Marco Aragno – un lago senza Patria

lago patria (foto di marco aragno)

La bolla di schiuma aggrappata agli scogli si gonfia e si sgonfia ad ogni ondata. Mentre la fisso, penso che il cuore del lago Patria somigli a questo. Quando sollevo lo sguardo poco più in alto, la luce del sole filtra a tratti dalle nuvole scintillando sulla superficie. Il colore dell’acqua è argenteo, livido ed irreale, cede alle tonalità del marrone. All’orizzonte si intravede il Domitia Village, l’ecomostro messo su dai Casalesi con la complicità delle istituzioni. In mezzo al lago, i remi di quattro vogatori che picchiano pigramente sulle onde imprimendo un ritmo a questa domenica. Una domenica uguale alle altre, che si ripete da decenni, immune dal tempo, in quest’angolo disteso sul confine fra Giugliano e Castelvolturno.

 Il resto dell’umanità è altrove, imprigionato nelle scatole dei centri commerciali allestiti per lo shopping natalizio. A salvare il lago dall’ennesimo oblio, ci sono io, mio padre, e due turisti dall’aspetto teutonico che percorrono spaesati la circumlago. Sfogliano una guida: forse sono alla ricerca della Tomba di Scipione, nascosta poco lontano da qui fra cemento e mucchi di erbacce, o di qualsiasi altra traccia di storia che dia loro la dimensione di questi luoghi. Quando provano a chiedere informazioni, si imbattono in una coppietta di fedifraghi appostata con l’auto. Oltre a loro, alle mie spalle, un bar deserto e due ragazzi in tuta che fanno footing lottando contro la forza del vento.

Il resto del mondo se l’è portato l’esondazione, l’ultima delle tante, che ha travolto gli argini e ha frantumato il battistrada della carreggiata, trascinato alghe e foglie da quest’altra parte di mondo. Un paio di teli aranciati e un segnale di pericolo arrugginito segnalano che qualcosa deve essere successo, da queste parti. Che le istituzioni sanno di questo posto. Sanno forse dell’altro lago di melma e fango che ha invaso i campi limitrofi come una palude, o dei mucchi di eternit che costeggiano le stradine interpoderali a pochi passi dagli allevamenti di bufale. Non sanno però degli stormi di poiane che si librano in cielo, delle staccionate che ti catapultano in un tempo remoto, delle anatre selvatiche che fendono l’acqua. No, non sanno della bellezza che resiste. Nonostante tutto.

La natura e l’uomo qui hanno divorziato da tempo. Mentre esco dalla circumlago, con l’auto che somiglia ad una zattera galleggiante, guardo le mandrie di bufale che brucano l’erba, ignare dei guasti che le circondano. Mi viene da sognare un futuro pacificato, dove città e natura tornino a vivere in simbiosi. Senza conflitti, devastazioni di guerre per cui non ho nessuna colpa. Se non quella dei miei padri. Sogno famiglie venute a fare un picnic, manifestazioni sportive di vela, turisti, pesci che guizzano dall’acqua, distese di verde e agriturismi gestiti da giovani imprenditori. Ma sogno, lo so. Ed è l’unica cosa che mi resta.

18 comments

  1. Lessi, se non erro; Marco Aragno due anni fa.
    E’ un giovane poeta che mi colpì all’istante:
    una voce poetica molto interessante, un po’
    diverso da tanti giovani con velleità artistiche
    che scrivono scadente prosa, spacciandola per poesie.
    Ha uno stile particolare, moderno ma non troppo.
    Insomma è un poeta che ha le carte in regola
    per sfondare in un mondo di presunti poeti
    numerosi come le stelle nelle notti estive.

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  2. Conosco i luoghi, sono un napoletano flegreo, e penso che riguardo al degrado di cui con tanta partecipazione parli, nessuno sia innocente, nemmeno i giovani. Tempo fa ti scrissi che hai buone e solide basi su cui lavorare per costruire lo scrittore che sei in nuce… (“nuce”, che brutta parola!), lo penso ancora. Ciao, a presto.

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  3. Ringrazio Poetarum per l’ospitalità e Umberto e Gino per le parole di stima.
    Gino, in che misura anche i giovani possono considerarsi responsabili del saccheggio ambientale che è stato perpetrato dalle nostre parti? Se diamo per buono il principio dell’ereditarietà della colpa, certo, ”nessuno è incolpevole”, come direbbe Montale. Ma se, invece, consideriamo le responsabilità individuali, istituzionali e politiche, non vedo in che modo possa considerarsi colpevole una generazione che è venuta dopo, che vota da pochi anni e che si approccia adesso al mondo del lavoro. Dal mio punto di vista, posso dirti che tanti giovani vorrebbero cambiare questo territorio, ma siamo in pochi, isolati e sprovvisti di mezzi e rappresentanza. Il resto preferisce rassegnarsi, prendere il proprio pezzo di carta e andare a cercare altrove il proprio pezzo di felicità.

