Due inediti di Andrea Inglese

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Il mondo è tutto quello che accade

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Il mondo è tutto quello che accade.

Quanti accadimenti devo conoscere, del mondo,

per dire che sono di questo mondo?

Io stesso sono uno di quegli accadimenti.

Mentre accado quasi nessuno se ne accorge.

Mia moglie, mia figlia, ne sono al corrente.

Su Facebook tutto quello che accade

Tenta di essere annunciato.

Accadono sempre e di continuo cose

Talmente lontane che vengono avvicinate

Come le immagini sfuocate dei quartieri di Homs

In Siria, dove si vedono d’un tratto

Delle grosse macchie colore arancione

Che ci dicono essere esplosioni, sono

Case che esplodono, ma non si vedono

Non si riescono a vedere le persone.

Il mondo è tutto quanto accade in Siria.

Di ciò mi sono interessato alcune settimane.

Vorrei essere di questo mondo, vorrei

Essere al corrente, io accadimento tra gli altri,

accadendo vorrei sbirciare gli altri accadimenti,

sentirmi parte della famiglia, come solidale.

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*

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Il mondo è tutto ciò che accade

Per questo ci tenevo a segnalare un accadimento minore

Accaduto, per così dire, in discrezione,

nel sonno mio, di stanotte, ho sognato

una grande multisala cinematografica

davvero impressionante, futurista,

come l’interno di un’astronave, con spalti

ricoperti di pelle bianca, banconi curvi,

una grande luce diffusa, delle cassiere

giovani, ed eleganti, ma con delle salette

verso il centro dell’edificio, piuttosto basse,

e rossastre, come se di colpo si entrasse

in una zona più arcaica, in qualche antro

dalla connotazione erotica, forse perché

nelle file più in fondo, come accampati

su delle impalcature, si assiepavano degli adolescenti,

e ho preferito partire, restare fuori, all’esterno,

in uno spazio maggiore, più spoglio anche,

salvo poi un finale completamente erotico

a cavalcioni di una giovane, in un sacco a pelo,

e venire così, come per concludere tutto,

con un explicit fisiologico, che è quello

che trapassa il sonno, e ti fa svegliare nel tuo letto.

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57 comments

  1. Quella di Inglese è una prosa andata a male la cui deriva versificatoria non fa altro che conferire maggiore squallore al testo. Guerra e sessualità sono rappresentate con tinte degne dei peggiori giornaletti scandalistici italiani, immagini delineate in modo ancora più volgare se si considera il presunto impegno civile verso cui la poesia di Inglese vorrebbe tendere. Se questa è poesia, allora ogni schifo pronunciato al mondo può essere poesia. La banalità che stenta a farsi corpo di parola dovrebbe restare nelle flaccide carni di un silenzio imbarazzato.

    Male, molto male scomodare i versi (prosodicamente ridicoli) per generare tali orrori. Mi viene in mente un distico di un giovane poeta persiano che intorno al 1035 scrisse:

    “Al tuo poetare male preferiamo il non poetare:
    non partorir bambini è meglio che scagliar via il feto al sesto mese”

    Manucehri di Damghan

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  2. Si, Domenico… molto meglio per le tue orecchie delicate le salse in rime di cuore e amore… Quelle si fanno la tua “poesia”

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  3. Probabilmente, come una forma di “explicit fisiologico”. Le questioni sull’aborto sono antiche quanto l’arte del verso e della freccia.

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  4. ecco, se evitassimo il botta e risposta diretto alla persona o alle persone e conducessimo una discussione sulle poesie non faremmo un servizio inutile ai lettori.
    per quanto crudo, il commento di Domenico spiega le ragioni di un’avversione nei confronti della poesia di Inglese.
    quindi mi auguro che la parte invece che apprezza la poesia di Inglese, e i due inediti qui proposti, dica qualcosa che non sia un pacato insulto rivolto a Domenico Ingenito.
    vorrei, infine, ricordare che la rima “cuore/amore” è la più difficile da gestire. ma son cose che si sanno, immagino…

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  5. A me sembra, (ripeto sembra), che sebbene l’opinione (il primo commento) di Domenico sia del tutto legittima, il modo con cui è espressa ne svela un acredine sotterranea di non ben precisate natura ed eziologia. Il mio auspicio è che tutti i commentatori e critici di testi scremino quella parte del proprio ego che spesso insozza il proprio pensiero. esercizio difficile, lo so.

