La finanza appesa a un filo. Francesco Giordani intervista Stefano Massini

massini copertina

Stefano Massini è uno dei maggiori drammaturghi italiani. Le sue opere, sempre attentissime agli snodi più sensibili dell’attualità politica e “civile”, vengono da anni rappresentate con notevole successo sia in Italia che all’estero. Il sua ultimo, ambizioso, lavoro, Lehman Trilogy (Einaudi, pp. 334, € 17,50), ripercorre le vicende di una delle dinastie più importanti nella storia della finanza mondiale, lungo una parabola temporale che dall’Ottocento arriva sino alle crisi e ai tracolli bancari dei giorni nostri, accarezzando, per bocca dei molti personaggi “convocati”, interrogativi di importanza assolutamente non trascurabile. Il testo, dopo essere stato messo in scena in Germania ed in Francia, si appresta a sbarcare, nel gennaio 2015, al Piccolo Teatro di Milano, per la regia di Luca Ronconi, che firma anche la bella prefazione all’edizione in volume.

La finanza appesa a un filo

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D. Che ruolo ricopre Lehman Trilogy nel contesto della tua ricerca drammaturgica?

R. Lehman Trilogy è un “tentativo” che mi ha tenuto impegnato per molti anni, nell’ambito più ampio di una ricerca attorno al tema dell’etica contemporanea. Volevo in qualche modo scrivere un grande racconto sulla nostra contemporaneità. In questo senso il libro ha un ruolo centrale nella mia opera. Rispetto ad altre cose che ho scritto, in Lehman Trilogy ritornano e si sciolgono molto nodi e tematiche a cui tengo parecchio, come ad esempio la ricerca sull’ebraismo.

D. A proposito di ebraismo e religione: mi pare che nel corso del racconto emerga a più riprese l’idea di un’identità possibile tra “liturgia” della finanza e culto religioso. È una lettura legittima?

R. Certo. Ad un certo punto ad esempio troviamo un “passaggio”, c’è un’evoluzione, direi addirittura una trasformazione. Nel senso che la famiglia Lehman parte da una forma di ortodossia religiosa, che è quella ebraica askenazita, e giunge a trasfigurarsi in un culto completamente diverso, ma non meno rigoroso, che è quello della vera e propria religione del capitalismo. In esso vengono compresi nuovi “riti”, alla cui ortodossia i Lehman obbediscono in pieno.

D. Il testo racconta fedelmente la vicenda della famiglia Lehman attraverso il susseguirsi di più generazioni. Non mancano simmetrie e analogie, spesso eclatanti, tra fatti e accadimenti che si ripetono in forma quasi identica a distanza di anni. Volevi far emergere una visione in qualche modo ciclica della storia umana?

R. Nel modo più assoluto sì. La storia si ripete e si ripete al punto tale che le ragioni che hanno comportato la crisi del 1929 sono per gran parte le stesse che poi provocheranno il crollo di Lehman Brothers nel 2008. C’è una ciclicità continua. Persino la parabola dei fratelli Lehman, immigrati ebrei giunti negli USA dalla Germania nel 1800, si ripete tale e quale nella storia di Glucksman e di Peterson: anche loro figli di immigrati, rispettivamente ungherese il primo e greco il secondo, seguiranno la stessa parabola di emancipazione dei Lehman, diventando amministratori delegati della banca nell’ultima parte della trilogia.

D. Il crack del 2008 è raccontato in maniera piuttosto “incruenta”, per rapidissimi accenni, alla fine dell’opera. Come se avessi voluto fermarti un attimo prima del dramma…

R. Ho voluto fermarmi prima per una ragione anche tecnica. Di fatto la storia della conduzione da parte della famiglia Lehman della banca si ferma nel 1968 con la morte di Bobbie. Dopo di allora non ci sono più direttori o presidenti con il cognome Lehman. Racconto dunque l’ascesa di Glucksman e Peterson, la loro presa del potere, fino all’ascesa di Dick Fuld, “allievo” di Glucksman. Loro sono stati i protagonisti dell’ultima parate della storia della banca.
Ho deciso di raccontare la morte della Lehman ricorrendo ad una metafora, quella appunto del rito funebre ebraico dello Shivà, con gli “antenati” della banca che in qualche modo assistono alla morte della stessa. Ho scelto di operare in questo modo perché a quel punto la banca non coincide più con la famiglia e si è giunti al culmine di un’opera di spersonalizzazione e di cinismo che vede la banca diventare un luogo di finanza da “traders”, in opposizione a ciò che era stata in precedenza.

D. Nel racconto fa la sua comparsa anche un personaggio molto bizzarro. Un funambolo…

R. Si tratta di una mia invenzione. Ho deciso di creare Solomon Paprinskij per la banale volontà di inserire nell’opera la metafora di un “equilibrio instabile”. Tale è appunto quello della finanza, continuamente a rischio di fare il passo più lungo della gamba. Mi sembrava quantomai congruo inserire la metafora di un uomo che cammina in equilibrio su un filo, che va di pari passo con la fondazione della borsa di Wall Street. Non a caso Paprinskij cade per la prima volta proprio nel momento in cui la finanza fa il passo più lungo della gamba, ovvero nel 1929.

