Manuel De Sica: le parole, la musica, l’ironia

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Manuel De Sica all’Associazione “Villaggio Cultura – Pentatonic” il 13 dicembre 2013

Sono triste. Guardo gli spartiti della sua musica, le poesie divenute partitura per quattro voci, soprano, contralto, tenore, basso, per quattro poeti di lingua inglese: Donne, Coleridge, Keats, Beckett e per quattro poeti italiani: Folgore da San Gimignano, Cecco Angiolieri, Guido Guinizzelli, Dante Alighieri. Li ho ricevuti in dono da lui, accompagnati da un breve e appassionato messaggio di posta elettronica, poche ore dopo la serata del 13 dicembre 2013, quando gli chiesi se avesse mai scritto musica per coro. Taccio. Oggi parlano il rimpianto e il ricordo, anche quello, sorridente e arguto, bonariamente (auto)ironico del suo libro Di figlio in padre:

«Sono nato a Roma a Villa Margherita, l’anno successivo all’uscita nelle sale (e immediato rientro) di “Ladri di biciclette”. Pesavo poco più di tre chili. Qualcuno osservò che avevo i lineamenti delicati di un principe. Altri, che le misure del mio cranio erano abnormi, come quelle di un idrocefalo. Il mio pediatra, il dottor Vitetti, pronunciò la sua sentenza: “Se in questa capoccia c’è tanta intelligenza quanto cervello, mia cara signora ha messo al mondo un genio!”.
Si sbagliava. Di grosso.
In omaggio a mia madre, l’attrice catalana Maria Mercader, papà volle battezzarmi con il nome di Manuel, con l’ispanico accento sulla e. Cosa che, in seguito, fu ignorata da tutti. O quasi. Ancora oggi, infatti, i più appoggiano l’accento forte sulla a, perché ciò costituisce un fiato risparmiato. “Manuè!”, in romanesco, così mi chiamava soltanto la mia tata Ines. (Molto più tardi, nelle scuole religiose che ho frequentato, mi spiegarono che quel nome, così ostico da pronunciarsi correttamente in Italia – e, a mio avviso, un po’ da torero – era la traduzione dell’ebraico “Dio con noi”).
Da Villa Margherita fui condotto, in gran segreto, nella mia prima casa: l’Hotel de la Ville. Un albergo di lusso in via Sistina, a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti. Ero un figlio clandestino, in quanto nato da un’unione adulterina. Uno scandalo intollerabile per la società di allora. E fortemente messo all’indice dalla Chiesa. Fui battezzato nella toilette dell’hotel, da un religioso compiacente.
Mia madre non era in condizioni di allattarmi a sufficienza. Forse è per questo che, a sessant’anni suonati, continuo a suggere il pollice sinistro, il quale , se confrontato con il destro, rivela il suo stato di pollicione bonsai. Devo confessare che qualche caffelatte lo bevvi anzitempo. Ciò accrebbe quella parlantina nervosa, irrefrenabile, che mi sono portato dietro per tutta l’infanzia. E oltre.

Manuel De Sica, Di figlio in padre, Bompiani 2013, pp.. 6 -7