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  6. Caro D(omenico?) Lombardini, l’acredine (per nulla sotterranea, assolutamente manifesta, e con tanto di mia firma in chiaro) è rivolta non alla persona-Inglese ma a quanto di brutto della poesia italiana contemporanea questa sua scrittura rappresenta. Non mi sembra di aver offeso la persona, che rispetto e stimo per il lavoro intellettuale e divulgativo che porta avanti. Disprezzo con tutto me stesso molti dei suoi testi. Qui credo che l’autore abbia toccato il fondo. E ho semplicemente espresso la mia indignazione. Inglese è amico di molti dei miei amici e ho di lui il ritratto di una persona squisita. Ma, come sappiamo, la bellezza del temperamento non corrisponde alla bellezza dell’opera d’arte.
    Dopo tutti questi commenti spero che qualcuno parli del testo di Inglese e non del mio commento. Allora ragazzi, raffinati critici, colti lettori? Cosa vi piace di questo testo?

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  7. Volevo dire, la bellezza del temperamento non *sempre corrisponde alla bellezza dell’opera d’arte.

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  8. Da ancora troppo giovane lettrice, per nulla raffinata né colta, dico che a me questo testo piace per quella regola della ‘comprensibilità’ che riprendo dalla voce di Anna Maria Carpi, perché trovo sia un criterio quello che a molta poesia scritta oggi-per-oggi, manchi del tutto. Lo dico con la consapevolezza di chi, inesperto, si sta ancora orientando. Io ho spesso trovato i testi di Andrea Inglese difficili (quelli che ho letto sino ad oggi, che ho reperito qui e lì), talvolta impenetrabili. “Io vorrei che mi si spiegasse perché un autore sceglie una certa immagine…”: quando mi pongo poche volte questa domanda, o non me la pongo affatto, significa che a me quel testo/quei testi arriva/arrivano alla prima lettura, che resterà un testo oggi-per-ieri e oggi-per-domani, anche. Inoltre mi piace il taglio civile dei temi qui trattati mischiato al sé, all’io: è una cosa che ritrovo anche nei versi di Gianni Montieri spesso. Non è per nulla scontato.
    Io li trovo dei testi molto belli, molto “mentalizzati” (!) forse, ma belli.

    *Sì, lo so che certe parole dovrebbero essere bandite ‘bello, buono, bravo, etc.’ per parlare di letteratura, che paiono ingenue, inappropriate, ma credo anche che sia il primo criterio di giudizio critico ‘mi piace/non mi piace’: passatemelo per favore.

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  9. @Alessandra T. La regola “quel testo/quei testi arriva/arrivano alla prima lettura, che resterà un testo oggi-per-ieri e oggi-per-domani”, può valere, a volte, anche per la poesia. Ma di più vale per la canzone e le canzonette (peggio). Proprio la domanda:”perché un autore sceglie una certa immagine”, dovrebbe indurre alla curiosità della scoperta, tale che un testo non rimane identico a se stesso “oggi-per-ieri e oggi-per-domani”, ma lo riscopriamo nella sua frastagliatura e mutevolezza. Non sempre la comunicatività porta grandi risultati, anzi. Sono punti di vista: questo è il mio, scarnito.

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  10. bene, ci siamo! questo si chiama dibattito. grazie per avere accolto il mio invito, e grazie nuovamente a Domenico Ingenito per avere ulteriormente spiegato cosa della poesia di Andrea Inglese non apprezza.

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  11. a domenico, che scrive: “Disprezzo con tutto me stesso molti dei suoi testi.”
    Bè, non capita tutti i giorni di mobilitare con un paio di testi “tutto” il disprezzo che una persona possiede. Sono contento che dei testi possano provocare delle simili reazioni.

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  12. Andrea, Domenico lascia ben intendere di conoscere altri tuoi testi e non solo questi. del resto, e non credo di prendere le difese di Ingenito, so per certo che segue molti siti e blog dove i tuoi testi sono pubblicati, come pure sono certo che avrà avuto modo di leggere “La distrazione” (raccolta ben nota a chi segue le sorti della poesia contemporanea).

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  13. @ Daniele Poletti: Lo accetto e non credo affatto la mia posizione sia universale e, mi perdoni, ma non credo affatto di essere una lettrice non curiosa né superficiale. Mi infastidisce un po’ il suo tono snob, se posso permettermi, e quella deviazione su canzoni e canzonette fuori contesto e su cui il dibattito è aperto sin dai tempi degli Aedi.

