Davide Tartaglia – Figure del congedo (alcune poesie da)

figure

Davide Tartaglia, Figure del congedo, Italic Pequod, 2014

 

È nell’assenza spoglia
del muro che ti comprendo,
nel silenzio vivido della pietra bianca
che a tratti, al rarefarsi della luce
si dischiude.
Ma anche quando, sopra il deserto
di terra cruda stratificata dei secoli
modello la curva
perché rassomigli al tuo volto.

Io sono questo campo, scheletro del mondo
eternamente sospeso
tra l’adornarsi di fiori di maggio
e le ferite scure
che corrono dietro l’aratro.
A sera sprofonda nella penombra cupa
ma poi sul ciglio del cielo che scolora
nell’orizzonte diafano
si ritrova sempre, con le ginocchia sul petto
a parlare di te.

 

*
Sono solo io, vinto dalla noia
che non credo che al lampo
alla luce che d’improvviso acceca
al ciclone che spezza gli argini
e dirada le nubi di scorie.

Siamo rimasti troppo tempo
sulla scena, con le nostre maschere,
le poesie urlate
con i sorrisi scintillanti.

Ritirarsi e scomparire
dove la luce schiuma appena
nelle pause, negli interstizi
di intonaco scrostato, attaccato
fin dentro le fessure più scure.

È questo il momento di scendere
con il mio tu stretto nelle ossa
là dove il pesco si inchioda
ed esangue respira.

 

*
Saprei disegnarti a memoria,
i capelli neri stretti
in un laccio, le braccia leggere
incrociate, in pressione sul seno
per abbracciare i libri.
Eppure, i miei segni
ti somiglierebbero appena.
Molto di più potrebbero fare
i tuoi resti, i fogli ammonticchiati
dimenticati sulla scrivania,
le linee d’inchiostro
che curvano come la tua schiena.

Questo è tutto ciò che hai lasciato
prima di scomparire dietro lo stipite
ed io immobile nel fumo fisso la carta
vorrei decifrarne i segni.

Tu hai il volto che ho conosciuto
prima che io nascessi.

 

LE MADRI

Io non conosco
il vasto silenzio delle madri.

Il loro eroico resistere
voltate di spalle
nella penombra dietro la finestra
dove la tenda si schiude appena.
Neanche quando piango
comprendo le loro lacrime
il dolore muto nei petti
il riposo delle palpebre
allo spegnersi dei crinali.

Ma è il congedo che non è mio:
quell’ultimo sguardo
appoggiato sull’uscio
che mentre abbandona
possiede tutto.

*

Attendono in piazze desolate
tra le maglie lise del tempo
quando il pranzo è mangiato da un po’
e la cena è faccenda non incombente.

Resistono, forse si preparano
all’inverno che schiaccia le ossa
e rannicchiati, sulle panchine
rubano l’ultimo caldo a novembre.

A tratti, solo qualche lama
di sole taglia la volta di foglie
scava sui volti lunghe feritoie.

Io calmo mi soffio nelle mani
e penso che c’è più amore
in quest’ imbrunire degli occhi
in quest’ andarsene aldilà degli orti
sotto il gelo dei tetti.

 

*
Guardavamo l’album di famiglia
e ti hanno crocifisso
su una fotografia, eri di spalle
con le mie spalle, la testa reclinata
leggermente a destra, per osservarmi.
Portavi i miei occhi abbacinati
eppure non mi somigliavano:
i tuoi erano forti e di terra
senza un filo di vento.
Gli alberi nel tuo cielo pallido
parlano una lingua chiara,
si chinano curvi, vigilano
che la sabbia non manchi mai
e l’acqua sia a sufficienza.
Portavi i miei occhi, come un abito
posticcio, appeso addosso
nel giorno della cerimonia.

Sei davvero tu, la figura
impressa nel dagherrotipo
il giovane sambuco in bianchennero
ancorato alla bandiera
che sventolava i verdi sogni?
O forse sono solo io
nel tentativo di somigliarti?

Risaliamo insieme
questo palmo di terra livido
per quello che ci è concesso, e tu
amerai a lungo, i miei tradimenti,
le assenze di luce nelle svolte.
Quando scenderai, ancora senza tremore
porteraì con te i miei occhi
che non hai mai avuto.

(a mio padre)

 

© Davide Tartaglia

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