Milano dalle finestre dei bar, di Luca Vaglio

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Milano dalle finestre dei barMarco Saya Edizioni, 2013 – di Luca Vaglio è una raccolta che parte da un’idea forte che si costruisce e si sviluppa in tutto il libro: una visione precisa di una città, Milano. Milano, luogo archetipico della poesia italiana, soprattutto a partire dal secondo novecento, diventa emblema e mappa di un modo di osservare la realtà. Realtà metropolitana che si dà nel suo caotico sovrapporsi apparentemente senza un perché, ma che può essere colta anche in sprazzi di pace o di pausa che solo una grande metropoli sa regalare e trasformarsi così in un immaginario luogo di vacanza, dove il frastuono diventa epifenomeno e il silenzio ne è invece la cifra essenziale. Nel silenzio lo sguardo del poeta può registrare i dettagli attraverso un filtro (le finestre dei bar) che rende ogni cosa degna di osservazione per diventare, poi, parola sussurrata e, attraverso essa, rielaborarli e restituirli nella loro verità essenziale e nascosta. Questa solitudine percettiva ed esistenziale, simboleggiata dalle finestre del titolo, diventa così un’occasione per una riflessione sempre acuta, a volte spiazzante, sul senso dell’esistere proprio e degli altri, sulla possibilità di perdersi o di ritrovarsi, sull’amore e sul dolore e su quel poco di gioia concessaci.

Beve del vino a sorsi lenti
e sorride mentre ascolta
una donna parlare
mi chiedo quale sia la misura
precisa del suo stare bene
se si accordi più al potere
o a una forma di amore
e per lui che peso abbia
l’impulso della passione
se il sesso sia un abisso
o una cosa naturale
e qui davanti a un piatto di fusilli
penso che soltanto dire no
mi ha salvato la vita
che da lì è passato
anche il più piccolo dei miei sì

(pag. 19)

I versi di Vaglio riescono, in un cortocircuito mentale ed emotivo, a cogliere il dettaglio minimo, quasi indifferente e a congiungerlo con l’immenso e coi temi capitali della vita, della sua essenza, del rapporto tra il microcosmo uomo e il macrocosmo dell’universo, come ne “Il riso in bianco e l’infinito”, testo emblematico dell’intera raccolta. Tutto questo avviene con l’utilizzo di un tono sempre piano, colloquiale, a mezza voce, che mostra il senso del suo dire non per accensioni improvvise, ma attraverso un pacato meditare, reso metricamente sia dal verso lungo di molti testi e da un uso parco dell’enjambement, sia da un verso più breve e più scattante, senza perdere mai quel tono complessivo di meditazione mai seriosa, sempre leggera, ma acuta, penetrante, quasi che le parole venissero fuori in un momento di distrazione o di sovrappensiero, tra un bicchiere di vino e un piatto di fusilli. La bellezza del libro consiste nell’equilibrio tra uno stato d’animo di apparente distacco e la fascinazione dell’io lirico verso la vita, che si fa continuamente sedurre dalle cose, dalle situazioni quotidiane, dagli eventi, dai dialoghi intercettati nei locali e, nell’attimo in cui osserva, sprofondato in una poltrona di finta pelle, si ritrae, quasi scompare dalla scena, arretra in un angolo della strada o di un locale, in una posizione defilata, senza però mai perdere il centro delle propria riflessione esistenziale, morale ed estetica. In conclusione potremmo azzardare l’ipotesi che Vaglio, in questo libro, impersona, intimamente senza appariscenti manifestazioni esterne, il ruolo del flâneur, di baudelairiana memoria. Il flâneur – soggetto della modernità industriale che si fa oggetto tra gli oggetti, che è solo nel pigia pigia della folla, per riprendere la definizione di Walter Benjamin – è lo spettatore della commedia umana della città contemporanea, la Parigi capitale del XIX secolo di Baudelaire o la Milano di inizio millennio, e da essa si fa sedurre, se ne sente fibra vivente anche se avverte contemporaneamente un malinconico distacco – reso evidente nel libro di Vaglio da due testi (Altri luoghi e Colico, 4 marzo) eccentrici rispetto al centro tematico- cerca di trovarne la grazia segreta, quell’appiglio che dia un senso al proprio girovagare in continua ricerca di dettagli, sprazzi, spiragli di bello, che giustifichino, anche solo per il tempo di un aperitivo, la sua e la nostra di vita.

Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta
cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

(pag. 22)

 

© Francesco Filia

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