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Il centro del mondo di Domenico Cipriano

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Il centro del mondo di Domenico Cipriano, edizione Transeuropa, 2014, postfazione di M. Cucchi,  è un libro complesso con una sua ben precisa architettura compositiva, in cui ogni sezione ha una dimensione propria, ma è intrinsecamente collegata al resto dell’opera in una trama di sottili passaggi tematici e stilistici. Al tempo stesso, però, si mostra unitario nell’ispirazione, guidato da un’idea centrale che calamita e organizza intorno a sé tutti i versi e le parti dell’opera. Quest’ idea è a sua volta una domanda: Cos’è casa? Cosa ci fa sentire al nostro posto,  inseriti in un senso che ci contiene e ci avvolge? Qual è per noi il centro del mondo? ( Ci è stato donato un mondo/ inverosimile, tra vetrate innalzate/ e seminterrati, distanze paradossali/ astrali prove di esistenza. Si alzano/ stratificazioni  della roccia, cedono/ le foglie sulle pietre: uno scambio/ teso alla resistenza, a perdonare/ agli occhi la pelle nude delle stelle). Attraverso un percorso lungo e complesso – ma con una pacata e matura consapevolezza, come fa notare Maurizio Cucchi nella sua postfazione – il poeta scopre, e noi con lui, che il centro del mondo può essere ovunque, se non si perdono  o si riesce a riscoprire le radici del nostro mondo, del paese e della terra che ci hanno generato e visto crescere, degli affetti elementari -familiari  ed essenziali – che continuano ad accompagnarci. Tutto ha un senso, sembra dirci Cipriano, se noi sappiamo ascoltarlo e scorgerlo, anche il dolore, il perdersi e l’incombere della fine (la paura ci consuma/ e appare vano appartenere al mondo). Questo senso ci viene restituito dalla parola poetica, che con sobria misura interroga le cose, i sentimenti, i ricordi che ci abitano. La parola – nutrita dalla memoria, che in questo libro viene colta nella sua essenza fondante e germinale –  aderisce alla realtà, soprattutto quella quotidiana e minima, in una volontà mimetica che si sforza con rigore di mostrare le cose nella loro essenzialità e, per far ciò, si serve di una lingua colloquiale dove il verso, partendo da un nucleo endecasillabico, si estende, a seconda delle esigenze della materia da dire, in dimensioni più lunghe e ipermetriche o si contrae più saltuariamente in un dettato più scattante e nervoso. Comunque l’utilizzo che  Cipriano fa del suo stile poetico non è mai fine a se stesso o autoreferenziale, ma è sempre finalizzato a dire, o meglio, ad illuminare il mondo, inteso, dunque, come insieme di senso dell’esistenza, a salvarne i dettagli minimi, ma non per questo meno veri, perché sono quelli e non altri che fanno la differenza nel consuntivo dei giorni e degli affetti (Oggi mia figlia sta scoprendo/ le mani, non ha memoria/ (o non dovrebbe) e le chiude/ per difesa.La nostra epoca/ è racchiusa in quel gesto/e lei osserva come per capire/la distanza dalle cose). Ma c’è un prezzo da pagare per la conquista del proprio mondo e questo prezzo, secondo Cipriano, è la solitudine, che è espressa icasticamente attraverso una simbologia semplice ed efficace, dai lampioni della bella sezione omonima, che si ergono a sentinelle del nostro stare al mondo, una luce nel buio, la luce della nostra coscienza, del nostro domandare (Potrebbero esistere eterne/ col fascino consumato del tempo/ le luci arancioni delle strade,/ silenziose candele artificiali/ che resistono all’alba./ Le guardo intenerito/ ogni sera, quasi attendessi/ una parola, in un sussurro/ la rivelazione della notte), dell’attesa di una rivelazione che alimenti la nostra vita, il nostro incessante sperare (Qui nulla ti riconosce e inganna/ c’è un profumo di uva secca e muschio/ una finestra per il sole, senza un confine netto/ tra vivere e sperare).

 

©Francesco Filia

Una replica a “Il centro del mondo di Domenico Cipriano”