. I, p. 230. D’ora in avanti, per i riferimenti a questo testo, indicheremo semplicemente il titolo della singola parte del romanzo di Proust seguito dall’indicazione in cifre romane del volume del Meridiano in cui è compresa e dal numero della pagina.
Sodoma e Gomorra, III, 86.
Dalla parte di Swann, I, 64.
Ibid., 232.
Ibid., 18.
Ibid., 135.
10 Ibid., 230.
11 Sodoma e Gomorra, III, p. 102.
12 R. Girard, op. cit., p. 172.
13 Ibid., p. 173.
14 Dalla parte di Swann, I, 262-263.
15 Ibid., 313.
16 Ibidem.
17 Ibid., 350.
18 R. Girard, op. cit., p. 174.
19 Ibid., p. 175.
20 Il Tempo ritrovato, IV, 648. Madame Verdurin, rimasta vedova durante la Prima Guerra Mondiale, aveva sposato il vecchio duca Duras, diventando così duchessa e per di più cugina del principe di Guermantes. Alla morte del duca, dopo due anni di matrimonio, la nuova duchessa si era unita, in terze nozze, al principe di Guermantes.
21 R. Girard, op. cit., p. 177.
22 Ibid., p. 184.
23 «Gli esseri che ne hanno la possibilità – è vero che si tratta degli artisti, e io ero convinto da tempo che non lo sarei mai stato – hanno anche il dovere di vivere per sé; ora, l’amicizia è una dispensa da questo dovere, un’abdicazione a se stessi. Persino la conversazione, che dell’amicizia è il modo d’esprimersi, è una divagazione superficiale, che non ci fa acquistare nulla. Possiamo conversare tutta una vita senza far altro che ripetere all’infinito il vuoto di un minuto, mentre il cammino del pensiero, nel lavoro solitario della creazione artistica, si snoda in profondità, l’unica direzione che non ci sia preclusa, e nella quale ci sia dato anzi di progredire – sebbene con maggior fatica – verso un risultato di verità» (All’ombra delle fanciulle in fiore, I, 1096)
24 «[…] i veri libri devono essere figli non della piena luce e delle chiacchiere, ma dell’oscurità e del silenzio» (Il Tempo ritrovato, IV, 580).
25 F. Orlando, Proust, Sainte-Beuve, e la ricerca in direzione sbagliata, saggio introduttivo a M. Proust, Contre Sainte-Beuve, Einaudi, Torino, 1974, pp. VII-XXXVII.
26 M. Proust, Jean Santeuil précédé de Les plaisirs et les jours, Gallimard, « Bibliothèque de la Pléiade », 1971, p. 85-96.
27 R. Girard, op. cit., p. 185-186.
28 Dalla parte di Swann, I, 29, corsivo mio.
29 Ma si veda anche Madame Sherbatoff, non a caso l’ideale di fedele dei Verdurin, che se a teatro « non guardava la sala, restava nell’ombra, era per cercare di dimenticare l’esistenza d’un mondo vivo che desiderava appassionatamente e non poteva conoscere » (Sodoma e Gomorra, III, 111).

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Alexandre Calvanese è dottorando in letterature straniere moderne presso l’Università di Pisa. Autore di alcuni articoli sull’opera di Ahmadou Kourouma pubblicati in rivista, ha tradotto una raccolta di saggi di René Girard pubblicata sotto il titolo Il Pensiero rivale. Dialoghi su letteratura, filologia e antropologia (Transeuropa 2006).