Solo 1500 n. 84 – Da una biblioteca

Ca' Bembo - foto gm

Solo 1500 n. 84 – Da una biblioteca

Ti siedi in biblioteca a Venezia, non in una qualsiasi, ti siedi a Ca’ Bembo, ad esempio. Se scegli un tavolo di fronte alle finestre capisci molte cose. Comprendi intanto, se sei fortunato, il cielo azzurro, comprendi come quel colore si appoggi e, quasi, rimbalzi sui tetti. Per guadagnare spigoli e luce. Comignoli spenti. Scopri perché questa città è diversa comunque, anche se da dove stai seduto non vedi l’acqua e non scorgi alcun riflesso. Hai davanti tre finestre dalle quali vedi tegole, antenne, e un campanile. Potresti dire Bologna. Immaginando un quartiere dire Torino, Milano. Invece è Venezia, non c’è alcun dubbio. Lo è perché è Carnevale ma è comunque silenzio. Lo è perché qui il tempo ha ritmo diverso. I veneziani camminano tutti a passo spedito e tu, invece, rallenti. Unplugged. Pare che qui la terra giri più lentamente, di avere più ore. Il fastidio della tizia che tasteggia al computer, alle tue spalle, diventa perdonabile se sei qui.  Se poi tra una recensione e l’altra ti capita di leggere alcuni passaggi geniali da “Storia ragionata delle lenti a contatto” di Stefano Domenichini, sorridi in quella maniera soddisfatta e veneziana tipica delle biblioteche veneziane, che ti fa sentire un po’ Sordi quando nei panni del Marchese del Grillo se ne usciva con : «Io so’ io e voi nun siete un cazzo». Ma vi dicevo del cielo azzurro e dei rimbalzi. A questo punto, se le poesie avessero qualcosa di scientifico ne scriverei una, per sancire questo ovvio e splendido ragionamento. Ma le poesie anche a Venezia non vengono a tempo, non assecondano mai.

(c) Gianni Montieri

13 comments

  1. Mi piace quella nota musicale sul ritmo della vita a Venezia da “stranieri”: “unplugged”. Sì, la scelta di una parola che dica tutto e definisca esattamente cos’è camminare questa città, guardare dalle finestre di una biblioteca e attendere l’arrivo di qualcosa.
    Mi pare che tu dica che questa bellezza disarmante – sempre alta e mai uguale ai nostri occhi bensì ogni giorno diversa-, ci suggerisca di non appesantire il nostro ascolto, di seguire un ritmo interno per aspettare l’ispirazione e cercarci (anche) ma restando leggeri, acustici appunto. Per me è una parola perfetta per dire la città, per dire Venezia-mondo, una parola tua e adesso anche un po’ nostra. Grazie

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    1. Unplugged è la prima parola a cui penso appena arrivo a Venezia, da sempre. Scendi dal treno e stacchi l’amplificatore (lo raccontavo proprio a Luca Minola qualche giorno fa). Il rumore se ne va e non mi riferisco solo ai suoni. A Venezia comincia a suonare, tenere il tempo, un ritmo interno.

      grazie ale

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  2. sai, Gianni, mentre ieri leggevo questa bella prosa rivedevo i tetti, lo scorcio di cielo (che a Venezia, quando è soffiata la bora, è di un azzurro irreale), e le tegole immaginandomi di fronte a una delle finestre della biblioteca di Ca’ Bembo. provavo a immaginarmi seduto verso il canale di San Trovaso, o seduto verso il giardino alle spalle. sospendevo il mio tempo a favore dell’eterno tempo sospeso di Venezia; perché è questa la definizione del tuo ‘unplugged’: sospensione.
    a Venezia, se scegli di vivere la città per come ti vive lei, il tempo è sospeso malgrado il passo spedito dei veneziani ti faccia pensare in un primo momento che qui sia tutto frenetico.
    grazie.

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