Il “movimento ciclonico” di Caterina Saviane (di Pierluigi Boccanfuso)

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«Un movimento ciclonico, incontenibile.» Basterebbe tale definizione di Andrea Zanzotto per porre la sentenza miliare sulla complessa figura di Caterina Saviane, della quale il genio veneto fu un lettore d’eccezione. Quattro parole che sono la sintesi perfetta di una vita bruciata, l’ennesima maledetta votata al culto dissacrale dell’eroina, devastata da quella coalizione di forze antitetiche che, tutte insieme, si frappongono quasi come un premio di un’esistenza folgorata dalla sua stessa mitizzazione (inconsapevole?) ed enorme talento, che la morte non ci ha dato modo di dire se si sarebbe tramutato in genio assoluto.
Forse, dopo anni di ingrati silenzi, la sua figura sta tornando a spiccare il volo verso il firmamento che le compete di diritto: quello poetico. Due le opere che la consegnano a una doverosa memoria letteraria che, beninteso, niente ha a che fare con il suo cognome (Sergio Saviane, giornalista storico dell’Espresso): Ore perse, diario ironico e dolente dei suoi sedici anni, edito nel ’78 da Feltrinelli, vendutissimo e tradotto all’estero, oggi introvabile. Così, a soli diciotto anni, e in una dimensione extra-nazionale, se ne decreta fatalmente l’immagine di enfant prodige:

È inutile vincere il referendum sul divorzio quando poi si perde nella vita, è inutile essere favorevoli all’aborto, se in casa non si lavano i piatti. Svegliatevi ingordi pupazzi, invece di vivere sul letame di migliaia di anni di storia… Lavate i piatti coglioni di rivoluzionari. Frilovatevi le palle col frilav…

e appénna ammattìta, di cui già il titolo è un delicato, sintattico gioco di parole: a penna o a matita? O appena impazzita?
L’opera della maturità, mi prendo l’ardire di definirla tale, ha in sé una forza non soltanto poetica ma proprio di matematica visione; sprigiona l’interezza del suo essere travolgente, magmatica (aggettivo luziano non casuale), con divertimenti continui di trasformazione grafico-acrobatici, fino a farsi laboratorio di pensiero e soprattutto di linguaggio:

Mi fido di questa faccia
ché come dice il nome FACCIA
di testa propria e vada – lunghi sentieri
ripida della vita – un bacio
contasse pure tre minuti in meno
più di una sigaretta fumata col polmone pieno.

C’è una disperazione controllata, analiticamente quasi ai confini della ratio, nei suoi versi e anche quando il dolore si disegna forte sulla pagina, lei non rinuncia al gioco. Spiccano alcune grandi caratteristiche della poesia contemporanea: logica e consequenzialità che convivono entro un forte senso della musicalità e del ritmo; le parole sono scavate, frammentate, si spezzano continuamente in sillabe e si ricompongono:

Oh, kamikaze Farfalle
scappavate fatali
: contro ceco clan clan
clan clan
clan destine

Il risultato dell’equazione “savianese” è una poesia antilirica, razionale, concitata rincorsa a significati ulteriori fino all’impossibile. Un universo totalizzante nel suo appagarci, che tocca con dita di cristallo e allo stesso tempo, in modalità ossimorica, con ferocia, crudità, passione, tutti i temi della vita umana e in ultimo, quasi profeticamente, quello della morte con la dolcezza, marchio dei poeti, senza speranza. Morì nel 1991 a trentuno anni.

© Pierluigi Boccanfuso

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