    Comunque, riguardo la mutevolezza e la frastagliatura è una cosa con cui tutti noi facciamo i conti ogni giorno credo – o me lo auguro – consapevolmente, già nella vita reale prima che nell’arte. Ottimo spunto comunque per ri-allacciarmi a questi testi di Inglese, in cui secondo me si sente un legame forte con il reale, ed è una cosa che mi piace e che me li fa arrivare. E grazie anche ad Andrea Inglese per aver concesso a Poetarum di pubblicarli.

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  14. Credo che le esperienze di scrittura poetica più articolate e liminari, per così dire, siano oggi oziosamente ignorate e (man)tenute sotto una coltre di cenere (fanno paura a qualcuno o sono considerate arte “degenerata autoreferenziale”?): ma sono lì, sotto, che ribollono di vitalità e novità insperate, in favore di una poesia narrativa e orante. Non parlo di tradizione e avanguardia, mi riferisco piuttosto a valori semantici, lessicali e strutturali. Molto belle certe cose di Sandro Penna, nella loro impeccabile semplicità, ma non dimentichiamoci di Edoardo Cacciatore o Augusto Blotto (grande sconosciuto), solo ad esempio… oops i primi due sono morti e Blotto è del 1933…

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  15. Io non credo sia così ma, come la vita, anche la pubblicazione su un blog è fatta di scelte (certo di minor peso), scelte che io appoggio come ho fatto oggi perché – lo ripeto – a me questi testi ‘dicono’, aprono mondi, e in questi testi io mi ci riconosco; questi testi dialogano con me, lei invece non mi sta rispondendo ma sta divagando.

    Dal suo commento io riesco a cogliere che non appoggia la scelta dell’autore (?) e che le piacciono autori che son stati ‘ai margini’ o che lo sono tuttora. Sandro Penna – mi perdoni – non è affatto tra loro: mi pare che molti giovani lo conoscano oggi e che in questo blog abbia avuto spazio grazie alla lettura che ne ha fatto Fabio Michieli (con un magnifico articolo come questo: https://poetarumsilva.wordpress.com/2012/07/15/sandro-penna-del-suo-tempo-e-di-altri-aspetti/); ci auguriamo ne abbia ancora molto.

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  16. Discutere di poesia mettendo a premessa la matita rossa delle proprie idiosincrasie, credo che non renda certo facile praticare un dibattito su questi due testi di Inglese. Tuttavia, superando la provocazione a specchio del pensiero unico sulla poesia, che non mi appartiene, e in nome del quale il mio “rosario” non sgrana preconcette idee di bello e di poetico, vorrei richiamare la necessità di un “dire” che sento forte nei testi di Inglese, solo apparentemente semplicemente narrativi. Io vi ho letto un sottotesto non indifferente e perlomeno non banale. Qui, adesso, non mi interessa fare esercizio critico o fare tabelle di buoni e cattivi. E non c’è bisogno che faccia citazioni di Pasolini e Morante, p.es. per indicare anche la strada della poesia civile… e segnarli come punti di riferimento per la poesia contemporanea.

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  17. Trovo curioso che una poesia possa smuovere simili sentimenti: di solito ci si indigna nei riguardi di azioni carognesche, intenzionalmente malvage, non verso semplici voli (pindarici) falliti. Di questi si può eventualmente ridere o provare imbarazzo, ma perché mai indignarsi? Per spiegarsi un simile sentimento bisogna introdurre una dimensione che il più delle volte viene negata, ovvero quella “agonistica”: la poesia è un’idrovora di attenzione, che è un bene scarso, e dunque la cattiva poesia danneggerebbe (assorbendo comunque una certa quota di attenzione) quella buona. Un motivo per odiarla, in effetti, anche se penso che qui le dinamiche affettive rimangano assolutamente preponderanti sulle astratte razionalizzazioni estetiche.

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  18. scusate ci tengo ad aggiungere al volo due cose:
    in primis, grazie ad andrea accardi, che è un gran generoso e curioso

    ad alessandra, e non solo
    quanto ho cercato di dire nel primo testo, è proprio l’impossibilità di una poesia civile, e certamente una poesia civile su, ad esempio, la Siria. (Su quello che io credo di sapere sulla Siria, su quel poco che conosco della Siria…) Ecco. Ma è un’affermazione che non viene fatta allegramente. Siamo di fronte a un malinteso, suscitato dal testo. Il che credo sia normale per un testo poetico, che anche quando non è difficile, dovrebbe avere molte pieghe.