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  4. potrei sbagliare, Marco, ma forse Gino punta il dito contro quella parte della nuova generazione che prosegue nello scempio, e in parte proprio verso quella moltitudine che anche tu citi nella chiusa della tua risposta.

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  5. Come ti dicevo, quando ci siamo incontrati a Natale, il Lago Patria, quando avevo vent’anni era la meta per le mie corse in bicicletta. A questi tempi c’era ancora gente che pescava, coppie appartate, zanzare, un po’ di vita. Si vedevano, comunque, i segnali di qualcosa che si “abbandonava”, l’incuria, marchio di fabbrica di tutta quella zona. Grazie

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  6. Sì, in parte Fabio ha ben interpretato il mio pensiero, mentre l’altro (opinabile) errore delle nuove generazioni – e non solo delle nuove – è quello di credere ancora che un voto appropriato possa cambiare le cose, la famosa ricerca della “rappresentanza etica” delle istanze popolari. Personalmente credo che a questo punto della storia patria (“patria” con la lettera piccola), sia giunto il momento di non cercare più il leader onesto e incorruttibile che ci rappresenti, poichè il sistema non consentirebbe l’agire di un simile personaggio, ma aggregarsi dal basso per incidere nelle scelte politiche calate dall’alto. Il popolo rappresenti se stesso. La coraggiosa lotta dei No Tav è un esempio clamoroso di lotta popolare, non solo ostruzionista ma propositiva, anche se i media asserviti presentano la questione nella maniera falsa e fuorviante che conosciamo. Nella fattispecie quella non è una questione che riguarda solo la Val di Susa, ma riguarda l’economia di tutta la nazione per i prossimi 50 anni, anche la vita dei tuoi eventuali, futuri figli. Nel Giuglianese, a livello locale, si possono tentare forme sociali aggregative di quel tipo, per spezzare finalmente le catene della falsa politica istituzionale che imbriglia e pacifica i fermenti delle popolazioni. Il potere ha bisogno di pace sociale per imporre le sue decisioni. La funzione narcotizzante dei sindacati, ad es., è ben conosciuta nel mondo dei lavoratori. Auguri.

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  7. Caro Gino, anche a Giugliano, laddove la politica latita, la società civile si riorganizza in forme aggregative (per lo più associazioni e comitati). Per esempio l’associazione Minerva, di cui faccio parte. Il comitato anti-discarica e così via. Ma i canali istituzionali a cui è possibile accedere attraverso l’associazionismo sono piuttosto limitati. In più, dalle nostre parti, il problema, oltre che istituzionale, è prima di tutto antropologico. Non c’è senso del bene comune, né sentimento di appartenenza e di difesa del territorio. Alcuni esempi: durante l’emergenza rifiuti, a protestare contro la riapertura di Taverna del Re, c’erano sì e no 50 persone (su una popolazione che ne conta 120 mila…); di recente, una seduta del consiglio comunale ha registrato un boom di presenze fra il pubblico. Il fatto curioso è che non si discuteva della rivalorizzazione del lago Patria, di Taverna del Re o dell’inceneritore. Il punto all’ordine del giorno era la questione Rom. I presenti per lo più cittadini privati che protestavano contro i furti subiti e l’occupazione abusiva delle proprie terre. Qui la gente si mobilita soltanto se varchi la soglia di casa. Ma se un bene comune, come un lago, una piazza o un monumento versa in uno stato di degrado ed abbandono, la gente volta lo sguardo dall’altra parte. Questa è la logica. Allora ascrivere la responsabilità alla generazione più giovane ha poco senso, a meno che non lo si faccia in un discorso tanto ampio da mettere sul banco degli imputati un’intera civiltà, che negli ultimi 70 anni ha disperso la propria cultura e tradito i propri valori, sotto la spinta di un becero individualismo, di una malapolitica e di un malinteso senso dello Stato.
    Io, personalmente, non biasimo i ragazzi che lasciano questo territorio. Non è vigliaccheria. Restare qui, attendere un cambiamento che probabilmente non avverrebbe prima di diventare già cotti e maturi, significherebbe sacrificare opportunità di lavoro e di vita per combattere con poteri più forti di te. Il prezzo da pagare è troppo alto. E non tutti sono disposti a fare gli eroi.

