Giuseppe Merico – Prima viene la pioggia

San Paolo - foto di gianni montieri

La terra fuori è bella, bianca, verde e ros-
sa ma dentro è di colore nero, più scura
della morte.
Walther Von Der Vogelweide

I’m having trouble inside my skin,
I try to keep my skeletons in.

Slipped – The National

***

Un bambino di nome Leo chiese a sua madre di non guardarlo – non erano nemmeno le nove del mattino  – non quando faceva la pipì. Sua madre, una signora dagli zigomi alti che aveva partorito il bambino troppo tardi e al cui centro della faccia aveva una macchia umida più scura della pelle circostante si avvicinò ancora di più al bambino che se ne stava in piedi di fronte al water e guardò così intensamente il bambino tra le gambe che le gocce di urina smisero di venir giù. Leo cercò invano gli occhi della madre, la implorò di andarsene rimanendo fermo per un po’ con il pisello stretto tra l’indice e il pollice della mano destra, uno spessore così minimo che sembrava non tenere niente in mano se non l’idea, nemmeno tanto chiara, di qualcosa. La madre non lo guardò negli occhi nemmeno quando il piccolo le sferrò una doppietta di calci sugli stinchi, le pestò i piedi e si affannò invano a scacciarla dal bagno. La madre di Leo era molto pesante e non era quel tipo di persona che la sera prima di addormentarsi o la notte si chieda se possa fare qualcosa per migliorarsi o se ciò che ha fatto durante il giorno abbia provocato disagio, dolore o smarrimento in qualcuno, in questo caso e non solo in questo nel suo povero, piccolo Leo.

Alle dieci e un quarto, seduta sul letto, i piedi nudi buttati sul pavimento quasi non fossero i suoi, di fronte allo specchio della camera da letto, la signorina Milva ascoltava il frangersi della pioggia contro i muri della sua villetta. Le traiettorie compiute dalla spazzola, un vecchio ricordo della nonna materna, aumentavano di velocità man mano che questa terminava il tratto di percorso nero corvino e liscio molti centimetri più giù dalla testa. Dopo aver cominciato con un’andatura regolare e ritmica, la signorina sessantenne, mai sposata e ancora intatta, iniziò a strattonare a metà percorso e giunta fino a metà della spalla o continuava fino alle punte per poi sfilare la spazzola e riportarla alla sommità del capo o strappava via, in ogni caso i colpi dopo all’incirca dieci minuti erano diventati così violenti che i suoi capelli, motivo di vanto per tutta una vita vennero via a ciocche sempre più spesse, le sue dita le sfilavano dai denti di metallo della spazzola e solo un “ecco” ossessivo e diabolico, ripetuto tante volte quanti erano gli strappi, andava a inframmezzarsi al monotono rumore dell’acqua che bagnava i vetri della finestra.

Erano da poco passate le undici quando Emiliano, di qualche anno più grande del fratello Mirko, gli lasciò un segno e un ricordo sul collo e fu soltanto per merito della madre accorsa sotto la veranda che il fratello minore non morì quel giorno perché sarebbe bastato solo qualche altro giro di lenza e qualche grosso vaso sanguigno del collo sarebbe stato reciso. La morte sarebbe sopraggiunta così o per asfissia.

Quando i rintocchi della Chiesa Matrice furono dodici Padre Antonio non riuscì più a trattenersi e si asciugò la punta del cazzo sporca di sperma su uno dei fazzoletti di cotone che la madre gli stirava. La masturbazione fu più rapida del ciclo delle campane tanto a lungo era rimasto intrappolato il demòne nella sua testa. Alla fine rimesso a posto l’attrezzo che a malincuore si trovava tra le gambe dalla nascita, abbassò la levetta e le campane la smisero di “sculettare come troie”, parole sue o del demòne che si portava dentro.