    A fabio m. Bè, non volevo darmi delle arie. Se il disprezzo-di-tutto-Domenico-Ingenito è generato dalla mia intera opera, non posso che esserne più lusingato. Ogni volta che nei fatti artistici e letterari si registrano reazioni di questo tipo, c’è qualcosa d’interessante in gioco. Temo, però, due cose: che Ingenito sia un po’ iperbolico nello scrivere e/o che si ricada in un disprezzo non per i testi, ma per la persona, ossia nelle banali avversioni tra scriventi. Il che toglierebbe, ai miei occhi, molta attrattiva a reazioni oggi così rare.

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  19. Andrea, Ingenito ha chiarito, e non mi pare piaggeria, che si tratta di rifiuto di questa cifra poetica ma non della tua persona.
    io, ripeto, invito tutti a spostare l’attenzione sui testi, ai testi, nei testi.

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  20. @Alessandra T.: Gentile Alessandra, è lo snob che parla.
    Non le ho risposto per diversi motivi e non per perseverare nel mio snobismo: 1) seguire il consiglio di michieli, per alimentare una discussione sulla poesia 2) ho fatto riferimento alle sue parole, ma per esprimere ciò che io penso, non mi sembra di aver scritto che lei è superficiale; tuttavia lei si è presa la libertà di metterlo sul personale 3) per due volte ha frainteso le mie provocazioni: sulle canzonette e su Penna ed è salita in cattedra.
    Mi sembra abbastanza, ma, quarto punto extra dopo suo secondo messaggio: lei esprime giudizi di valore e pretende delle risposte, come se io mi trovassi in un aula di tribunale: posso ricorrere al diritto di non rispondere? Penso proprio di sì, altrimenti è più giusto scambiare i nostri pensieri in privato.
    Chissà chi è più snob tra me e lei, a questo punto?
    Credo sia tutto e dall’alto della mia cattedra le consiglio di leggersi qualcosa di Paul Celan ad esempio, a meno che non l’abbia già fatto. Molto cordialmente, e mi scuso con la comunità per questa formalità

    d.p.

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  21. gentile fabio,
    io spero che sia così, e nei sarei come dicevo lusingato; ma sai l’animo umano è più complesso e sfuggente di quel che appare – non so se lo diceva shakespeare o mia nonna…

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  22. Dunque al testo. Anche per me è assai vicino alla prosa, una prosa un po’ allentata, che emette e lascia galleggiare pensieri, immagini e stupori senza legarli troppo strettamente, come si avrebbe in un’argomentazione. Mi sembra cioé una riflessione esteticamente arrangiata e lasciata incompleta, ed in tal modo più aperta alle immedesimazioni e complementazioni altrui.
    Questo viene ottenuto attraverso versi “prosodicamente ridicoli”? Se sì, io non me ne sono accorto. Però mi sembra plausibile che in relazione a ricezioni sintonizzate sopra rigorosi canoni formali profondamente interiorizzati (e quindi per me del tutto ignoti ed ipotetici) essi possano anche dar luogo a cacofonie insopportabili. Sarebbe bello che mi venisse fatta intuire la natura di questa bruttezza formale, magari con un controesempio o una proposta di correzione che mi faccia dire “eh già, così suona molto meglio! (o molto più profondo!)”. Non riesco invece a situare la volgarità: io non ne riscontro, ma forse anch’essa si annida nella forma (nelle “tinte da giornaletto scandalistico”) e non nel contenuto apparente.

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  23. @ D. Poletti: stia calmo: lei ha frainteso il mio tono e il mio invito a discutere; per me può bastare così.

    @ Andrea Inglese: grazie per il suo ultimo commento chiarificatore.

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  24. La sensazione che mi danno questi versi è quella di leggere una tappa intermedia attraverso cui il poeta è passato prima della stesura finale e (più o meno) definitiva. Non mi dà fastidio “l’uso della prosa” in poesia – se mi passate l’apparente, contraddittoria locuzione – ma penso che se la scelta cade su un linguaggio vicinissimo alla prosa, allora questo dovrebbe possedere un peso specifico talmente alto, una densità così necessaria e definitiva da diventare automaticamente “poesia”. A me, semplice lettore, sembra che questi testi debbano essere lavorati ancora, depurati ed essiccati al sole, per così dire. Il materiale su cui lavorare c’è, a mio avviso, e non lo trovo affatto disprezzabile.

