Caterina Saviane: di Vero e di Mancante

cover

Caterina Saviane – appénna ammattìta – Nottetempo edizioni – 2015


di Vero e di Mancante

.

«Scrivere, e ancora scrivere fino all’esaurimento.»
E questo è tutto, tutto quello che l’autrice, Caterina Saviane, davvero aveva deciso per sé.

Leggere le poesie della Saviane non è più solo leggere, già i primi versi si fanno vortice e in quello occorre restare concentrati a trovarsi per perdersi lungo il percorso e così ri-trovarsi.
È corsa affannata, spesso senza un senso apparente che invece sopraggiunge a tradimento quando, come sazi, si scioglie la tensione e solo in quell’attimo ci si rende conto che nulla è allentato, anzi è accaduto l’esatto contrario: ci si ritrova avvinghiati alla verità, quella senza scampo e che fa male da qualche parte, e ferisce ovunque.
I suoi non sono certo versi da comprendere, piuttosto da fare propri mentre il ghigno, quello che di solito nascondiamo,  si affaccia alle labbra senza chiedere permesso alcuno accompagnandoci, vinti, a mormorare il nostro – sì, davvero è così −.
La morte abita la sua poesia con metodo e coscienza, e non può stupire perché risiede in tutti noi, ma perlopiù inosservata.
La consapevolezza nutre la sua voglia di infrangere ogni alleanza vitale che ben si accordi con il pensare dei nostri tempi. Un patto da lei non voluto, non richiesto né accettato.
Leggerla e continuare a farlo, forse un poco spaventati, si fa come a volersi dichiarare fuori rotaia vitale ma dentro la vita che rot-urlando avanza per tutti pressoché uguale, per tutti se non giusta almeno migliorabile, ma non da Caterina Saviane che freneticamente eppure attentamente osserva e decide che non sarà lei a migliorarla.
L’autrice scrive fuori dal sé e dall’esterno osserva per esempio la sua faccia (vedi Mi fido di questa faccia) esattamente come tutte le altre facce, senza sconti. Prende a calci la poesia, soffrendone e facendone un ultimo gradino rimasto, per lei volgare e ripetitivo, eppure ancora mezzo d’amore, di urla, sesso e suo malgrado anche rifugio.
A dispetto di ogni forma, regola grammaticale o metrica, la libertà nella stesura non deborda mai, resta pura armonia ad ogni battuta. Indomita armonia malgrado il digrignare minaccioso della verità.

Ho cercato riparo tra i suoi versi e non ho trovato conforto, ma ho trovato lei che non potrà mai, grazie a questi, essere davvero mancante.

© clelia pierangela pieri

Vita senza sfumature – 100 x 70 (pastello) Rossella Esposito

Vita senza sfumature – 100 x 70 (pastello) Rossella Esposito

Appénna-ammattìta

– spezzando con macchina per – da scrivere –
smarrito il ritmo della separazione
perduto ho io [il filo del discorso
– filologico, filo logico
fili d’erba, smeraldo e di tram
trancio d’arancio –
di sempre in mai
di palo in frasca
in tasca mi toccaccio il filòs greco
e che strage sia del tempo d’ora.
Perciò:
toccaccio il sordìso della conversazione
l’azzurro-uomo degl’occhi tuoi
perché la notte ci alzavamo
a mentire a dir bugìe
che ci gridammo
“pazzi!” nel sentire gioia
del sòrdido sprecare il sonno
giunse:
sfatti di “ero brava” – come certi vecchi di sé –
in memoria dell’eburnea pista
– ballo’s di sballantine’s –
– facile piacere parlare altrove –
e unici illuminémmo esser pensànti:
coro di pensieri di cervelli
asma d’idee,
ci punse il core degli uccelli.
Alba e tramonto e primavera desiderammo primi
il sonno ancorà,
ancòra di salvezza
già assenza di non [tornare quivi].

