Luigi Ballerini – Cefalonia

cefalonia

Luigi Ballerini, Cefalonia 1943-2001, Marsilio, € 12,50

«[…] Parlano Ettore B soldato italiano caduto in combattimento (ma forse fucilato), e Hans D uomo d’affari tedesco nato con la camicia, ovvero capace di cadere in piedi, sia prima, sia durante, e sia, soprattutto, dopo i combattimenti. Il rapporto che lega i due “personaggi” ai fatti accaduti è assai diverso: reale e finale quello di Ettore B; decisamente surrettizio quello di Hans D. La loro convocazione in queste pagine ha senso,  quindi, solo sul piano simbolico. Vittima diretta il primo, carnefice indiretto il secondo, che deve tuttavia farsi carico del sospetto fortissimo, e pericolosissimo, che i carnefici esistano solo laddove abbia corso la cultura del disprezzo di cui egli è parte integrante.»

.

ETTORE B

sulla mia morte non ci sono dubbi. Ne rimangono invece
intorno ai modi: caduto secondo la vulgata, su di un’arma
quasi bianca, e dopo giorni di attacchi rinviati, insidiosa
corre anche voce che sia stato messo al muro. Non poteva,
l’incertezza, non turbare chi del mio silenzio s’era fatto
una specie di ragione, sia pure a mezzo di sarcasmi e scatti
di non trattenibile violenza (come assente ho suscitato attese
di esperienza che sarei stato fiero di evitare). Sforzandomi
di contare come vivo, ho comunque istigato non illeciti
e non sospetti annusamenti di verità: che una mala fede,
per dirne una, si osservi meglio se un ribrezzo intermittente
soggiace alle lusinghe di un dio massaggiatore, o quando
non gracchia al modo delle rane, né urla s’ode a destra uno
squillo di tromba cui risponde uno squillo, a sinistra. Sapersi
maschere sdipana sintomi di parossismo, di chiaroveggenza
(esserci, starci, cantare per farsela passare, per capire chi ha
chiesto e chi ha pagato impunemente il conto, la zavorra).
Vivi o morti, è da vivi che si tenta di tornare sui passi del
proprio delitto, che ci si torna, untuosi, fingendosi morti.

HANS D

scrupoli non ho che siano duri e molli come paraffina o come
olio di canfora, o di merluzzo, e diano abbrivio alla rimonta,
al rinnovamento ideale che viene a galla o slitta nel dare avere
di un’afosa teoria di santi e di megere: da ogni punto di vista
il mio è l’esempio più subdolo e inattaccabile, più ostinato e più
affetto da ritrosia. Mio, per capirsi, come “me la tengo stretta”
e “parlo per denegare tracce di connivenza privilegiata, di luce
che avvilisce la penombra del senso”. Sono tracce che non c’è
bisogno di seguire fino in fondo: perfino i mie pro tempore,
le mie magagne affossate, possiedono la lugubre destrezza
di un esilio dove il filo spinato si confonde coi rami spinosi
di un cordoglio, di una passione imprecisa. Mio come lo stile
con cui elargisco ceste febbrili di pane bianco. E poiché nulla
si può elargire al di fuori di allarmanti somiglianze, mio come
“vicariamente”, o lettera nascosta sotto il naso di tutti, caduti
e fucilati, nei giorni di un settembre che la pioggia non cessò
di picchiare, argentina, sui tegoli del tetto, sul fico e sul moro.

ETTORE B

fronda non direi ma un surrogato di mezza stagione, una pallida
ecchimosi adorata in luogo di tremore, di tumore arrogante, o con
voglia di scherzare. E neppure doppio gioco, doppio incastro di una
volontà che si attiva tuonando parole d’ordine (tracciare con l’aratro
il solco, difenderlo con la spada, fare la guardia ai fusti di benzina).
Meno che mai martirio per cui si accede, anche non battezzati (che
ne basta il desiderio), alla gloria di santi cha sapranno intercedere
presso la madonna pellegrina, la quale saprà intercedere anche lei
presso la divina podestà, modificando gli esiti di una disfatta logica
prima di tutto. Teniamoci quindi ai fatti emergenti dalla certezza
dell’altrui vacillare, all’inganno pregiato che divide l’intenzione
dal suo dichiararsi; e salpiamo solamente a partire da elisioni
che schiumano nel brodo di referenti spostati e condensati, cui
vanno soggette alcune affabulazioni compensative: “Essere dei
nostri” potrebbe voler dire aver trovato Dio che dormiva ed essersi
sottratti al suo disdegno, all’invito di decifrare l’emblema del suo
distendersi nel mondo per dargli luce. Lasciamo per tanto a chi le
merita (per ceto e usanza) le stellette che noi portiamo e le culottes
che invece non portiamo e sono la fottutissima croce di noi soldaaa

HANS D

non sono di quelli che tirano mattina per dire che la faccia di un Jack
Palance è la prova che dei buoni ce n’era perfino tra i nazi e ce n’è
tuttavia, sontuosamente affrescati con la luger in mano e le bretelle.
Sostengo, questo sì, che per aggiungere “me ne vanto” a “me ne frego”
(e farsi conoscere dallo straniero) non è necessario invocare i vantaggi
di una coerente lungimiranza: basta convincersi di aver vinto una volta
per tutta la tentazione di figurare in prima persona. Chi oserebbe parlare
di Zeitgeist per dei rami di pesco che vende al quadrivio una vecchina
«mentre piove e spiove sotto l’aspro alternar delle ventate»? Quand’anche
non avesse un suo figlio mangiato del mio pane azimo, non sarà questa
filologia da rimasto a galla, a tenerlo lontano dai pericoli di una latitante
apoteosi: la lugubre voglia d’’incidere nel sociale si ottiene osservando
chi con ciclica disinvoltura si pente di errori commessi illustrando il ritmo
inarrestabile del proprio emanciparsi: regina di cuori è diverso da regina
prematura, da prezzo elevato che non dura, che non può durare, diverso,
per natura, dal disprezzo che amo, da cui debbo astenermi con cura

[…]

© Luigi Ballerini

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