Corpo a corpo #1: Epitaffio, di Giorgio Cesarano

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Gli altri che t’amano e io
— «è finita, finita, finita» —
gli altri che t’amano e tu e io
giustamente per sempre feroci,

noi che ci perdiamo sempre
apparendoci in lunghi corridoi,
noi siamo — tu bene della terra
inguaribile e noi di tanto niente

gli eroi, vivi le anime del niente —
siamo noi, gli altri che t’amano e io
— «così finita finita finita» —

i morti della vita, e tu la tersa
faccia, che ci trattiene veri di dolore,
della sorte, della vita che è persa,

ultimo crampo di inguaribile amore.

.

Epitaffio di Giorgio Cesarano (Milano, 1928-1975) è la terza e ultima poesia della sezione Pastorale, pubblicata per la prima volta ne La tartaruga di Jastov (1966) e ripubblicata nel postumo Romanzi naturali (1980). La poesia è strutturata come un sonetto caudato, ma del sonetto non rispetta sempre la lunghezza dell’endecasillabo, anzi i versi si allungano e si contraggono per rendere in chiave metrica lo spasmo che caratterizza l’intero testo,  pur rimanendo fermi nella loro apoditticità, come scolpiti nella pietra di una lapide. Questa caratteristica – unita al ricorrere frequente dei pronomi personali, che si accavallano e che, paradossalmente, danno un senso di straniamento, impersonalità e indifferenza – fa sì che i due protagonisti della vicenda vengano come risucchiati in un vortice con i residui di tempo, del tempo del loro amore irresuscitabile, a cui si aggrappano.
Il titolo “epitaffio” assume, in questo testo, un’ampiezza che va al di là del significato letterale, o meglio, partendo da esso – “ciò che sta sopra il sepolcro”- allude all’intera vicenda umana, e in particolare a quella amorosa, dichiarandone la sua intrinseca fine. La prima quartina è strutturata, nella sua implacabile drammaticità, in modo da porre i due protagonisti, colti alla fine del loro amore, in contrapposizione agli “altri”. L’amore esclude, esclude tutti gli altri; in questo l’amore è “giustamente feroce”, cioè è conforme alla sua essenza, non c’è pietà o compassione che tenga, gli altri, nel momento in cui due si riconoscono reciprocamente come amanti, letteralmente non esistono più, non sono mai esistiti, esistono solo l’io e il tu che si riconoscono desiderandosi, di un amore crudele verso chi è escluso, ma anche così crudele verso gli amanti da portare all’ineluttabile fine del loro rapporto. A tal proposito è significativa la ripetizione del primo e del terzo verso con la variante del “tu” che rafforza il raddoppiamento, illuminandolo di una luce nuova e definitiva, resa ancor più lancinante dalla drammaticità anapestica del discorso diretto del secondo verso.
Quel che rende tragiche le nostre esistenze è che esse, come ogni cosa, sono condannate a finire, a infrangersi contro il muro invalicabile della morte, a concludersi in un sepolcro, il loro è uno stare provvisorio sopra il sepolcro che le accoglierà inevitabilmente. Ma tutto questo rende, al tempo stesso, stupendi perché strazianti, alcuni, pochissimi, momenti della nostra vita nella loro ineludibile e già decretata fine; fine che però in Cesarano non porta ad una disposizione d’animo e, tanto meno, a una resa poetica crepuscolare e malinconica o vuotamente sarcastica, ma fa sì che la parola e la vita e l’amore per esse assumano una luce cruda e furente. È ciò che ci rende niente, mortali, che ci rende al tempo stesso vivi, che ci rende eroi, ossia, quasi che Cesarano alluda ad una possibile etimologia alternativa, coloro che amano furiosamente, che sentono il crampo inguaribile della fame d’amore come un destino ineluttabile e atroce, destino che però, al tempo stesso, ci rende liberi, nell’unico modo possibile, aderendovi incondizionatamente, anzi mettendolo in atto, diventando, finalmente, ciò che già siamo, “eroi del niente”, dell’amore furioso che ci tiene in vita. È qui che si manifesta radicalmente la nostra terrestrità, il nostro rimanere fedeli alla terra, simbolo incarnato del nostro continuare a finire, il tragico esserle fedeli continuando ad amare “veri di dolore”, di un dolore che però ci fa precipitare in una verità che non ci salva, che non serve a niente. È per questo che l’amore è il luogo paradigmaticamente irredento, “inguaribile”, del nostro stare al mondo. Nel testo, infatti, “inguaribile” è da riferirsi sia all’ “amore” che alla “terra” : perché la disposizione ad amare è ineludibile alla nostra terrestrità e ne è il suo “bene”, come una malattia che non può essere curata, e che si manifesta con un “crampo” quando una storia sta finendo, ma non ancora il bagliore della scintilla che l’ha accesa, il sentimento che l’ha nutrita, che continua ad alimentarne le braci, a illuminarla di una luce sempre più cupa e livida. La separazione, per quanto “giustamente” eseguita, in quanto inscritta in un destino di parole non dette, lascia i suoi “feroci” interpreti soli di fronte al vuoto reciproco dell’assenza: spettri che si incrociano in contatti effimeri, apparizioni fugaci, nei “corridoi” lunghi e stretti dell’esistenza dove continuano a “perdersi”, incunaboli di un tempo ormai irrimediabilmente finito, sopravvissuti in un luogo ridotto a macerie, indifeso sotto il verdetto pronunciato e ribadito dalle parole del discorso diretto: “è finita…” –  verdetto ripetuto con la variante “è/così” nel secondo e nell’undicesimo verso – di anapestica gravità. La solitudine – che è ciò a cui porta l’esclusività dell’amore – dei due che furono amanti è accentuata dalla ripetizione – la seconda volta con una anastrofe – di “siamo noi”, che fa apparire le loro ombre più grandi, paurosamente, in mezzo allo sfaldarsi di quanto avevano costruito insieme e che li aveva legati.
Dunque l’intera poesia – nel suo ritmo franto e sincopato dalle virgole, dalle parentesi del discorso, dai piani delle immagini remote e immediate che si sovrappongono – appare come un unico ininterrotto spasmo, una contrazione del desiderio e della parola, un crampo dell’essere al mondo, per poi liberarsi in un ultimo furioso scatto, solo nell’ultimo verso, prima della definitiva fine, in un colpo di coda drammatico, dichiarandosi tale, “inguaribile amore”. Dichiarandosi quindi come mancanza che cerca di essere colmata da qualcosa che la esorbita e che non potrà mai riempirla, ma solo sommergerla nella sua immensità. Perché immenso è l’orizzonte del desiderare che – nel momento che ci rivolge lo sguardo mimetizzandosi negli occhi di chi amiamo – ci azzera, ci annienta, ci riconsegna al negativo che siamo, al nostro esistere, ossia, etimologicamente, essere sempre fuori di noi alla ricerca di qualcosa, di qualcuno che possa riconoscere e così dirci chi siamo veramente. Quel niente che siamo e che ci abita, che ci costituisce e ci rende vivi e feroci, ci consegna all’incubo di immensi corridoi in cui noi siamo stranieri a noi stessi, eppure proprio in quei corridoi da incubo noi, perdendoci, ci riconosciamo reciprocamente per quel che siamo, riconosciamo l’ombra che ci attraversa, la bellezza, la “tersa faccia”, che ci tiene in vita, appunto, e che fa trasparire il nostro essere mortali. La straziante condizione in cui gli amanti sono gettati e che, al di là delle loro intenzioni li rende uno carnefice dell’altro, è resa ancora più lancinante dall’uso accortissimo delle figure retoriche, come nella figura della sospensione, in cui la dichiarazione che dice chi “noi siamo” incomincia all’inizio del settimo verso, a metà della seconda quartina, e viene ripresa al dodicesimo, all’inizio dell’ultima terzina, in un crescendo esponenziale della tensione, che rende spasmodico l’andamento dei versi, in un susseguirsi di frasi interrotte, di visioni, ripetizioni, che prende letteralmente allo stomaco, fino al giungere alla verità che noi siamo “i morti della vita”, noi siamo una ferita aperta, una contraddizione irrisolvibile. Fino a dichiarare, in un climax  che esplode nei due versi finali, che noi non siamo altro che un perdere la vita. E se la poesia dice l’inguaribilità del “crampo” amoroso e se questo “crampo”, che è esso stesso il dire poetico, non può andare oltre la constatazione drammatica della nostra finitezza, allora non resta che allargare la ferita di questa vita che è già da sempre “persa”, fino alle estreme conseguenze.

