(Ri)Leggere Beppe Salvia: L’improvviso editto (1980)

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Beppe Salvia

L’improvviso editto

1

A un tempo son certo adesso e della
inutile mia prova e della sua bellezza
goffa austera;
.             ridetemi appresso continuerò a mentire;
mai seppi scrivere e nessun metro
grammatico voglio che mi s’accosti,

per quanto tetro e inetto è come il tuono
il mio suono, forza della natura.

 

2

Me ne vado vagando e v’assicuro
son duro a sentire ogni loquela
sorda di costoro i potenti;
non valgo nulla e nulla pagherò
di mio all’Eterno;

di più, m’accorgo d’impetrare
un dolore nuovo a Natura Novella
all’Universo tutto, quello
di dirmi infine nuda marviglia
anch’io del creato come la dura
pietra come lo scoglio inerte;

per questo traverserò, e traverso.

 

3

Potete sentirmi adesso?
Non schiudete occhi pavidi
davanti l’orror mio
e che vi manifesto; è l’orrore di tutti.

Potete nicchiare adesso! v’ho detto
v’ho gridato il mio caso, come
tutti sono, centro dell’universo.

 

4

Non mi nascondo più. Non
lecco lo ferite mie. Non voglio perdonarmi
d’accordo, ma nemmeno ossequio
voi; io poso, son gradasso, urta
il mio modo d’accordo, ma il vostro
vetro non vale il diamante che ho trovato;

fu un caso è vero, non ho da vantarmene,
e d’altronde duole assai questo peso,
misero me essere il vostro metro,
.                                      comunque.

 

5

Arricchisco in questa indigenza!

 

6

Alcuno s’ammalò rima d’ogni alba, sempre

del male che acceca ed impedisce
cennare l’intesa o declinar l’invito.

 

7

Perché credete ch’io faccia
il paio, con malagrazia e avvedutamente
e felice di questo, col morto
tocco di quest’ora maligna?

Perché credete ch’io accordi
il mio canto all’inutile sirena
dello stagno inerte?

È solo perché l’unisono bifido
di questi versi possa chiamare
l’ultimo suono alla mia
ammalata nostalgia, al male
che mi fa veder tutta perduta
quest’infinita meraviglia
che già mi creò, me come tutto.

 

8

Non sopporto più che mi si taccia,
e lo grido, lo griderò
in eterno;

o già l’ascoltate da sempre,
nevvero? questo rombo pedante come l’orifiamma fredda
sulla chiostra di guglie
del castello d’un pazzo.

 

9

Non vi chiedo l’ascolto
non v’ho prestato molto
del mio

troppa miseria mi dimenticò
.                            ogni riguardo.

.


Beppe_Salvia_BBeppe Salvia nacque a Potenza il 10 ottobre 1954. Animo irrequieto ma poliedrico come pochi, Salvia esordì in poesia nella seconda metà degli anni Settanta, destando l’interesse di Elio Pagliarani e Dario Bellezza, e vedendosi pubblicate le prime poesie in varie riviste, tra le quali «Lettera» e «Nuovi Argomenti», nonché con la silloge autoprodotta Il coro (1977). Ma è a partire dalla prima metà degli anni Ottanta che Salvia pubblica i suoi testi più importanti e soprattutto lascia un segno “eterno” nel clima di rinnovamento della poesia che percorre l’Italia, riverberando dalle zone più periferiche (si pensi alle esperienze romagnole o marchigiane degli stessi anni, solo per citare due esempi tra i più noti): appartengono a questo periodo, che corrisponde anche all’ultimo della sua vita, le collaborazioni con Gabriella Sica e la rivista «Prato pagano», e l’importante esperienza di «Braci», rivista fondata dallo stesso Salvia insieme ad Arnaldo Colasanti, Claudio Damiani e Marco Lodoli (per citare alcuni dei collaboratori alla rivista).
Se si eccettuano le poesie e altri testi consegnati alle riviste, l’opera di Beppe Salvia è da considerarsi tutta postuma, come pure la sua ‘fortuna’. Morto suicida a Roma il 6 aprile 1985, la sua prima raccolta, Estate uscirà per l’appunto postuma nei «Quaderni di Prato Pagano», con l’eteronimo femminile Elisa Sansovino. Seguiranno negli anni altre pubblicazioni in grado di alimentare un mito sotterraneo della poesia italiana contemporanea, poco frequentato e nominato dai più, ma ben presente e radicato in chi è venuto a contatto con questa voce limpida (magari attraverso la lettura di Claudio Damiani, spesso raffrontata all’esperienza di Beppe Salvia). Le più recenti pubblicazioni risalgono rispettivamente al 2004 e 2006: I begli occhi del ladro, a cura di Pasquale Di Palmo (Il Ponte di Sale, Rovigo; su quest’edizione si veda quanto scritto non molti anni fa da Gabriella Sica), e il bel libro – facilmente reperibile – Un solitario amore, a cura di Flavia Giacomozzi e Emanuele Trevi (Fandango, Roma).
Si attende ancora un’edizione che raccolga tutta la produzione in versi apparsa sia in rivista vivo l’autore, sia postuma, edizione più volte auspicata. [f.m.]