.
Nicchia nicchia nicchia

Nicchia nicchia nicchia
poesia elemosina che annìda
quante parole nicchia, in cui rannicchia
come bimbo orfano riottòso
madre adunca oppure
spina che oppone al vagabondo treno
al vagonànte andare
senza abitare un’ora – né una casa a vita

Nicchia nicchia nicchia
questua frase grinza come il cucco
“la Poeta frettolosa fece del foglio – un cieco
ché mai ripòsa nel pullular dei mignoli minuti
sulla parete dell’alcoolista – blatti pensieri
scova nel sonno sedativi granchi o scogli
nereggia lesta e dall’alcova occhiéggia
minacce in frette di adolescenze gri ( )

Ma nicchia nicchia nicchia
in foggia di emozione o ci accompagna
nazione, alluci tra i piedi, nei sospiri
abita le colline e le campagne e ancora
abita come zavorra abita – il fondale
e ancora tra scalmanati allevamenti grattaciéli
pagina aperta s.offre come porta squassa
di questa città s’invanta – la intitola “milano”!

Picchio picchio picchio
e non poetrò mai stare – andare a stare altrove
assillo di cerchianze azzurre ovunque io vada
si tuffa, scaglia di bianca spuma bianca
ti tira pazzo – tratto di specchio vago
ovatta l’acqua – elica spacca ed abbia
sete di me tantalica – ché mai s’acquéti…

S’occhia di pinocchiàro mai si sazia
ospite spione a cui mentire
e come me – nutrirla
di sminuzzissime bestemmie e spicchi d’aglio
(ma se vola una mosca al temporale
farla posare e poi farla tornare
farla frullare e poi farla tornare
farla tornare farla torna torna…)

Petula poesia sembri un pensiero innato
ieràtico da “ieri”
dimàni in mani sei – sempre lo stesso
neppure degno – di essere schiacciato fin d’adesso:
ti darò a bere di non averti idea né forza
neppure mezzo coraggio di un Cremlino
innominata – come un dio blasfemo dentro un cero
ammassaiàta sparsa all’ordine plurale – femminile
caffè bicchiere portacenere teiere!

E se vola squàrto di Luna al cielo
simulerò per te una stilla sul polpaccio
a lesinarti i “come”, come tiranno – il servo
(torturarla di noia e di giornata stracca
solleticarla e poi – farla posare
tortuosa al foglio – farla inchiodarla
farla posare farla – farla posare)

Natale di limpido mistero
– fingere di dormire e tutto il resto… –
immortale mistero – farla sfinìta qui.

.
[Mi fido di questa faccia]

Mi fido di questa faccia
ché come dice il nome FACCIA
di testa propria e vada – lunghi sentieri
ripida della vita – un bacio
costasse pure tre minuti in meno
più di una sigaretta fumata con il polmone pieno.

Piuttosto tu, Poesia?, dove l’hai speso
tutto questo tempo sui secondi sui rasoi
trascorsi come un fringuello sei
ché se non canta qui – neppure muore
(non come me – domani! – un fulmine dal Cielo)
dove sei stata agonizzàre altrove
questo tempo?

Tra gli sguardi inconcludenti della gente:
ti rido in faccia, dilatata dall’orrore.
Tu – tra la gente?, tu? – tra la noia del miracolo
di non essersi mai uguale – neppure il naso
(UN naso a caso – tranne il somigliarsi stolto
stretti nel pugno tutti: GENERE UMANO!)

Dove sei stata, adùncua, priva di me: s-facciàta?
a vacanzarti a zonzo? – tu che non sai il riposo
rimpinzarti parole, raviòli delle storie,
curiosa, tu, della Storia – la mia non più! –
quella di voi, di moda?, a trovare un niente
(chissà se vale cento – un niente – oppure niente).

Della folla alle persone, mescolata
a confonderti gli AMori colle serpi
l’AM.icizia al tanfo della folla – te ne sei andata
hai temuto avanti agli òri
prima di icizìa:
io AM, I’m, IO SONO !

Di donne – bargìglio pieno, come un tacchino
ma tu – che hai fatto mai, Poesia, mia-mia, che fai?
te ne vai-via?, – via vai?, di attese spente e perse
vedova della tua faccia – sospetta più che mai
galeotta di questa maschera – implastichivo
gonfiata nell’attesa innominata – fuori di grazia
come cappello tesa ad ascoltare il sesso
senza ascoltare dio!