D. Il testo ha una forma piuttosto anomala. Sembra un monologo eppure è pieno di personaggi. Hai un’idea su come debba essere portato in scena?

R. Posso dire che in qualche modo Lehman Trilogy, cosa alla quale peraltro tengo molto, non è neanche un testo prettamente teatrale, quanto piuttosto un “materiale scenico”. Al festival letterario di Mantova moltissime persone sono venute a sentirmi, indipendentemente dal fatto che si trattasse di teatro. Il testo non ha una forma teatrale. Dentro di esso è possibile operare le scelte più diverse. È possibile far recitare il testo a due, tre, quattro, venti attori oppure farne un monologo. Ogni regista può condurre il testo lungo la strada che preferisce.

D. Perché secondo te, nel pensiero comune, la finanza è quasi sempre percepita come qualcosa di “cattivo” e le banche vengono rappresentate come templi del “male”?

R. Tutto questo è figlio di un’antica tradizione del pensiero occidentale, che ha visto sempre in colui che maneggia i soldi una sorta di sicario del demonio. Basta pensare al Medioevo e alla storia delle banche per arrivare comodamente ai giorni nostri. Negli ultimi anni sicuramente ha fatto molto comodo sostenere e diffondere la vulgata popolare delle banche affamatrici del popolo e della società che subirebbe le angherie di una finanza eccessivamente spregiudicata. Ha fatto comodo per la banale ragione che non piace dire la verità e la verità è che l’economia si è limitata a dare agli uomini tutto quello che essi le hanno chiesto. Si pensi a Pinocchio che va a sotterrare i suoi denari sotto il campo dei miracoli con la speranza di trovarli raddoppiati il giorno dopo: è lo stesso meccanismo che ha spinto moltissimi piccoli e grandi risparmiatori ad investire i propri soldi in fondi e azioni, con la speranza di raddoppiarli in poco tempo. È dunque una cosa cresciuta “dal basso”, una richiesta della gente che voleva potersi arricchire facilmente, moltiplicando il proprio gruzzolo. Le banche si sono limitate a dare delle forme, dei metodi, degli strumenti, per ottenere questo obbiettivo.

D. Credi che la trasformazione progressiva dell’economia in finanza per così “astratta”, raccontata anche da Lehman Trilogy, abbia innescato la crisi globale di questi ultimi anni?

R. Credo di sì. E molti economisti con i quali parlo e che mi accompagnano nelle presentazioni del libro sono del mio stesso parere. Ovvero che si sia assistito ad un lento, graduale, inesorabile allontanamento fra i soldi che servivano “per” e i soldi che servivano solo per creare altri soldi. Gli strumenti della finanza che crea soltanto altri soldi sono completamente diversi rispetto agli strumenti di una finanza che serve a raccogliere i risparmi, a comprare risorse, a far da mediazione, come accade all’inizio della storia della Lehman, nella compravendita del cotone, piuttosto che del caffè, del petrolio o nella costruzione delle ferrovie.

D. Pensi che un ritorno ad un’economia “reale” sia ancora possibile?

R. Credo che sia molto difficile… Noi utilizziamo il linguaggio, io ad esempio uso una parola e quella parola classifica una determinata cosa, che il mio interlocutore capisce. Per cui, se io ad esempio dico “giustizia”, immediatamente, attraverso il suono “giustizia”, tu pensi a quel determinato concetto a cui anche io sto pensando. Questo meccanismo è figlio di un percorso lunghissimo nella storia dell’umanità: a poco a poco tutte le cose sono state nominate e per convenzione sono state associate ad un significato. Noi non ricordiamo più per quale ragione all’inizio dei tempi qualcuno iniziò a chiamare con il termine “giustizia” tutto un concetto che anche adesso sta dietro la parola. Lo stesso vale per l’economia. È difficilissimo tornare agli albori, a quel meccanismo di baratto per cui si è stabilito che un pezzo di materia più o meno sonante, la moneta, eguagliasse il lavoro fatto da un uomo per produrre una freccia o una tavoletta. Utilizziamo i meccanismi e i calcoli dell’economia inevitabilmente. È molto difficile che si possa resettare questo meccanismo e rimettere l’orologio della storia a svariati secoli fa. Semplicemente dobbiamo renderci conto di come sia possibile avere un’economia più umana. Ma credo che già ascoltando la storia della famiglia Lehman, che partendo dal cotone arriva alla finanza e ne rimane poi bruciata, si compia un piccolo passo in là nella costruzione di un concetto nuovo: ovvero che l’economia è umana, né animale né mostruosa.

© Francesco Giordani

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