L’improvviso editto venne pubblicato nel n. 1 della rivista «Braci» (novembre 1980). I testi e le poesie che Beppe Salvia ha consegnato alla rivista sono ora disponibili in rete nel sito a lui dedicato e curato da Mauro Biuzzi: www.beppesalvia.it. Da questo sito ho tratto sia il testo della poesia sia l’immagine di copertina del primo numero di «Braci».

8 comments

  1. «Perché credete ch’io accordi
    il mio canto all’inutile sirena
    dello stagno inerte?

    È solo perché l’unisono bifido
    di questi versi possa chiamare
    l’ultimo suono alla mia
    ammalata nostalgia»:

    versi, questi di Beppe Salvia, che giungono con efficacia per immagini, contrasti, suoni e richiami, dotti, ma mai astrusi (ché quella “ammalata nostalgia”, come ben scrive Clelia, non può non colpire chi la conosce). C’è davvero da auspicare l’edizione completa dell’opera di Beppe Salvia.
    Grazie, Fabio.

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    1. Ricordo che qualche anno fa in un piccolo blog aperto e poi giustamente chiuso auspicai per Ripellino un ritorno alla sua poesia e un’edizione dei suoi libri di poesia. Alla fine i libri furono due perché due gli editori per lui.
      Chissà che non accada altrettanto per Beppe Salvia. “Un solitario amore” è già un bel modo per avvicinarsi alla sua poesia, ma alcune cose che io trovo davvero belle, come “L’improvviso editto”, sono rimaste escluse, inspiegabilmente – per me – escluse. Facendo un giro nella rete ho notato che nel corso di quest’anno e di quello precedente già altri blog e nomi più competenti di me si erano occupati di Beppe Salvia: forse i tempi sono maturi o forse siamo affetti tutti da questa “ammalata nostalgia” che però ci culla pure in questo ricondurci direttamente al centro di un’alta tradizione non per sfoggio bensì per necessità.

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  2. Grazie, Fabio, per averci(-mi) segnalato questa gemma; tra l’altro, campanilismo impone che un mio conterraneo lucano sia assolutamente esaltato e sostenuto, in questo caso più che giustamente. Mi ha colpito in particolare questa:

    “Non sopporto più che mi si taccia,
    e lo grido, lo griderò
    in eterno;

    o già l’ascoltate da sempre,
    nevvero? questo rombo pedante come l’orifiamma fredda
    sulla chiostra di guglie
    del castello d’un pazzo.”

    Dura l’amarezza, dolorosa, quasi nevrotica, di creatura dimenticata..

    Vito S

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  3. Non mi stupisce che sia piaciuto a Bellezza e Pagliarani. Soprattutto il primo. Ottima lettura, peccato debbano passare 30 anni per riscoprire questi autori meritevoli. Il “mercato” della poesia è spietato quanto gli altri mercati.

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