Claudio Damiani – Cinque inediti e una nota di lettura

Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso (1883)

Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso (1883).

E questo canto, amore mio, di cicale
sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,
cielo azzurro e poche nuvole, piccole,
odore forte di rosmarino e ginestre
e questo canto pazzo che non si ferma
nell’aria bianca bruciata
e noi, io e te, sotto questi pini
alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,
tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate
e perle tra i capelli,
là sulla collina il nostro capanno di legno
e giù lo scoglio dove passo tutte le notti
a piangere guardando il mare.

*

Noi siamo i kamikaze, i viventi,
dalla nascita ci schiantiamo ogni giorno
sulle navi nemiche.
Ci droghiamo per non pensare troppo,
di profumi ungiamo i capelli
e fiori colorati, balliamo e cantiamo
a squarciagola, di fanciulle meravigliose
dalla vita breve ci innamoriamo
anche loro kamikaze,
nel loro nome la nostra vita immoliamo
(come loro, nel nome nostro, immolano la loro).
Ma a volte ci ritroviamo in solitudine
e riflettiamo sulla nostra vita monca,
guardiamo gli animali che sembrano non avere
coscienza della morte e li invidiamo,
e non vorremmo più tornare a ungerci i capelli,
non vorremmo più tornare a ballare e a cantare,
vorremmo prendere le nostre donne e fuggire
in un vascello incantato sull’ampio mare,
toccare isole meravigliose dai nomi mai sentiti,
assaporare frutti esotici, pescare pesci prelibati,
cullarci a lungo su amache all’ombra di palmizi
mentre il sole al tramonto infuoca mare e cielo
e venire uccisi in pochi minuti dagli indigeni.

***

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C’è sempre stata l’aria con me
e la luce del mattino, sempre l’aria e la luce
camminavano per mano, e con loro il tempo
misterioso, loro fratello invisibile
che sbucava da un angolo e dava la mano anche lui
e camminavamo tutti e quattro insieme.
La strada curvava con delle sue curve dolci
che decideva lei, non dava la mano a nessuno
ma accoglieva i nostri piedi,
la strada che era già fatta e si faceva insieme a noi
e aveva parti dove noi non camminavamo,
la strada silenziosa, che non parlava
ma era contenta anche lei
nel segreto del suo cuore.

*

Mentre l’aria era nuova e il sole era nuovo
e gli alberi erano giovani
la strada invece era già stata fatta
e già era andata e già era venuta
e anche la terra su cui era stata fatta la strada
era piatta e era stata fatta prima
e anche il monte era cresciuto da poco
che si sfocava nella lontananza
e l’odore dell’aria e il fresco del respiro
erano nuovi, venuti col mattino
e con la luce
mentre la strada era stata la notte
sola, non vista, sulla terra piatta
e c’era qualcosa che vibrava nell’aria
in sospensione, invisibile forse
e che passava tra un invisibile e l’altro
veniva avanti e poi rimaneva dietro
con l’avanzare dei passi.

*

Quel tempo lì, scaturiva da un orifizio
(io lo chiamo così, ma in realtà erano infiniti
gli orifizi, e invisibili)
come scaturisce ogni tempo
e anche questo tempo, quello di questi istanti,
scaturisce nello stesso modo
e è lo stesso tempo,
poi si spandeva come un liquido sulla terra piatta
mentre nello stesso istante altro ancora scaturiva
e io avevo dietro
quello che un istante prima era avanti.
Eppure era bello sedersi a un lato
e fare finta di niente di tutto questo movimento,
immaginare tutto immobile, e accanto
come qualcuno che riposava accanto a me
e io potevo far finta che non ci fosse,
che io potessi muovermi, e lui stesse fermo,
e io potessi finalmente riposare,
o anche dormire, e lei fosse una donna
con una grande gonna, e stesse ferma sui campi,
bella nel tramonto con il sole basso
e rosso, bella nella notte
e nella mattina luminosa, bianca.

