Remo Fasani sul carteggio con Cristina Campo (intervista di Laura di Corcia)

Da dove partire, per costruire un edificio, se non dalle fondamenta? E, giacché l’uomo di pensiero può essere accostato per somiglianza a uno stabilimento fatto e finito, possiamo tranquillamente utilizzare questo paragone per introdurre un capitolo della lunga storia di Remo Fasani che secondo noi possedeva già in nuce tutto il suo percorso futuro, di uomo, studioso e poeta. Trattasi del soggiorno fiorentino (dal 1950 al 1951), un anno importantissimo e costellato da amicizie – intellettuali e affettuose – che l’allora studente, fresco di laurea, si portò con sé una volta rientrato in Svizzera, in quei Grigioni che già gli avevano dato i natali, prima, e poi a Neuchâtel, dove insegnò per anni letteratura italiana all’Università. Fra tutti questi rapporti, spicca per intensità e durevolezza quello con la poetessa Vittoria Guerrini, alias Cristina Campo, autrice di saggi e di raccolte di valore come La Tigre Assenza, sofisticata traduttrice di Hölderlin, John Donne e Simone Weil. Remo Fasani l’aveva conosciuta grazie all’intermediazione del suo compagno Leone Traverso, che con lui condivideva la passione per la traduzione dei poeti germanofoni, primo fra tutti Hölderlin. Durante il soggiorno fiorentino, i due si frequentarono assiduamente, quasi tutti i giorni. Una volta tornato in madrepatria, non ruppero i rapporti, ma anzi li nutrirono con un carteggio assiduo e profondissimo, intellettualmente sofisticato. Le lettere che Fasani scrisse alla Campo sono purtroppo andate perse a causa dell’incuria degli eredi della poetessa, venuta a mancare prematuramente già nel 1977, a Roma, dove viveva con il compagno Elémire Zolla. Invece le missive della poetessa sono state gelosamente custodite dallo studioso svizzero, che poi decise di affidarle alla Biblioteca di Lugano, dove esiste un fondo a suo nome. L’anno scorso, per le edizioni Marsilio, hanno rivisto la luce, grazie al generoso lavoro della curatrice, Maria Pertile. A margine della pubblicazione, intitolata Un ramo fiorito, siamo andati a trovare lo studioso Remo Fasani, che, dopo aver vissuto lunghi anni a Neuchâtel, ora abita a Grono.

Professor Fasani, lei frequentò molto Cristina Campo da giovane. Il carteggio è una testimonianza di questo affetto e di questa stima. Come la definirebbe?

Intensa. Nella conversazione era molto affabile, aristocratica. Anche se c’era sempre in lei qualcosa di impulsivo che non riusciva a frenare. Forse la condizonavano anche le sue origini ebraiche; ma a dire il vero durante gli anni fiorentini la religione aveva un ruolo marginale. Ripeto, Cristina Campo era intensa. Intensa fino alla violenza, a volte.

In che senso?

Nelle lettere a un certo punto si vede che ci fu un raffreddamento dei rapporti. Il motivo fu la sua insistenza. Pubblicò un saggio a mio nome, Dell’attenzione (ora contenuto in Gli imperdonabili, ndr), senza prima chiedermi l’autorizzazione. In realtà il saggio era molto profondo e le idee che aveva esposto mi trovavano d’accordo. Quindi mi sarei dovuto sentire onorato da questa attribuzione. Ma mi arrabbiai per le modalità; avrebbe prima dovuto verificare la mia disponibilità. E non lo fece.

Per quale ragione agì così?

Le faceva comodo avere la firma di un uomo. Quelli erano anni in cui la questione delle donne non era ancora stata affrontata. Se la cavò con una scusa. Visto che aveva citato solo le mie iniziali, attribuì lo scritto a Renzo Fiamma e chiuse così la questione. Ma io mi indispettii in ogni caso.

Non ci furono episodi analoghi?

Leggendo le lettere si può notare quanto insistette perché mi recassi a Firenze a vedere la mostra sui grandi pittori del Quattrocento da lei stessa curata.

Il suo rapporto amoroso con Leone Traverso fu molto travagliato. Con lei ne parlò mai?