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  8. Caro Marco, sorrido perché – non so se te ne sei reso conto – hai confermato con cognizione di causa, dovizia di particolari e un commovente sentimento di amore per i tuoi luoghi, esattamente ciò che semplicemente dicevo, cioè che nemmeno i giovani sono innocenti. Non presenziare per difendere Taverna del Re è una scelta precisa, dei giovani e dei meno giovani. Andarsene è una scelta che non giudico, è una scelta. Poi, sai, è questione di prospettive e punti di vista, i poteri sono più forti di noi perché noi li rendiamo tali. Io credo che se i poteri non avessero paura dell’opinione pubblica non investirebbero milioni e milioni di euro per comprare e truccare l’informazione: semplicemente imporrebbero con la forza le loro decisioni. Ma noi sappiamo che non è così che agiscono … Ciao, a presto.

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  9. Ciao Giovanni, mi domando perchè affossarli ulteriormente i giovani. Sei di queste parti, sai che a loro è riservato un biglietto per altrove o una matricola abrasa sopra il calcio di una pistola, o la totale inadeguatezza che deriva dal vuoto istituzionale, dalla metodica volontà di sfavorire un ricambio generazionale che avrebbe potuto ( quello sì) aprire la strada alla normalità. No, la colpa non è dei giovani, a taverna del re erano in pochi perchè a chiaiano fu violenza troppo spessa cieca e gratuita. e fu quella violenza perpetrata a chiaiano a condannare taverna del re. La responsabilità non la scarichiamo sugli ultimi arrivati. A loro abbiamo lasciato il cerino acceso in mano.

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  10. Veramente nessuno scarica la responsabilità sugli ultimi arrivati, ho scritto che sono “anche” loro responsabili, e i fatti di Chiaiano, o dei Pisani, o di Boscotrecase a me sembra che non spieghino la latitanza dei giovani di Giugliano, mi appare una forzatura, un po’ semplicistica. Altrimenti dopo i primi episodi di violenza non sarebbero nemmeno nate le altre manifestazioni, invece molti vi hanno partecipato., quindi c’è stato qualcuno che non si è spaventato … Il vuoto istituzionale, il “ricambio generazionale” sono tutte locuzioni che presuppongono la ricerca del buon governante, onesto e incorruttibile,per curare i mali della nostra regione. Non credo che i nostri giovani abbiano bisogno di comprensione per il loro triste destino già segnato (l’emigrazione o la pistola), ma di una buona sveglia sul comodino, per aprire finalmente gli occhi. Per il resto, personalmente, all’anagrafe, rappresento una generazione che ha fallito tutto ciò che poteva fallire … quindi, tanto per essere chiari, non sto parlando dal pulpito ma dall’ultimo posto in fondo, quello vicino all’uscita.

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  11. Eheh montie’ per favore cassatemi i commenti. In notturna :-)) ( e non fate la battuta che vi sto or ora servendo sul piatto d’argento)

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        1. Comunque andavo anch’io a correre in bici attorno al lago. Tu non c’eri oppure t’ho dato una pista ogni volta

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  12. Le città dalle nostre parti non hanno confini. Non c’è alcuna separazione, alcun territorio di mezzo. Spesso un lato della strada appartiene ad un comune, quello di fronte ad un altro.. È un tappeto di un milione di abitanti che va da chiaiano a caserta e che si estende in tutte le direzioni. Se penso a questo, allora cosa abhiano i giovani di giugliano si diverso da quelli di chiaiano non lo comprendo. Se tracci un cerchio sulle carte geografiche, per comprendere allo stesso tempo taverna del re, chiaiano e i pisani avrai bisogno di un raggio inferiore a cinque chilometri. Impossibile non collegarli in un ragionamento complessivo. Scusa per il lapis (scherzo..)di prima.

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  13. ahahaha! non c’è problema, e poi mi hai nobilitato di un nome Montieriano … Infatti, è come dici, il ragionamento è complessivo. Altrove i giovani c’erano, la presunta diversità dei giovani di Giugliano la conosco solo attraverso le parole di Marco, che ha denunciato la latitanza di questi ultimi a Taverna del Re. Tu hai tirato in ballo i fatti di Chiaiano per motivare quell’assenza, a me sembrava una motivazione un po’ debole, tutto qui. Io spero che qualcuno capisca che non è più il momento di “chiedere” al politico di turno, poteri buoni non esistono, bensì … e lascio aperto il discorso. Ciao, a presto …

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