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  25. Sì, non si può fare poesia civile e forse non potendo farla la si fa. I due testi di Andrea qui pubblicati mi sono piaciuti perché rimandano a moltissimi (e sofferti) ragionamenti. C’è un gioco di sponda tra il primo e il secondo testo e di ulteriore sponda da un verso e l’altro. Il dentro e fuori che tanto amo. C’è un mondo piccolo -intimo – familiare, ci sono domande per le quali non vi sono risposte. La Siria (ma tutto ciò che accade) arriva nelle nostre vite di sbieco, di sfuggita, di rimbalzo. “Case che esplodono ma non si vedono”. Tutto si condensa in questo splendido verso (se questa è prosa andata a male, ne sono un fan, si sappia). Mi sono venuti i miei soliti pensieri (e non so se siano gli stessi di Inglese): da qualche parte esplodono bombe, me lo raccontano, lo so che è così, la gente muore e mi dispiace, ma quanto? A volte ne scrivo e spesso ci sto male, ma quante volte per questo ho saltato una cena?
    Il mondo è tutto ciò che accade e tutto ciò che accade siamo noi. E poi quanto mondo c’è nel secondo testo, quante vite scorrono?
    Questi sono alcuni dei motivi per i quali mi piacciono questi testi, probabilmente ce ne sono altri che non conosco, pazienza.

    grazie ad Andrea I. per i testi e ad Andrea A. per averceli portati.

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  26. Condivido in pieno l’intervento di ginodicostanzo
    senza parteggiare nè per il poeta nè per i
    commentatori. Voglio solo affermare che
    ginodicostanzo non si smentisce mai:
    i suoi commenti sono intelligenti, non
    di parte, ed ha sempre la consapevolezza
    di affermare la verità sacrosanta.ud

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  27. Avverto più riuscita la prima poesia, nella quale la ripetizione (quasi ossessiva, da scansione) del verbo accadere, in diverse declinazioni, tempi e modi, è come se innestasse un temporizzatore, tipo un metronomo per es. che divide i versi e i fotogrammi e allo stesso tempo li stringe, li affastella, in un indistinto ansioso che fa tutto un blocco dell’umano e accade, senza possibilità, non dico di remissione (ci mancherebbe!), ma nemmeno appunto di comprensione (“quelle cose lontane vengono avvicinate”, ma cmq ad una distanza dove non le si distingue, perché cmq “Non si riescono a vedere le persone”, e così nei versi, l’autore come il lettore, come i fatti stessi, ne vengono travolti e persi) .
    Nella seconda poesia ho l’impressione che l’inserimento del sogno, se pure può essere un “espediente” (in senso buono eh) per delineare “un accadimento minore” (bello!), e con questo il fatto che nemmeno il sogno, tanto più se singolo, “buca” lo schermo del reale (a parte il corpo che, appunto, come corpo ac-cade), insomma che nemmeno il sogno crea “liberazione” o altro della catena degli accadimenti, ecco, mi pare si adagi troppo nella didascalia del particolare, troppo controllato come se il sogno venisse raccontato allo psicanalista (a me è venuto in mente il film Eyes Wide Shut), che nn osi insomma nella forma e nei versi e dunque non ottenga.

    Un saluto

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  28. Pocket poetry, app poetry, instant poetry, potrebbero essere tre delle definizioni che minimamente consentano di inquadrare il modus operandi, via via sempre più diffuso, di trasferire la vita nei versi senza alcuna versificazione, decantazione, sosticazione. La parola non si trasforma più, non cerca e non crea la sua musica, ma si riversa, si trasferisce piana 8 e anche piatta) nel testo e tutta la partita si gioca sul contenuto. E’ la poesia dei tempi che verranno, e non deve essere oggetto di pregiudizio nè disprezzata perchè è quella che consentirà almeno la preservazione del messaggio, perchè sarano sempre meno quelli che vorrano cercare il messaggio oscuredelle parole scavando nel profondo dei testi, delle immagini, nei doppifondi delle strofe. Qui mi sembra ci si trovi nel campo sopra accennato, con pericolose picchiate verso il basso (es. riferimento a facebook che strazia come unghia ai vetri) dal punto di vista formale e anche con le storture che alcuni intravvedono in fatto di senso di incompiutezza del secondo brano, ma non posso fare a meno di notare il cristallino del messaggio, l’assoluta inadeguatezza che il poeta avverte nel mondo intorno e in sè verso le cose del mondo. E forse mi basta. GS