Sì, si sfogava molto. I due erano in crisi ma lei sosteneva ancora quella relazione per una sorta di idealismo. Si vedevano raramente, ma lei mi ripeteva sempre che quella relazione non fosse ancora giunta a conclusione, su un piano spirituale. Soffrì molto per questa faccenda.

E come mai, a suo parere, questa poetessa è stata esclusa dal Parnaso dei grandi poeti del Novecento?

Potremmo parlare della sua conversione e di questo lato caratteriale, ma in realtà si trattò anche di una questione politica. Non è mai stata accolta nelle antologie del Novecento perché aveva una cultura di destra, mentre a quei tempi l’intellighenzia letteraria di profilava più a sinistra. Comunque è inconcepibile che sia stata esclusa in questa maniera. Le poesie prima della conversione sono meravigliose. Io credo che sia una delle voci più autorevoli del secolo passato. E non parlo solo della sua poesia, anche della prosa. Alcuni suoi saggi sono perfetti, il massimo che ci si possa aspettare.

Dal carteggio possiamo evincere anche un brillante confronto sulla vostra produzione poetica.

Sì, Cristina Campo mi aveva eletto a suo lettore ufficiale, anche su pressione della madre. Teneva molto al mio giudizio. Mi sottoponeva qualsiasi testo scrivesse. E anch’io le sottoposi parecchie poesie.

A Firenze incontrò anche altri intellettuali. Chi le rimase nel cuore?

Mario Luzi. Anche con lui ebbi uno scambio abbastanza importante. Gli sottoposi le mie poesie e lui le apprezzò (la raccolta Qui ed ora, ndr). Col tempo capii che il suo tempo era limitato e che non riusciva nell’intento di seguire bene il cammino poetico altrui.

Com’era Firenze, in quegli anni?

La guerra era finita da poco, erano anni tranquilli. Mi è rimasta nel cuore. C’erano maestri importanti, come Roberto Longhi, Attilio Momigliano. Seguivo le lezioni di De Robertis e di Migliorini. Seguivo le loro lezioni con molto interesse. Ma avevo capito che avevano dei limiti. E che in Italia esistevano dei baronati inattaccabili. Per esempio, Gianfranco Contini. Nessuno poteva permettersi di confutare le sue tesi. Io lo feci scrivendo un saggio sul Fiore, da lui attribuito a Dante. Nel mio studio spiego che la cosa è impossibile, perché l’Alighieri morì prima che il poemetto fosse scritto.

© Laura di Corcia

(pubblicata su ««Cenobio»», rivista di letteratura del Canton Ticino)

17 comments

  1. stiamo parlando di uno risentito che non parla minimamente di un gigante (Cristina Campo), bensì solo e soltanto di sé stesso.
    per altro sparando un’emerita cantonata sulla questione legata al “Fiore”.
    che non sia dantesco lo si sa da prima che morisse Contini, ma pensare che sia successivo alla morte del Sommo Dante è cosa che non si può leggere

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  2. Un risentito che tende solo ad evidenziare quanto gli altri abbiano mancato nel confronto del suo lavoro e che usa il nome della Campo solo per portare acqua al suo scarso mulino. per il resto solo gossip e banalità che non aggiungono nulla.

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  3. sono d’accordo sul fatto che non aggiunga nulla rispetto a quanto già sapevo sulla Campo. Probabilmente avrei spostato un po’ l’attenzione anche delle domande su altro.

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  4. mi spiegate, però, una cosa? Io sono tra quelli che conosce meno la Campo, mi dite però, a questo punto, al di là, dell’evidente risentimento di Fasani, quale rilevanza ha questo carteggio rispetto agli altri più noti?

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  5. nella mia piccola esperienza dico che questo è il primo carteggio in ordine cronologico, e risale ai primi anni ’50 (fino al ’54) e credo sia importante perché contiene già alcuni dei cardini per capire soprattutto Gli Imperdonabili, e dunque su cosa si fondasse la sua Attenzione critica. C’è già nel carteggio l’amore per Simone Weil – che se non sbaglio le aveva donato proprio Traverso -, Hofmannsthal, e molti altri, e si parla del Riccardo III di Shakespeare e delle poesie della Campo stessa.

