Da “Mnemosyne”. Poesie di Michele Montorfano

Michele Montorfano Mnemosine copsito

Titolo: Mnemosyne

Autore: Michele Montorfano

Editore: Lietocolle 2013

Da Camera dei Prolegomeni (Arbeit macht frei)

*

Il corpo ritorna a galla
nel maneggiare le ferite.
I musi vengono legati con le pinze,
gli occhi ustionati dal sale, aperti.

E vedono le bocche dei leoni
rovesciarsi sulla terra.

*

Non ci sarà più luce sulle pareti solo il nero che cadrà a pezzi;
corpi che resistono agli orrori, al vortice della guerra.

Squadroni che divorano la notte infinita che tutto confonde.

**

Da Il mondo migliore

*

Bruciano ancora
distrutti dalle pillole.
Hanno il corpo che entra
nei nervi e bocca,
lastre, eterne scorie terrestri.

Ma vengono da lì,
da una lenta infiliazione con le mosche,
da un pensiero tronco.

*

Si accendono come un sacco di comete.
Al loro primo abbraccio
cadono, si fratturano i colli.

Uscivano tagliando
acqua, legno marcio.
Uscivano già morti.

**

Da Io sono l’amore

*

Nonostante tutti questi anni passati
nel macello del paese
a battere le code
ancora a strappare le zampe
dalle armature per smollare
la cartilagine nelle vasche
non capiva quel midollo
di sudore, di burro lasciato cadere dalle gambe.
Non sentiva le cuciture saltare nel frastuono.
La carne, crescere di un corpo.

*

Potessi almeno aprirti la schiena, vedere
che cosa mi sono lasciata dietro
se il grano che pronunciato accese le pietre
o la cenere quando squarciata dal freddo
ritorna come un capogiro nella folla.
Ma vedi, in queste pause del respiro
che sono un seme misto al sangue certo,
ma sempre un seme, io chiedo.

Chiedo che ti rompa la notte;
che ogni sillaba trovi spazio sul tuo ventre
e che l’acqua che rompe i rami
rimanga nel buio la tua firma.

Questa la presenza.
La mattina oltre le persiane.
La piazza che si apre.

**

Da Distruzione e salita di Lilith

*

Era la grande estate che ci travolse tutti.
È la donna, la pietra, che sbrana se stessa.
Chiede: “Distruggimi, fammi santa come un mattino d’estate.”
E mentre parla si sfalda.
Scortica l’edera dai viali.
Cava la carne da se stessa.

Cuore e mani sono sangue.
I seni, l’addome, il nero sparso sulla terra.

*

Si allarga. La chiglia deflagra, il midollo tocca terra.
La trachea è la pietra lucida dei tetti.
La gola che sprofonda, il vento che recide le finestre.
Urla: “Tagliatemi!” E le costellazioni si alzano in piedi.

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Michele Montorfano è nato a Como nel 1976. Dal 2011 risiede a Milano. Ha studiato cinema, pedagogia e filosofia. Ha lavorato nel campo della pubblicità e del sociale. Sue poesie sono apparse in diverse riviste tra le quali ‘La Mosca’ di Milano e nell’’Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea’ (Raffaelli editore). È stato finalista al Premio Cetonaverde 2011.

Questa è la sua opera prima.

One comment

  1. Capperi, che immagini! La lingua segue il quadro pittorico! Finalmente un tipo di verso che non si arrampica sugli specchi, ma dice una realtà che sta nel profondo visionario! Complimenti. Gianfranco de L’arcolaio!

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