Stelvio Di Spigno, Cinque poesie e uno scherzo (inediti)

La campanella

Puntello giorno e notte in un’ombra diseguale,
le mani tremano, da un alito di vento a un tumulto
della costa è un niente, il tempo di un vizio e di un addio,
la candela si scalda e il mondo trema,
io vedo questi piccoli, Luciano, Roberta, Ilenia,
il loro travaso dalla casa alla scuola, l’apparire
per loro del caos mattiniero, l’abitudine al caffé
che non hanno, piccole chele che si muovono
sotto la lente del potere, l’insegnante che li guarda.
Ripenso al mio liceo, a Palazzo Cariati, a un’aria
di promessa mattutina quando alle vetrate
tutta Napoli era in ginocchio e viva, morente
e luccicante, come ogni città nel suo divampare…

Ma no, era solo mia, tra il chiosco e il campo
di basket nessuno poteva circolare, se non una grande,
infinita volontà di essere in lei, guardarla, goderla
come propria, questa metropoli quattordicenne,
nessun errore poteva allontanarla, era lì ogni giorno,
era per me ed era nel sangue, arrivato il pulmino
si scendeva, si faceva colazione con milioni
di anime che latravano e io, protetto e quasi vero,
passavo il tempo amato, nessuna minaccia, la campanella
amica, l’anima nascosta in un panino, il portiere
che apriva in anticipo, io che guardavo lontano.
Lontano è quel tempo arrivato fin qui. Finita la speranza,
in un momento nuovo devo prendermi cura: Luciano
coi suoi ricci, Roberta la più bella, Ilenia che ride,
devo pensare a loro, rifanno il mio destino, non
posso scomparire: un giorno l’avrei fatto, ora non c’è
più scampo per i ricordi infranti, tutto succede in un attimo,
siamo qui per questo, perché accada ciò che non doveva.

 

Lettera ai viventi

Come sempre, da solo, guardo il mare,
la sua lontananza imbevuta di destino,
e della luna il raggio appare inestinguibile:
è il senso del tutto, che ci rovina addosso.

Nessuna pace può inondare le radici
mie e di quanti hanno incontrato il mondo:
urlano senza requie i miei morti e i miei cari,
ma tra campi di pietre piantati nel cuore
fremono gli scartati della mia città
come topi dentro un’inondazione.

Li ho visti lacerarsi come fiere infuocate,
le loro viscere come nazioni sconfinate,
non hanno avuto luce mentre io ne ho avuta troppa.
Sono stato a guardare, ma ora abiuro
le lettere consuete, ho ribrezzo
della mia stessa voce.

Solo per loro oggi devo camminare, incontrare
le loro facce una a una, cambiarle e non tradirle.
Quanto grande è il dolore, maggiore sia l’offerta.
Per la mia indifferenza incantata dal male,
devo implorare una ferma redenzione,
non voglio essere debole, non posso più morire.

 

L’uomo di fronte

……………………………Per Michele Petrone, contadino

Sei diluvio costante o puro vento di terra,
uomo di forte luce, polare e circolare,
chiuso nel tuo contado di un ettaro e mezzo circa,
perché inchiodi tutti noi alla croce dell’aratro
e guardi in alto il mondo che finisce
con i fuochi del giorno, fuori turno
come il re di un’Atlantide distorta, che urla alla galera
che quella che tu vivi è proprio vera miseria;
hai annodato le frasi madornali del fiore
al solco insanguinato del frutto altrui e del sole,
lontano dall’errore di noi tutti che sappiamo
solo morderci il labbro per ciò che non vediamo,
siamo entrambi in un punto dell’atlante contadino
troppo unto e infognato che non ci cercheranno
per dirci grazie a voi se anche il domani è stato.
Sotto forma di ruggine e pioggia il tuo cappotto
di pelle umana ci scorta ancora in via della Stadera,
secoli prima forse andasti soldato,
ti trovasti incatenato a un plotone troneggiante,
dove hai fatto la tua parte ora sarebbe un cimitero,
con un fante ignoto a tutti da saltare di vergogna,
se non avessimo mangiato ciò che a molti hai risparmiato.