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  29. forse sono fuori tempo massimo ma avrei una domanda da porre al nostro ospite
    non capita tutti i giorni di avere a portata di clic un poeta & filosofo di tale fattura
    ecco inglese volevo chiederle questo
    si dice sempre che carmina non dant panem: lei è d’accordo con questo adagio o non crede piuttosto che si tratti di un mantra che ripetono tutti i poeti che non hanno per amico un bravo fornaio, magari uno di quelli da oscar?

    grazie per l’eventuale risposta e in ogni caso prenda questa mia richiesta come un invito alla mia trasmissione che riprenderà in autunno
    suo giggi

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  30. scusi direttora può togliere il primo merluzzo che la macchina mi ha fritto male?
    lei ce l’ha un amico fornaio?
    lei crede che i fornai aiutino la poesia o la poesia sia ormai un fatto da fornai?

    l’invito alla mia trasmissione è notte alta e sono sveglio vale anche per lei

    suo giggi

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    1. :) ora la impano correttamente
      oh… qui fanno un pane cotto al forno a legna che è una poesia, quindi direi che è un fatto da fornai.
      grazie dell’invito, mi avverta della data per tempo, così non prendo le gocce per dormire, sa, l’età.
      sua direttora.

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  31. bene l’avverto
    oppure si può fare una puntata multipla, con lei inglese e il fornaio di inglese e due fans del nostro, qui non mancano di certo ma sceglierò solo tra quelli ancora privi di panificatore
    ci penserò su e parlerò anche con i miei collaboratori vediamo che ne esce, magari ci scappa una pagnottella anche per me

    a presto, suo giggi

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  32. io non so se davvero i “carmina non dant panem”, so però che al “panem” si accompagnano sempre più spesso i “circenses”, con o senza Cisti fornaio.

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  33. Caro Andrea Inglese, sono probabilmente iperbolico nello scrivere. Hai ragione, e mi scuso se il mio élan possa comunicare personale rancore. Il mio unico rancore è diretto contro le forme sgraziate e piatte che si propongono come testo poetico. Ho nella testa una decina di categorie teoriche (al di là del mio gusto personale, quindi) antiche e moderne, occidentali e orientali, per scandagliare la differenza tra poetico e non-poetico, bello e brutto. Quello che affiora da quello che di te leggo è solo piatta bruttezza, neanche tanto pura da poterne fare un potete movimento estetico del disforico. Mi fa piacere che il mio disprezzo sia materia di lusinghe, e sono contento che cose tanto piatte e brutte continuino a circolare, in modo da offrirsi come fondo bruto e opaco nella controluce del quale apprezzare quanto di bello esista in poesia.

    Gianni Montieri, ti conosco di persona e so quale persona aggraziata e raffinata si nasconde dietro la benevolenza critica del tuo giudizio. “Il mondo è tutto ciò che accade e tutto ciò che accade siamo noi” è un pensiero molto bello, ma mi aspetto un concetto così interessante sia espresso in una forma capace di vibrare e far vibrare. Il modo con cui Inglese ha espresso tutto questo mi ha fatto solo venir voglia di interrompere la lettura dopo pochi versi. E se allora la tensione intrinseca della poesia dovrebbe essere la generazione di noia e disgusto, allora ben vengano versi di questo tipo. Io non ci sto. Se non all’oro posso dire sì al catrame, al sangue, al seme, addirittura al piscio. Ma non al vomito, così rigurgitato senza neanche il ritmo sincopato dei conati.

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    1. ‘Il modo con cui Inglese ha espresso tutto questo mi ha fatto solo venir voglia di interrompere la lettura dopo pochi versi. E se allora la tensione intrinseca della poesia dovrebbe essere la generazione di noia e disgusto, allora ben vengano versi di questo tipo. Io non ci sto. Se non all’oro posso dire sì al catrame, al sangue, al seme, addirittura al piscio. Ma non al vomito, così rigurgitato senza neanche il ritmo sincopato dei conati.’

      Si può amare odiare così tanto un verso, una poesia?
      Chapeau, dico sul serio.
      E’ il più vioento j’è accuse che io abbia letto dai tempi di neruda.