    Mentre seguivo il monografico che Rolando Damiani ha tenuto l’anno scorso a Ca’ Foscari, non ho potuto fare a meno di intrecciare la lettura degli epistolari alla quella de Gli Imperdonabili perché permette di scavare a fondo nella sua opera; si dice che siano tra i più belli del Novecento e di sempre, come genere letterario. Damiani dice che siano al pari di quelli di Leopardi.

    Ricordo che questo l’ho letto in una piovosa mattina di marzo, con il Ponte della libertà invaso dagli operai della Fincantieri, il mio autobus fermo in mezzo al traffico per due ore: me lo sono bevuto, affascinata completamente dalla Campo, dalle sue poesie, dall’Esattezza delle sue immagini anche in prosa. La Campo vive di una bellezza letteraria davvero rara, che ho scoperto solo da un anno appunto, sebbene sia molto lontana dalla mia visione della vita e del mondo (chiusa sempre in casa, iper-protetta, ipocondriaca e malata, con tendenze di destra – ricordo soprattutto nelle Lettere a Mita), è letterariamente contagiosa.

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  6. Il carteggio è meraviglioso. L’avete letto?
    Ecco una lettera:
    Caro R.,
    a me sembra che la primavera abbia tutti gli attributi del poema perfetto; ritmo e controritmo, sapore massimo di ogni istante, capovolgersi continuo di tempo e di spazio – Non prova lei, in questi giorni, una sensazione come di bocci che si distacchino con dolore dai rami mentre le foglie cadute vi ritornano in volo? Non le accade di attendere pallido, col cuore in gola il suo passato, di piangere rabbiosamente il suo futuro? Non la prende l’impulso di dare tutto il suo sangue a ciò che ama e insieme quello di fuggire nel più lontano chissàdove, solo come il primo uomo, in un’aria di schiuma e di buona ventura? E una voglia di vivere tale da desiderare d’esser già morto (…).

    Poi, al di là della bellezza di alcune lettere, ogni documento letterario ha un suo diritto di cittadinanza (e pubblicazione) e merita di essere letto e conosciuto, altrimenti non dovremmo più pubblicare opere minori etc. Che discorso è, questo?

    Io credo che ci siano degli elementi interessanti nella mia intervista a Fasani, per esempio l’accento su certi eccessi caratteriali della Campo. E poi la destinazione era una rivista elvetica, quindi a noi interessava anche approfondire l’esperienza di uno dei nostri autori.

    Buona giornata
    Laura

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  7. Consiglio di rileggere questa intervista dopo aver intrapreso, o ripreso, la lettura di altri epistolari di Cristina Campo. In particolare, “Caro Bul. Lettere a Leone Traverso”, A parte le “nuove tonalità”,, in questa intervista, di Fasani, tonalità aspre e con il sé nota dominante, . trovo alcune sue affermazioni non impeccabili per rigore storico e filologico.

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  8. certo che ho letto l’epistolario in questione, Laura, altrimenti perché lasciare un commento!
    la maggior parte di questi commenti non punta il dito contro l’intervista in quanto tale, ma solo contro il tono delle risposte.
    il professore ha risposto con livore, quasi volesse togliersi una serie di sassi nei confronti di chi non solo ha ostacolato la Campo in vita, ma pure lui in prima persona.
    per esempio, e lo dico per esperienza personale, diretta, Mario Luzi è stato non solo un gradissimo poeta, ma un uomo disponibilissimo. rispondeva a tutti, compreso a uno studentello da nulla come il sottoscritto e ha continuato a farlo finché ha potuto farlo.
    per quanto riguarda le “accensioni” del carattere di Cristina/Vittoria, be’ è la scoperta dell’acqua calda, perché di “sfuriate” se ne leggono in ogni carteggio o epistolario sia giunto al lettore.
    ma, ripeto, per quel che mi riguarda non ho nulla per come è stata condotta l’intervista: le domande sono puntuali. il problema è costituito dalle risposte che spostano l’oggetto (Campo) nel soggetto (Remo).
    (insomma è un po’ come leggere Pecora che scrive di Penna sputando ogni due parole su Garboli).