 

Diuturna

Molto prima dell’alba, quasi azzuffandosi
per tutta Fermo, intossicata dal siero dei colli,
si sente passaggio di greggi, zoccoli, fermagli nell’aria
che agganciano il tempo e lo rifanno sottomissione;
poi moto e camion, autobus e navette si allungano
nelle viuzze; la brina tenebrosa e consenziente
anche lei ha un suono che si avventa da metri
come di paglia sul ferro o lavagna uncinata. E quando sembra
che il sole non debba più tornare a fare danno
agli uomini infarinati dal sonno,
ritorniamo già intontiti dal mezzogiorno fatto
sotto cieli raglianti e un crocifisso di malta.

Poteva riunirsi in verità, privata di noi stessi,
tutta la storia del creato in uno schizzo di calce
sulle occhiaie di chi vive insieme agli altri. Invece
è un altro giorno che al passo dell’oca
non consulta nessuno per macinarci tutti,
come un mulino che al posto dell’acqua beve sangue.

 

La cerniera

Il taxi vibra dentro un cavalcavia
tra San Lorenzo e il Verano, nel quasi buio del cielo,
sembrano buoi o bisonti le nuvole in sequenza.
Nell’auto è il corpo, un grumo di mestizia.
Rimasta al palo, come in un museo, l’anima
brilla nei saluti a mezzo stampa: è qualcosa,
una larva che disegna parabole nel grano
che ammucchiamo tra le stelle e il rimorso.

Resta sul mare, accende alghe come torce,
ogni volta che il ricordo
si fissa sulle labbra
come sale nel mosto. Non ci sarà
caduta di pernici o macchie di camicia
a riportarla indietro. Resta lì,
come fosse la promessa di un mulo
o soltanto una parola detta sporca,
quest’anima feroce che rifiuta di obbedire.
Dove tutto è semplice, ruvido, invernale,
è quello il luogo che ha scelto dove stare.
Lasciala sul selciato, non darti pensiero: non morirà

 

Apologia in sirventese moderno
Ai cari estinti

Quando eravate nostri, lo rivedo nei sogni,
nel pallido di qualche luogo sconosciuto,
mai siete stati della terra per intero. Eravate
principi di un reame straniero, capitati qui
per fare bottino del mio bene e vostro amore.

Vissuti in periferia. O in una villa tra due strade.
Sempre pronti a scappare. Dalle montagne al mare,
dalle scarpate ai pendii. Sempre in vacanza, in bilico,
benché lavoraste alacremente. Essere senza essere
è la grazia di chi regge il timore. Come in una reggia
tutto si diceva ma con parole errate, statiche di rabbia.

Mio nonno, il capitano, dilaniava i giardini.
Dava fuoco all’aurora, piano piano si spartiva
dalla umana, orrenda compagnia. A ruota tutti gli altri
facevano merenda con merluzzo e uova.
In silenzio, al plurale, con nessuna meta cui arrivare.
Sempre in mezzo alle cose e quasi fuori.

Se mi chiedono perché io taccio in sirventese.
Di tutto avete fatto, per rimanere puri. Anche vivere male,
con poco fuoco, con scarso vitto e alloggio,
con disanima animale difenderò l’errore. Tanto il mondo
non s’imbraca con me. Farò io la parte del demonio
se qualcuno mi chiama a testimonio.

 

Stelvio Di Spigno vive a Napoli dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale, Gadda, Pavese, Zanzotto, Claudia Ruggeri e sulla post-avanguardia poetica italiana, insieme alla monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi. Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006, Premio Calabria), Formazione del bianco (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010). 