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    2. Ti ricordi Domenico? Parlammo già una volta a cena di Andrea Inglese e di come le nostre opinioni fossero, praticamente, opposte rispetto alla sua scrittura. Non ho sottolineato un pensiero ma un ragionamento; mi scuote il ragionamento, così come (a volte) è necessario (per me) che i versi “stridano” purché poi giungano al punto e mi facciano vedere qualcosa, qualcosa che io in questi testi ho visto con chiarezza. Il verso che ho sottolineato, nel commento precedente, corrisponde perfettamente a ciò che diceva Brodskji rispetto alla poesia “una rara forma di accelerazione mentale”; non solo per chi scrive ma anche per chi legge. Non è critica benevola ma la manifestazione di un mio pensiero già espresso altre volte. Se non fosse per la stima che nutro per te e Andrea non sarei nemmeno intervenuto.

      Ps: Se tu avessi visto come ho mandato a cagare, in metropolitana, uno stamattina mai avresti detto del mio essere “aggraziato” :-)

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  34. La chiave di tutto è nella frase:

    “Ho nella testa una decina di categorie teoriche (al di là del mio gusto personale, quindi)”.

    Ma quelle categorie lo rendono un essere “altro”, un altro software, per così dire, e – guarda un po’ – contrariamente a quanto aggiunto fra parentesi, è proprio questo bagaglio nella testa a costituire – in questi vaghi e allentati dominii privi di tassa d’ingresso e canoni condivisi – il “gusto personale”.

    Assolutizzare (cioé voler imporre come “universali”) i propri geni o la propria storia: è questa la miserabile lizza nascosta sotto le gualdrappe ipocrite della “buona volontà culturale”. Ah, Bourdieu!

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  35. Elio, qui nessuno sta assolutizzando un bel nulla. Se ti rifai a Bourdieu sei pregato di farlo in modo più accurato: nulla mina le basi del discorso quanto l’affastellamento di rimandi “colti”. Non credo che Bourdieu sia una divinità da invocare (né tantomeno un fratello tuo), quindi ti invito a costruire argomenti. Quantomeno avremo appreso qualcosa.

    Per quanto riguarda le categorie teoriche mi riferisco al fatto che la storia del pensiero sulla poesia (e non solo in occidente si è parlato di poesia nel corso degli ultimi tre millenni) ha proposto definizioni e metodi di lettura spesso divergenti tra loro. Ogni volta che mi avvicino a un testo, una volta accantonato lo spazio angusto del mio parere personale, mi diverto a inquadrare i versi entro i margini di una prospettiva critica offerta da riflessioni lontane dal nostro tempo e da i nostri spazi. Perché credo che in ogni testo (se artistico, appunto) ci sia un fondo di universalità, o quantomeno tensione verso l’universalità, di cui dobbiamo rendere conto. Se manca questa tensione antropologica (che rarissimamente ho trovato nei testi di Inglese, ad esempio) non reputo interessante il fatto “artistico”.

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    1. Eccome se è un fratello mio! Prima mi stupivo irrimediabilmente sul perché gente così evidentemente colta non riuscisse a mantenere un minimo di correttezza epistemologica nei suoi discorsi: Bourdieu me li ha spiegati molto bene, questi perché, insieme a molto altro, per questo ha un posto garantito fra i miei Lari.

      Comunque risposta interessante la tua: ma davvero accostandoti ad un testo poetico tu riesci a dipanare dall’esperienza complessiva – e a mettere da parte – il tuo “parere personale”? In tal caso davvero i tuoi giudizi sarebbero oggettivi, anziché meramente suggestivi, però soltanto per persone che condividano (o abbiano interesse a simulare di condividere) una simile e prodigiosa (e dal di fuori inverosimile) chiaroveggenza interna.

      Penso che ciò che prefigurano i tuoi giudizi possa avvenire per la matematica, che costituivamente astrae, progressivamente, da qualsivoglia compromesso “viscerale”. Pretenderlo per la poesia, per questa commistione indipanabile di affetti e fascinazioni, effetti e proiezioni, mi sembra insostenibile, per quanti poderosi “apparati” possano andare ad accumularsi sugli scaffali. Ma è anche una mossa del tutto comprensibile nell’ottica dei campi e delle dominazioni, fa chiaramente parte dell’ “illusio” poetica.

