Si ristampi #4: George Orwell “Fiorirà l’aspidistra”

di Dario Pontuale 

orwell

Nel 1936 in Inghilterra, a Londra, per i tipi Penguin books viene pubblicato Fiorirà l’aspidistra (Keep the Aspidistra Flying), l’autore ha trentatre anni, nato a Motihari, nel Bengala, risponde al nome di Eric Artur Blair. Figlio di un impiegato delle dogane indiane, possiede la nazionalità inglese, si è laureato all’università di Eton, vorrebbe fare il giornalista e nel 1936 è al suo terzo libro. Non si firma però Eric Artur Blair, usa uno pseudonimo che è convinto sia di maggiore effetto: George Orwell.

È spesso squattrinato, quasi sull’orlo della miseria, fa il professore per campare, intanto scrive e nel 1936 completa Fiorirà l’aspidistra. Il titolo certamente non è dei più accattivanti, potrebbe avere migliore musicalità o armonia, inoltre: “Cos’è aspidistra?”. L’aspidistra è una pianta da interni, il nome deriva dal greco aspis, ossia scudo, proprio per via della forma delle foglie. Longeva, quasi secolare, resiste a qualsiasi temperatura, non pretende troppa luce, né acqua, non ha bisogno di particolari cure, è a dir poco coriacea. L’aspetto non è folgorante, quasi anonima, insomma bruttina. Orwell, quindi, la sceglie come simbolo per il libro, oltre al fatto che è la pianta più diffusa nelle abitazioni della piccola borghesia britannica, e si sa come la piccola borghesia britannica resti particolarmente indigesta al caustico scrittore inglese. Anche il protagonista del romanzo, Gordon Comstock, detesta l’ipocrita rispettabilità inglese, la borghese aspirazione materiale, il grigio perbenismo di cui l’aspidistra è emblema. Il giovane Gordon è impiegato come commesso in una libreria, vive tra stenti in un’umida soffitta, scrive poesie regolarmente respinte, nutre un livore sordo per il denaro e per le classi sociali agiate. Lotta contro il conformismo, la sete materialistica della società, resiste, quasi asceticamente, alle tentacolari lusinghe offerte dal capitalismo, alle frivole illusioni suggerite. Lotta, ci prova, almeno all’inizio del libro, poi l’angolazione cambia, si incrina, si ribalta e l’aspidistra coltivata nella soffitta con l’unico scopo di esser torturata diventa improvvisamente una pianta splendida. Qualcosa nella mente di Gordon muta, se per colpa sua, del suo amico Philip Ravelston o della fidanzata Rosemary non è facile da capire, ma cambia e la trasformazione esistenziale è l’aspetto più succulento della trama.
La fattoria degli animali e 1984, i capolavori che consacreranno Orwell nell’Olimpo degli scrittori e tra i padri della letteratura distopica, arriveranno quasi dieci anni dopo, ma in Fiorirà l’aspidistra quel suo inchiostro graffiante e lucido è già pienamente visibile. George Orwell è un libero pensatore e lo dimostra in ogni circostanza, in ogni pagina, se un’ideologia è pericolosa la denuncia, se un comportamento individuale appare fazioso lo smaschera, se la falsità di alcune frasi oltrepassa il limite le condanna. Gordon Comstock, così come l’aspidistra sono dei simboli, icone di un messaggio preciso, figure sfaccettate di un libro edito in edizione integrale per la “Mondadori” nel 1960 con traduzione di Giorgio Monicelli. Fino al 1997 la casa editrice milanese ha pubblicato a singhiozzo il volume, volume oggi davvero di difficile reperibilità, opera, invece, che andrebbe letta e sottolineata, soprattutto dai giovani.

 

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