Prima delle tre, causa l’abbondante pioggia, il furgoncino del caporale sbandò pericolosamente e andò a rompersi contro il muro di una casa cantoniera, la parte anteriore del mezzo si compresse come una fisarmonica e il parabrezza scoppiò sulla faccia dell’uomo che stava alla guida, questi prima di perdere i sensi ebbe il ricordo di due mani tese che lo tiravano fuori da qualcosa, un foro, un buco, un pozzo o un canale uterino.

Sempre a quell’ora, ma più a sud sotto un nembo più scuro degli altri, sotto la pensilina di una bella casa, ma soprattutto sotto il peso di una sottolineatura di parole che lo spostava più in là in una zona oltre la siepe, dove si diceva ci fosse il mondo degli altri, un uomo non più giovane e con la barba di un invidiabilissimo grigio cenere – la mano destra nella tasca di un paio di pantaloni comodi e larghi e di buona fattura che ricadevano morbidamente su un paio di sandali tedeschi, la mano sinistra protesa verso il suolo che è il luogo a cui tutti siamo chiamati, non in alto ma in basso, sussurrò a labbra strette, quasi si vergognasse, “eccoli i giorni, la lunga sequela dei gesti ripetuti, si nutrono di mancanze, le mie, additano la colpa che è coda, mi riportano a me anche quando non voglio, questo male che sono io scava un solco nell’aria ed è fatto di dolore, una frequenza non più conciliabile con il resto, la voragine aperta settantacinque anni fa ora si richiude.”

“Finalmente” aggiunse dopo, poco prima di rientrare in casa, chiudersi la porta alle spalle e spararsi un colpo di pistola che lo attraversò da tempia a tempia.

Capitava all’uomo di svegliarsi nel cuore della notte sentendo l’odore della polvere da sparo, arrivava da lontano, la pineta non era fitta e tra gli alberi c’erano dossi e avvallamenti della misura di qualche decina di metri, linee curve e morbide che non meritavano lo scempio dei corpi insanguinati. Le esecuzioni avvenivano lì, i controsensi anche, chi c’era c’era, partigiani, sospettati di averli tenuti nascosti nei fienili, nei granai, di aver fatto la vedetta al paese prima che arrivassero loro a rastrellare. Il meridione era stata una scappatoia, una casa che non visitava più e un allontanarsi dall’Appennino, lo avrebbe obliato, avrebbe vissuto, ce l’avrebbe fatta, avrebbe dimenticato e i morti si sarebbero dimenticati di lui. Invece non era andata così, venivano a fargli visita la notte, donne con il cuoio capelluto zuppo di sangue, tenuto tra le mani, i crani esplosi, le membra che sfuggivano ai ventri, uomini della sua stessa età che non avevano avuto il coraggio di arruolarsi ai quali prima aveva fatto saltare le ginocchia, poi aveva sparato in testa con la pistola, venivano e lo guardavano, silenziosi, ai piedi del letto.

Alle tre e un quarto lo sparo echeggiò nelle stanze per qualche frazione di secondo poi ci fu solo il silenzio prima che arrivasse la polizia a forzare la porta di casa.

Tra le cinque e le sei la oramai ex ragazza di Faustino, seduta sul cesso di casa sua pensò a lui nei termini di una figura di Bacon la cui faccia si trasformava sotto la spinta di una forza entropica in un disco concavo.

L’intero paese era sferzato da una pioggia che ne  mostrava a chi avesse provato un minimo interesse a interpretarne l’aspetto, una faccia costernata perché si era levato un vento che la sbatteva di qua e di là, interlocutoria come un bambino che non capisce di aver fatto qualcosa di sbagliato. Riflessiva, si prese delle pause, si spostò di lato, lasciò spazi vuoti.

Alle sette e sette un costone di terra si staccò dalla parete e franò in un mare grigio e tumultuoso, l’acqua alla riva cambiò colore, si fece rossa come il sangue del signor Orazio, il coltello era entrato da dietro, non aveva incontrato ostacoli, un po’ più a destra ci sarebbero state le vertebre cervicali, invece per la mano che aveva sferrato il colpo fu come riporlo nella sua guaina.

***
© Giuseppe Merico 

sito internet dell’autore

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...