Interviste credibili # 11 – Rosario Palazzolo

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Ciao Rosario, intanto ho appena scoperto che hai un anno in meno di me, cosa inaccettabile, comunque andiamo avanti, l’ho scritto solo per fare un po’ di teatro. A proposito tu fai teatro o “teatro”?

Mannaggia, Montieri, sapevo che avresti iniziato così. Né l’uno né l’altro, comunque. Io faccio le virgolette, solitamente, solo quelle. Le apro e le chiudo. Non manco di perizia, però, e nemmeno di una certa dose di ostentazione. Del resto, come sanno bene coloro che mi conoscono, fra etica e estetica non faccio distinzioni. A ben vedere, l’una è sempre la determinazione dell’altra. Il problema è che imperversa il mal vedere, oggigiorno.

In merito all’età, mettiamola così: il mio anno in meno si vede tutto, così come il tuo in più.

Dimmi qualcosa di Palermo (la tua città) che la gente non conosca già come suggerimento turistico o banalità giornalistica.

Non m’intendo per nulla di Palermo, è risaputo. Figurati che spesso mi perdo. Allora, metto un cappello,  m’avvicino a qualcuno e, con voce estera come so solo io, chiedo Pardon, dove si trova la via tale? – il pardon funziona una meraviglia, sempre – e attendo la risposta dell’indigeno col sorriso stampato, e pure lui sorride nel mentre che risponde, e sorrido ancora, io, fingendo di non comprendere qualche parola, e lui sorride e gesticola e fa dei lunghi no con la testa, se è il caso, o dei sì, e infine dico Grazie, sorridendo, a lui che sorride, prima di andare via.

Ecco, se proprio vuoi sapere qualcosa su Palermo, posso dirti che è una cittadina sorridente assai.

I soliti bene informati dicono che tu sia un cuoco sopraffino, hai qualcosa da dire in tua difesa?

No. E loro?

Ora ti chiederò cose che potrebbero sembrare banali, ma per uno come me, che conosce il teatro solo da appassionato, possono risultare domande lecite: come si sta su un palco? Come ci si muove e come non ci si muove? Un respiro trattenuto, un gesto, contano quanto una battuta?

In teatro credo esistano regole precise, dentro le mie virgolette no.

Tra le tue opere teatrali mi incuriosisce molto “La trilugia dell’impossibilità”. Mi racconti, in breve, la genesi di questo lavoro?

In breve è una parola.

La trilugia dell’impossibilità è fondamentalmente un mio cruccio, una croce. Un’analisi in quattro atti, per il momento, perché ciò che è impossibile non può essere concretizzato in qualcosa di finito. Nasce nel 2007 con lo spettacolo Ouminicch’, che diceva – e dice – dell’impossibilità della scelta. Da allora è stato un continuo impossibilitare: la verità, l’essere, la speranza, in una sorta di percorso impercorribile ma comunque opportuno, perché ritengo che non sia necessario che a ogni bivio corrisponda un’uscita, a ogni ciambella un buco. Il tutto, in una lingua vivida, un palermitano violento e realistico che non fa sconti di sorta, verosimile eppure allucinato. Perché la lingua della trilugia è una lingua che va estrapolata, affinché un idioma non diventi un territorio. Credo sia questa la maggiore innovazione. E oggi l’innovazione è spesso solamente formale, psichedelica, confusionaria. Nasce dall’esigenza di sorprendere lo spettatore. Il lavoro che tento con la trilugia se ne frega dello spettatore, non prova ad affascinarlo, a compiacerlo, non gli sussurra continuamente Abbracciamoci, amico mio, apparteniamo alla medesima categoria, quella dei giusti. È invece una fatica mia e dei miei attori, che certo ha anche bisogno di essere comunicata a qualcuno, ma solo affinché fatichi pure lui, almeno quanto noi.

“I tempi stanno per cambiare” è figlia della tua collaborazione (termine di certo riduttivo) con Luigi Bernardi, com’è lavorare a quattro mani? E, soprattutto, com’è lavorare con uno scrittore del livello e dal carattere forte come Bernardi?

Lavorare a quattro mani è molto complicato, vogliono tutte avere la meglio. Ma con Luigi è stata una risata continua. La nostra amicizia, profonda, piena di affetto, coccole e carillon, credo si sia consolidata proprio grazie a I tempi stanno per cambiare. In più, facemmo insieme anche la regia, lavorammo entrambi a stretto contatto con il compositore, lo scenografo, discutemmo a lungo con gli attori. In merito alla difficoltà di lavorare con uno del suo livello e del suo carattere, ti racconto un aneddoto. Quando riunii la compagnia e dissi di questa collaborazione, del testo che forse ne sarebbe venuto, del lavoro che ci attendeva, erano tutti basiti. Non conoscevano Luigi e, in cuor loro – glielo potevo leggere negli occhi – temevano per lui.

Che musica ascolti?

Solo quella che capisco.

Il più grande autore di teatro, per te, chi è?

Tolti i presenti, parecchi.

Tu tieni dei laboratori di teatro, qual è l’incipit dei tuoi corsi?

Questo laboratorio è legato indissolubilmente al fato. A lui dovremmo sottometterci affinché ogni cosa vada nel verso in cui ci auguriamo. Ovviamente il fato sono io, signore e signori.

Cos’è Cattiverìa?

Una parola inusuale, che sa di spostamento. Una parola bella, secondo me, molto musicale. Ed è anche il titolo del mio prossimo romanzo che uscirà ad aprile sempre per Perdisa Pop. E sarà il mio romanzo più bello, il più maturo, il più doloroso, il più che ti pare a te. Del resto, è pratica comune fra gli scrittori: nel romanzo che sta per uscire deve esserci sempre qualcosa in più a garantire che ci sia qualcosa in più rispetto ai romanzi precedenti. Per quanto mi riguarda, è stato il solito maledetto divertimento.

Ora faccio lo stronzo: Leggi Poesia?
E io rispondo da stronzo: no. Bisogna farsi mancare qualcosa, nella vita.

Ora lo rifaccio: Cosa cambia ( se qualcosa cambia) tra la scrittura per il teatro e la scrittura di un romanzo?

La scrittura teatrale è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un pubblico che cambia ogni volta. La scrittura narrativa è caduca, folgorante, immediata, illuminata, si riferisce a un lettore che cambia ogni volta.

Devo assolutamente tornare a Palermo, ma a tarda sera, dopo lo spettacolo, non pensare di portarmi al ristorante, devi cucinare tu.

Dopo ogni spettacolo sono intrattabile, la mia cucina potrebbe risultarne compromessa, e pure tu. Facciamo a pranzo, quando l’ineluttabilità la metto solo nel soffritto.

intervista di gianni montieri

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2 comments

  1. Autoinvitarmi pur’io (ovviamente a pranzo) per continuare a respirare aria vera.
    Grazie, Gianni. Ciao Rosario, ti seguo.
    c.

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