E tu pure, quale emozione priva di me
tesa come corda di violino, quale emozione?
nella democrazia – savianarnente certa
ché il tuo posto (lacrima il braccio – lacrima
                                                              [dall’occhio)
è prenotato al mio cuscino – indolente insonne
tu segui il suo destino, sosia del mio – tranne il
                                                                     [respiro.

Traversi la strada a un tratto – mi sfiorisci
colla violenza di una gomitata
ancòra banalizzata nel tap-tap, nel tuo “finta di
                                                                       [niente”.
Rincaso su un altro foglio bianco
la speranza che m’ha sfiorata – s’apre come un
                                                                    [lenzuolo
e sotto: L’UOMO, sempre lo stesso andàzzo-zombie
come seguire ronda di via del corso
facile, scolòri i quali – per inseguirti, cercare di
                                                                            [spiegarti
e poi – facile andàzzo in bàsso.

“Non ho tempo. Prova a telefonare, prova a passare”,
quale vendetta – rendermi dea di questo cranio obeso
di respirare ansioso – a farci male tra due Poete sane
a farmi merda – ce n’é milioni lunghe le strade
e spezzi così – troia mondana! – le fibre d’una
                                                                                    [Poeta?
Come al fuso orario – ma quelle ben più salde d’un
                                                                                    [atleta!
(che senso ha?, dopo l’amore? – non riconoscerLO
                                                                            [neppure?)

Pin occhi dietro gli occhi la Saviana
(che senso ha dopo l’amore?, confondere gli AM.ori
                                                                       [colla gente?)
Oh, mia pupilla – dilatata dall’orrore! – non so
non so se poi sperare – sei tornata?
Mi sémpra già mestruo di sémbre – nomade usanza
brésa della Pastiglia appena: È GIÀ FRESCO
                                                                  [SETTEMBRE?
Il verso sbrodolato, inverecondoscéne – non so
non so se poi fidarmi.

(Ce la farò – carogna!, SUD.ando l’estate che mi
                                                                             [spetta –
sarà una fidanzata buona, senza fretta – mi adorerà
                                                                         [nell’ombra
e tanto basti!)
Ma dove i NORD.òri delle ascelle milanesi, i patti
                                                                               [estremi
ché stringemmo mani – io riluttante – tu focosa
imberbe femmina straniera di fiumi di parole
di minacce, inganni, in prestito la faccia di una donna
ce la farò, carogna! Nome di fregna.

Son là, attenti sull’attenti soldatini
(dietro l’apparente castità – una loquacità di febbre)
pronti a baccagliàre dalla fortezza del vocabolario:
“basta metterle giù – pescarli con distacco
giuste in fila – in.verso indiano – senza trucco,
però come uno scherzo. Spùtaci il sangue tu:
io me ne vado” – hai detto, ponzia pilàta.

(Sono sempre pazzi nostri – di chi di me
ci sputa il sangue) e intanto lenta – come lo spazio
del due sul rigo – miope libertà di un ordine bor¬ghese
che dura – quant’è dura! – il fotogramma del sorriso
come le sere in cui mia madre – usciva e mi lasciava sola.
Come lo spazio lenta – la noia di detestare il sole
(cui volgo la preghiera: di sera dopo sera
imbottirmi dell’allegria posticcia
di degradarmi al punto di gioire
di avere fatto divertire i nemici – tutti
tutti nemici di questo foglio bianco – gli si strappa
la risata, un dente di spìcciole parole
tintinnano alla cassa come soldi
si sgretolavano su quelle bocche inutili
col chiasso della distrazione.)

O tu!, Poesia – cui dedico la mia, senza paura:
o, tu!, poesia: fàlli capire, fàmmi capire,
réndimi l’afflato di te – còrva alle mie spalle
di leggéra pressione seduttrice
amor che a nullo amato amar perdona
sull’onda della mia pelle imploro che t’in.cutésse
fino allo spasmo, alla voglia che ci danno i baci
davvero dànno desolàrmi nell’esistenza senza umori
senza risucchi nel fondo – dànno davvero
questa lingua secca (eppure oltre la sintassi
saprebbe madidàrsi – ti godrebbe fino a risucchiarti
fino a quella carezza sotto cui si svela
il coraggio finalmente “ti amo Caterina”)
e poche ciance!