12 comments

  1. Il verso lungo di Stelvio accoglie, nel suo calore ritmato, la parola del poeta per divenire musica continua e risveglio di memorie. Un rincorrere premuroso di visioni, figure, luoghi, panorami, incontri, pensieri, illusioni, speranze, nell’insieme di pennellate ricche di colori e di profondi avvicendamenti. Non sai se il subconscio riesca a palesare tutta la sua vicenda o se il filosofare sia affermazione di concretezze e di occasioni biografiche. La passione diventa per Stelvio la “cosa” che ci sostiene e ci arricchisce. — http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com – Antonio Spagnuolo —

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  2. mi ha fatto piacere leggerlo, dopo averlo ascoltato dal vivo. Mi piace molto il suo sguardo alle spalle, per guardare avanti…

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  3. E’ una poesia descrittivo-narrativa non priva di luminosi versi lirici:” Di tutto avete fatto, per rimanere puri. Anche vivere male,/con poco fuoco, con scarso vitto e alloggio”
    Come la vera poesia cela più livelli di lettura e la semplice visione è metafora di più ampia domanda. La risposta , al solito, è parziale, nè potrebbe essere diversamente. Vi sono affondi semantici pieni di valore, problemici, scarti improvvisi di punti di vista, ardimentosi trapassi di senso.
    Narda

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  4. la poesia di Stelvio è una delle più interessanti nell’intero panorama poetico attuale (italiano). Tutta sua, tutta particolare, precisamente riconoscibile e con caratteristiche che inglobano una consapevolezza letteraria (non più solo fisica) di appartenere fino in fondo ai suoi luoghi d’origine insieme a profonde fratture con essi e col loro significato, nonché la sua grande conoscenza in materia di tradizioni poetiche differenti per terrirori (il che, al giorno d’oggi, non è poco… considerando che per il “sistema” Stelvio è ancora un poeta “giovane”).
    Grazie, come sempre, a Poetarum e in particolare a Gianni per la proposta.

    Anna Ruotolo

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  5. d’accordo, il mio commento qui sopra è forse un po’ troppo sintetico, ma davvero, questi testi hanno l’equilibrio sobrio e la mestizia calda di certi madrigali

    come spesso accade il meglio di di spigno sta nelle sue poesie sulle generazioni: si contano tutti gli anelli d’un tronco tagliato e in questo indugiare c’è il pianto, c’è una civiltà declinata (e spesso non cosciente), c’è un fantasma interiore che supera se stesso

    complimenti e un saluto caro
    renata

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  6. quando Stelvio mi mandò questi testi, gli risposi d’istinto che mi commuovevano per la bellezza, dopo molte letture e ragionamenti provo la stessa commozione.

    Grazie

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  7. Ringrazio nuovamente per l’attenzione e le parole di apprezzamento e stima di Antonio, Gabriele, Gino, Narda, Anna, Francesco, Renata, Gianni. Spero che siano di buon auspicio per il lavoro a venire, per le prossime poesie. Che possano commuovere e toccare come cerco di fare ogni volta che metto in fila parole in fondo comuni a tutti, pericolose come tutte le parole comuni alle quali bisogna dare un’anima, un senso che le faccia diventare personali, che le faccia emergere, quasi sensibilmente, perché non restino un catalogo di sensazioni riportate per sentito dire. Grazie a tutti.

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  8. Caro Stelvio,

    io mi muovo sempre tardi, ma ho voluto rileggerle queste tue nuove poesie. Forse, non mi sembra azzardato dire che sono tra le migliori che di te ho letto. Tutti i tuoi talenti e le tue maestrie sono qui, ma con un’articolazione interna più imprevedibile e catturante. Io ci vedo un moto ancora in atto e virtuoso di sliricizzazione – se mi permetti il termine. Ma poiché tu sei lirico, e continui ad esserlo, significa che stai sempre di più liberandoti dagli automatismi del paradigma e sempre più trovando un tuo vocabolario, una tua sintassi, delle tue figure.
    L’ultima poesia è davvero di una grande potenza e umanità. Perfetta. (Grande invidia!!!) Con questa sola ti sei salvato l’animaccia. Sei poeta per sempre. E non hai neanche usato la parola “anima”.

    Quel verso: … “Essere senza essere / è la grazia di chi regge il timore…”
    Vangano, ora, i tanti lirici spensierati e zoppicanti che circolano a piede libero a prendere lezioni da te.

    Un abbraccio

    a.

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  9. Ringrazio pubblicamente Andrea Inglese, che come al solito ha centrato perfettamente la situazione e detto delle parole di grande realismo e umanità sulle poesie. Grazie.

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