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NOTA DI LETTURA

È difficile, per chi abbia una volta conosciuto la poesia di Claudio Damiani – nel suo timbro gentile, nel suo ritmo piano e naturale – non riconoscerne l’impronta all’ascolto successivo; e questo perché a riproporsi è quell’apparente semplicità di cui il lettore può godere come di un canto preesistente. Damiani non scruta e non esplora, ma guarda e interroga; le sue parole non si fanno mai mirino, ma richieste di colloquio. E i suoi costrutti appartengono a una lingua nostra e primordiale, intima, cullante, da dominare (e da ascoltare) con lentezza. Damiani tiene saldo il filo perché appaia lento, lo sfila e lo ripiega con pazienza perché in nessun punto si creino grovigli o cappi, e sceglie questo ritmo e questa misura per chiamare a voce i suoi temi cari: la presenza nel tempo, l’intreccio con il tutto che compone l’universo, il singolo elemento naturale come compagno di un cammino.
Ma come la limpidezza è ottenuta a patto di maestria, così la pace è, a tratti, inquieta. Batte un tempo greco, in una delle poesie proposte; sintagmi che non lasciano alcun dubbio sull’atmosfera che desiderano creare: due creature, due amanti, sotto i pini, stordite dagli odori, e attorno a loro un «canto folle» che qui si vuole di cicale, fino alla chiusa amara, inaspettata, più brusca di quanto sarà con la poesia qui successiva.
Negli ultimi tre componimenti torna il paesaggio, tema caro a Damiani, che qui è quello della sua infanzia, il villaggio minerario di San Giovanni Rotondo ai piedi del Gargano; torna lo sguardo, che attraversa tutta l’opera del poeta, su una materia vivida e pensante che è quella della natura, sulla distesa che custodisce lo spazio quanto il tempo. E torna il tema della strada: e ancora la strada, che sia più o meno battuta, è qualcosa che affiora; in qualsiasi punto la si calpesti, la strada è più che percorso, è ospite da sempre e per sempre del tempo minimo di chi vi cammina e del tempo più vasto di ogni possibile camminatore. Fino all’ultima delle poesie proposte, dove le orme lasciate sono in qualche modo più pesanti, la luminosità è vicina a diventare abbaglio, e si spera quieto un movimento che è, come per la poesia, di spazio e tempo assieme. Si sterza, ma senza ripiegare: una particella minima ed ecco valicato il filo che separa la pienezza da una forma delicata di nostalgia, il cammino della specie dalla malinconia di chi si ritrova a «piangere guardando il mare», e sperare di venire ucciso «in pochi minuti dagli indigeni».

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Foto di Dino Ignani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo e si è trasferito, durante l’infanzia, a Roma. Qui è stato tra i fondatori, nel 1980, della rivista letteraria Braci. Ha pubblicato le raccolte Fraturno (Abete, 1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Scrittori, finalista Premio Viareggio), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona, Premio Alpi Apuane), Il Fico sulla fortezza (Fazi, 2012, Premio Arenzano, Premio Camaiore, Premio Brancati, finalista vincitore Premio Dessì). È del 2010 l’antologia, a cura di Marco Lodoli, Poesie (Fazi, Premio Prata La Poesia in Italia, Premio Laurentum). Ha inoltre curato i volumi Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992), Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995) e Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000).
Il suo sito web è http://www.claudiodamiani.it.

3 comments

  1. Si potrebbe stare ore a centellinare questi versi per gustarseli
    senza sprecarne alcuno, il tempo in questo caso è ben speso.

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  2. Curioso che i temi che tratti sono un po’ gli stessi da me trattati in alcuni miei lavori, come ad es le cicale in un poesia da ma intitolata: “Mietitori”., che rientra nel capitolo delle poesie sui mestieri,e che si rilega al Pascoli se ben ricordo della poesia Romagna, con:
    “Il canto delle aeree cicale,
    si fa mano mano più fioco….” …., o l’altra mia sul tempo che esordisce con:
    “Il tempo scorre e non ritorna indietro,
    sfumando i sogni, dei bei di passati,….”
    Oppure le forme invisibili della natura lungo la strada, che richiamano di sicuro anche alle mie ancestrali origini contadine risalenti per lo meno ai Malatesta e che ricordano, magie della natura e credenze di gnomi e folletti anche se non non vengono direttamente nominati.
    Grazie infine dell’invio di queste chicche che proprio nella ricorrenza dei morti assumono un particolare significato di ricordi, di nostalgia e di rimpianto.
    E la tua seconda mi ha fatto ritornare alla mente questa mia, scritta anche nel pensiero e ricordo della mia perduta Moglie e Compagna di vita proprio il, 2 Novembre del 1999 dal titolo:

    “LA MAREA DEI RICORDI”

    Nostalgia del mare,
    nostalgia d’amore.
    Nostalgia dell’onda,
    che cullava la nave,
    quando m’addormentavo,
    al suo dondolio.
    Dormivo e sognavo
    crociere fantastiche,
    coi lucenti delfini,
    che saltavano sulla sua scia,
    gocciolanti perle di mare,
    sfavillanti come stelle.
    Mare di libertà,
    mare d’amore!
    Libero è l’uomo
    che s’en va pel mare.
    Libero di volare e di sognare,
    cercando nuovi lidi e nuovi amori,
    ed una nuova terra da approdare,
    nella speranza che domani il sole,
    sorgerà ancor più bello e luminoso,
    a riscaldare questa nostra vita,
    a fare luce sul nostro domani,
    a ridare la vita alle speranze.
    Rideva la vita
    di giovinezza grondante.
    Ma venne la fine …
    Nostalgia della nave,
    che a lungo fu a me casa,
    ridotta a rugginoso ammasso,
    di ossido e salsedine
    che mordevano lo scafo
    ormai senza più vita.
    Vuoto guscio che non pulsava!
    E le cozze sullo scafo
    che mordevano la carena
    corrodendo chiglia e speranze.
    Nostalgia d’amore,
    nostalgia di te.
    Nel giorno del ricordo
    un solo fiore ci lega,
    colto nel nostro giardino
    in questo triste giorno.
    Giardino di rose fiorite,
    ma senza più profumo.
    Rose che erano d’amore,
    e adesso di passione perduta.
    E la marea dei ricordi,
    rifluisce nell’oblio
    e nel perpetuo rimpianto “….
    2 Novembre 1999

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