Dopo un anno io piango – io vesto l’odore
il tuo odore io: VESTO, abitàcolo
continuum de léggere parole – più di piume
senza levare polvere alle ali – senza toccare
la luce che le rimanda al vento – le farfalle
sono fiàti ché:

ché come dice il nome: fiàti
respiri e gridi – si solleva il cuscino com’un vivo
al polso che si placa, fiàta – oh, poesia
riprendi questo trono abbandonato – neppure
                                                                              [emòttisi
catarri e fiàti: gridale tu al mondo intero
quello di sopra – quello giù sotto da svellàre innanzi
ancòra spazio due di righe d’avvenire – il coraggio
ché amor che a nullo amato amar perdona
ché se ne sta in agguato il Gatto al mondo intero –
e temo e tremano i capelli e si precipita di un crollo
senza fondo – cieco Tramonto.

Colà, Tramonto – ora del giorno! – cola tra i monti i
                                                                           [grattacieli
ti assisterò con forza (anche oggi) – in gola
mi sparo un bloody-Mary come un colpo – nome di
                                                                                 [donna
nomade Poesia – rossa come una donna ti beverò nel fondo
wodka del sogno, anna ti sfonderò col pugno:
non sai cosa darei per pronunciarlo un giorno
il coraggio dell’aggettivo primo, vaginale
anna, primo rimorso del codice penale!

Saviane: SPÀRATI UN COLPO per la stanchezza
di mille piani a piedi – a piedi a piedi
per la fragilità del sesso – volgare come i gradini
sempre gli stessi, ripetitivi
per la stolidezza di sporche macchie sbronze
per il Tramonto – per rinunciarlo un giorno
per tutti i baci senza cauzione senza ritorno
per queste sigarette – mi hanno stancato anch’esse!
Tre minuti in meno e in meno e in meno
sempre più sconosciuti compongono le ore di
                                                                              [AM.ore
i mesi i secolòndi di stipiti di porte:
io bacerò chiunque disperata
per rinunciare il giorno del Tramonto.

(Invece nò – sotto braccetto maria la sanguinària
vergine nome originale – puttana e un po’ banale:
risvòlto del mio viso e grido:
OGGI Ml VESTO MI VADO A INNAMORARE
mi àbito di nuovo – sento le brocche
i valentini i porcospini: oggi mi vesto
mi vado a innamorare, mi abito impermeabile
di bronzo di riàce!)

Donna Poesia riposi sul cuscino – perché
pure carogna io – tu senti davére compìto il mio di¬dàre.
Oggi mi vesto: mi vado a innamorare – io vengo
vado normale – io vengo non per parlarti
ma per parlar di te…

(Torni senza preannuncio – un pugno in pancia
ché come dice il nome: faccia
di testa propria e va, breve sentieri fiéra
della vita lungo – lungo le lingue i baci
d’una longevità ignorante bàciami nome di Donna
                                                                           [in faccia
ché come dice il nome:
FACCIA DI TESTA PROPRIA: FACCIA!)


Caterina Saviane ha scritto all’età di diciotto anni il suo primo romanzo/diario Ore perse. Vivere a sedici anni, edito da Feltrinelli.
Nessun filtro per raccontare quante difficoltà e quanta incomprensione possa sovraccaricare la vita giornaliera, la crescita e la presa di coscienza di una sedicenne.
Tradotto anche all’estero, in un anno la pubblicazione vanta ben cinque ristampe. Un vero caso letterario.
Continuò a scrivere lasciandoci una quarantina di poesie inedite e sconosciute ai più.
Qualcuna pubblicata nel 1985 nella rivista ‘Il lettore di provincia’; le rimanenti selezionate per la pubblicazione della raccolta poetica Appénna-Ammattìta.
Leggerla in poesia avvalora ancora di più le qualità di Caterina Saviane: ne conferma ed esalta il talento al quale già ci aveva preparati con il suo primo romanzo.
Caterina ci lascia, inutile sottolineare quanto precocemente, nell’anno 1991 a soli trentun anni.


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