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  9. La maggior parte, Fabio, non tutti. In una risposta sola ho cercato di dare un feedback a diverse sollecitazioni, specificando che anche il luogo in cui è ospitata un’intervista influenza le domande. (Per eccessi caratteriali, non mi riferivo alle sfuriate, ma anche alla tendenza a scavalcare le persone – attribuire un intervento a qualcuno, senza nemmeno averlo avvisato, non è un modo di agire pulitissimo, ne converrete). Comunque non avevo frainteso il tuo intervento, anzi.

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  10. Concordo con sergiofalcone quando afferma che
    parlando Di Cristina Campo si parla di giganti.
    Adoro Cristina Campo come e più di Antonia
    Pozzi; grande scrittrice, poetessa ed eccellente
    traduttrice, nonchè donna di grande fascino. ud

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  11. son sincero, Laura, ma fatico a credere che Vittoria/Cristina possa avere pubblicato qualcosa con un nome senza averne chiesto il permesso o avere lungamente attesa una risposta mai arrivata. soprattutto se penso all’elenco di “nom de plume” usati, che riguardano quasi sempre eroine della letteratura o comunque a quella sfera riconducibile.
    la questione semmai è altra: Vittoria/Cristina è stata una ‘pasionaria’, mossa da una forza interiore che la consumava nel fisico e nell’animo. esserle amico, o amica, chiedeva un impegno tale che alla fine o ci si ritrovava del tutto assorbiti o complici, o inevitabilmente ci si allontanava.
    Luzi ne è un esempio: e non accenno in questo caso all’infatuazione di Vittoria; se a un certo punto uno cresceva ed evolveva, e nell’evolvere si allontanava dall’idea di perfezione tutta campiana, non c’era più spazio nella vita di Vittoria/Cristina.
    lei stessa scrive a Mita che non comprende più Mario dopo “Primizie del deserto” (se ricordo bene).
    e questo accadde pure con Fasani, ma ricondurre tutto, o ridurre tutto a quell’episodio (perché questo è ciò che si evince, senza un’ulteriore argomentazione che doveva arrivare dal professore) è davvero una boutade degna di una rivista dedita al gossip.

    concordo pienamente con te (permettimi di passare al “tu”) quando affermi che ogni lettera, ogni carteggio, costituiscono documenti importantissimi per avvicinarsi il più possibile alla complessità di uno scrittore.
    Cristina Campo è tutta nelle sue lettere, proprio perché la sua decisione di non salvare nulla di anteriore a una precisa data segna la nascita di Cristina e la fine di Vittoria, in un certo senso. anche questo doveva essere detto da Fasani, proprio quando cita Traverso e la complessa relazione con Vittoria (testimoniata dal più bello dei carteggi pubblicati da Adelphi).
    è solo attraverso le lettere di Cristina che si riesce a penetrare la concisione della sua scrittura, e di conseguenza l’apparente nebbia che la protegge dal lettore superficiale (ossia occasionale).

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  12. lumi da parte di Fasani?
    vedo la cosa difficile, quanto inutile, Maria.
    mai e poi mai ho avuto modo di leggere una sola riga nella quale la Campo, o qualche suo amico, o la sua biografa (con tutti i limiti che può contenere il “Mostro”), abbiano fatto riferimento a origini ebraiche – fossero esse riconducibili ai Guerrini o ai Putti.
    che la Campo abbia avuto modo, fortuna, piacere di frequentare personalità, figure di spicco legate all’ambiente ebraico è cosa nota; ma non le frequentò in quanto ebree! le frequentò perché le vicissitudini della vita la portarono a conoscerle: e così conobbe e frequentò Gabriella Bemporad, per esempio.
    ma non penso, spero, possa essere confuso il concetto di frequentazione con quello di origine.
    quindi davvero non so a cosa faccia riferimento Fasani. se mai fosse a conoscenza di qualcosa di ancora non noto, a quest’ora avrebbe dotuvo/potuto dirla. di certo i Guerrini non erano di origine ebraica. non so i Putti, ma vista la splendida carriera dell’amato, anzi amatissimo, zio Vittorio difficilmente i Putti avrebbero potuto nascondere in quella congerie storica anche soltanto una lontanissima origine ebraica.
    ma a fugare ogni dubbio resta il profondo interesse di Cristina Campo verso quella cultura e il suo essere sincera sempre, il che non le avrebbe impedito di sancire un ulteriore legame con quell’ammirata cultura.

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