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  36. Elio non ho parlato di astrazioni dai miei compromessi viscerali. Mi piace semplicemente (e fa anche parte del mio lavoro) confrontarmi con orizzonti estetici diversi da quelli del nostro tempo e della nostra cultura. Gli esseri umani hanno considerato belle o brutte forme diversissime tra loro, ma i tempi e gli spazi sono accomunati dalla convergenza verso forme di attrazione estetica che rivelano quanto simili siano le nature umane. Ben venga l’esaltazione del brutto, dell’orrendo, l’informe, il vacuo, il nulla, ma gli strumenti devono essere potenti, irresistibili. Un film può raccontare una vita noiosa, ma deve farlo in modo avvincente, non noioso!

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    1. Il tuo “non ho parlato di astrazioni dai miei compromessi viscerali” non mi è sembrato una contro-argomentazione bensì un tagliar corto, al quale mi sono adeguato.

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  37. Riflettendo su quello che dice Giovanni Montieri a proposito delle riflessioni che gli sono state suscitate dai due testi di Andrea Inglese, allego qui una poesia di Mario Benedetti tratta da “Umana Gloria”. In questo (bellissimo) testo trovo tutta l’impossibilità di dire poesia civile pronunciata con uno slancio antropologico senza pari:

    Che cos’è la solitudine

    Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
    un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

    Ho freddo, ma come se non fossi io.

    Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
    come un uomo con un libro, ingenuamente.
    Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
    Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
    il Natale nei racconti,
    le stampe su questo parco come un suo spessore.

    Che cos’è la solitudine.

    La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
    si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
    un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

    L’ho letto su un foglio di giornale.
    Scusatemi tutti.

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    1. Caro Domenico, in questa bellissima (concordo) poesia, Mario Benedetti dichiarando l’impossibilità di fare (e dire) poesia civile, la fa (secondo me). Ed è potentissima

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  38. sono contento che si sia sviluppata una minima discussione intorno a questi testi, discutere di poesia è difficile, ma mai inutile

    concordo con quanto dice in particolare margherita:
    il primo testo è più riuscito del secondo

    concordo anche con chi ha osservato una certa provvisorietà
    che è reale; pubblicare un testo inedito, su un blog, un testo che non è ancora stato inserito in un libro, significa – per me – mostrare un lavoro non definitivo; il che non significa per forza minore, ma significa che è stato “preso” in una fase non ancora compiuta, che per me è solo quello della pubblicazione a stampa

    per probabile disattenzione mia, in entrambi i testi vi è incorenza nella maiuscule a inizio verso; io non metto mai maiuscole a inizio verso, a meno che non seguano un punto a fine verso precedente. Questo provoca a mio parere un impressione di disordine, ma in questo caso non voluta

    Ingenito ragiona sulla poesia così come facevano i “professori del bello”, di cui parlava già Baudelaire nella seconda metà del XIX secolo; si tratta di un filone costante, che ancora Adorno chiamava l’arte accademica; solo che, al tempo di Adorno, l’arte accademica presumava di essere una, e ben ancorata nel suo contesto occidentale. L’arte accademica di Ingenito invece è multipla, si estende da oriente a occidente, e ci vorrà del bello e del buono per riuscire a tradurla in qualcosa di concreto, come in un trattato del Bello Poetico. Gli faccio tutti i miei auguri. Potrebbe inaugurare l’Arte accademica globalizzata, di cui ancora manca una compiuta espressione.

    Sulla poesia come scuotimento del pensiero, non posso che concordare con Gianni Montieri.

    Un saluto
    a.

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  39. Caro Andrea Inglese,

    quel che accade nelle riflessioni diacroniche sulla poesia, tra oriente e occidente, non è altro che serbatoio di ispirazioni. L’arte accademica è qualcosa contro cui in Italia mi scontravo giorno dopo giorno e che, alla fine, mi ha costretto a partire. Per cortesia non chiami in causa progetti che non rientrano nel novero delle mie inclinazioni. Ripeto, il testo poetico che in me crea disforia (come lieve repulsione, inappetenza estetica) mi chiede di essere letto sotto il prisma di altre tradizioni. Non ho trovato nulla al di fuori dei confini del mio modesto intendere. E se partiamo dal gusto personale, al gusto personale siamo costretti a ritornare. Ma buon gusto, per chi scrive, potrebbe essere la condivisione di un prodotto finito e forte, non uno straccio grossolano che, a mio parere, più che scuotere il pensiero in realtà lo adombra. E Fortini ha già fatto molta luce su questa necessità.
    Auguri.

    Domenico Arturo Ingenito

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