Francesca Marzia Esposito – La forma minima della felicità

esposito Francesca Marzia Esposito, La forma minima della felicità, Baldini&Castoldi, 2015 € 16,00 (ebook € 7,99)

Lei si chiama Luce e vive al buio. Non è cieca, no. Luce non vuole che l’esterno entri in casa, luce del giorno compresa. Luce non vuole l’esterno, quindi il mondo. Luce vive chiusa in casa, sappiamo che la casa è a Milano. Luce si muove, quando si muove, dal letto al divano, dal divano al bagno. Ma il divano è la cosa con cui divide la maggior parte delle ore. Ha mensole staccate dal muro, libri accatastati sul pavimento. Lei e il divano dividono le ore, a loro volta, con il televisore. Anche il televisore è un solitario, restringe il campo quasi a volersi adattare alla sua padrona. Mostra un solo canale, il 32, un canale di televendite. Vendita reiterata, infinita, di anelli e bracciali. Luce guarda le televendite e mangia fette biscottate. Marmellata spalmata pare essere l’unico, un po’ inquietante, momento di dolcezza.  Luce ordina la spesa da casa, Luce non esce per andare a lavorare. Non riceve visite, a stento parla al telefono con sua madre.
Questo è il quadro che Francesca Marzia Esposito ci presenta nelle prime pagine di La forma minima della felicità, ma è molto altro quello che ci mostra, ci costringe da subito a usare l’immaginazione. Capiamo immediatamente una cosa, cosa non scritta, Luce non vive da reclusa perché è pazza. Luce ha scelto di vivere così, a Luce è successo qualcosa,  un certo giorno di un tempo andato. A Luce fa male il passato, a Luce manca l’dea del futuro. Qui l’autrice comincia a dipanare la sua matassa, a svelarci la sua storia. Lo fa con una prosa efficace e bella. Racconta una storia difficile e sa bilanciare i risvolti dolorosi con l’ironia. Luce ha un altro appartamento nel palazzo, che è sfitto, ha un fratello che non vede da alcuni anni. Suo fratello ha bisogno della casa per un po’. Suo fratello ha una figlia. Pronti via,  gliela lascia, le chiede di occuparsene per qualche ora. Luce non vuole, la bambina si rifiuta di parlare (sua madre e suo padre si sono lasciati). Luce la chiama Bambina, però è Viola.

Inclinò la testa in una posa affettatamente ingenua e di tutta risposta si mise di nuovo al mio posto e si appallottolò. La gonna tirata sopra l’ombelico lasciava scoperti i polpacci in calzamaglia accoppiati uno sull’altro. Bambina, a forma di nucleo. Mi avvicinai, fece uno scatto col ginocchio, mi scalciò via. Si addormentò. Come un sasso. Presi un plaid dall’armadio, lo spiegai e lo distesi su un corpo tiepido. Tutto semplice per lei, tutto complicato per me.

Viola conduce Luce dentro un gioco, per i bimbi è sempre un gioco, per gli adulti mai. Il gioco di Viola è una mappa fatta di telefonate a una segreteria, a un viaggio in macchina fino a uno studio di registrazione. Una mappa fatta di biglietti colorati. Piccoli biglietti, come le briciole di Pollicino, mappa che riporta indietro, mappa che riporta nel mondo, mappa dei piccoli passi verso casa. E casa è la vita. E i bambini capiscono tutto, capiscono meglio. Viola prima di parlare inventa un linguaggio, ed è bello che sia il linguaggio, che l’autrice scelga la via della comunicazione per far sì che le esistenze tornino a muoversi. La mappa di Viola diventa la mappa di Luce, e porterà fuori e porterà dentro. La mappa porterà gente in casa, la mappa porterà Luce fuori di casa. La porterà tra le braccia della madre, a sorridere a Yuri, suo fratello. La porterà a ricordare e a misurarsi, ad avere paura. La mappa di Viola è un motore acceso, Luce può provare ad accelerare, tentare una retromarcia, parcheggiare. Vivere, a quanto pare.
Francesca Marzia Esposito ha scritto un bel romanzo. Da una storia intima e dolorosa apre la scena a più personaggi, i quali, chi più a lungo, chi per il tempo di una battuta (come i condomini di Luce, come l’amministratore), dettano il tempo; ci sono nel libro alcune fantastiche battute, ad esempio. La forma minima della felicità è, probabilmente, un primo passo verso qualcosa, qualunque cosa, si può cominciare col chiamare una bambina per nome, col tirare su una tapparella.

© Gianni Montieri − twitter @giannimontieri

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