© Francesco Filia

[L’interpretazione che propongo in queste righe, insieme ad un altro intervento pubblicato su Nazione Indiana (http://www.nazioneindiana.com/2012/11/26/appunti-damore-gioia-e-disperazione-una-lettura-di-pastorale-di-giorgio-cesarano/ ), è un atto d’amore verso un testo che mi ha “ossessionato” da quando ho incontrato la poesia di Giorgio Cesarano, grazie al suggerimento di Vincenzo Frungillo, con lui ringrazio anche Guglielmo Aprile per alcune sue, per me illuminanti, osservazioni su “Epitaffio”].

12 comments

  1. Francesco, grazie! un grazie enorme col quale intendo colmare un’enorme lacuna, perché mai avevo letto un solo verso di Cesarano; l’introvabile Cesarano! sparito da ogni scaffale (pure da quello cosmico indicato da Ripellino).
    una lettura puntuale, la tua.

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  2. Devo anch’io la scoperta di cesarano all’asse frungillo/filia, per questo grazie. Ringrazio poi francesco per l’idea di questi “corpo a corpo”, un modo di affrontare un singolo testo in maniera molto interessante, sono molto contento.

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  3. Grazie Fabio! Grazie Gianni! Spero che questo post possa nel suo piccolo contribuire alla rilettura di un poeta e critico tra i più radicali e potenti del panorama letterario, e non solo, della seconda metà del ‘900.

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  4. Questa poesia è una strana coincidenza (per me), bella e tremenda. Cesarano è uno di quegli autori che riesce a restituire il sentore di un epoca, la vita propria e, allo stesso tempo, quella di tutti. Cosa si chiede di più? Questa rubrica di Francesco, a partire da questo densissimo e puntualissimo commento, mi sembra un sillabario per chi ancora crede nella poesia come scrittura radicale.

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  5. Allora quei versi non me li seppi spiegare
    partigiano della gioia e così sordo all’inferno
    disceso ora con te dove brucia l’inverno

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