A WISLAWA, CON RISPETTO PARLANDO

Wislawa Szymborska non era una poetessa italiana. Se questa affermazione può sembrare scontata, visto l’eccesso di consonanti del suo nome, non lo è più all’interno di un discorso strettamente letterario. Quando venne a Pisa qualche anno fa, invitata dalla Normale, non avevo mai letto nulla di suo, la grande popolarità e la presenza invasiva nelle librerie me la rendevano un po’ sospetta. Quel giorno, in mezzo al pubblico, c’era anche un piccolo gruppo di ragazze polacche, sorridenti e orgogliose. Ne capii presto la ragione.
La Szymborska lesse alcune di quelle che sarebbero diventate le mie poesie preferite, tra cui La prima fotografia di Hitler. Le lesse in polacco, con vocina ironica, minuta, da topolino. Dopo ogni lettura del testo originale, un attore italiano recitava la traduzione, con tono impostato e retorico, gonfiandosi il petto sotto la camicia. Ogni parola era perfettamente scandita, la comprensione di ogni poesia era completa. E tuttavia la differenza risultava impressionante, perché il contrasto non avveniva soltanto tra due voci e due lingue, ma tra due mondi e due culture.
Da una parte c’era la freschezza di una ragazza ultraottantenne che non voleva fare della propria opera un’eredità da scontare. Dall’altra si sentiva tutto il peso di una tradizione letteraria sempre incombente come quella italiana, qualcosa di opprimente e da riverire, in ogni caso. L’ombra della Poesia sulla poesia.
Mi accorsi di tutto questo dallo sguardo che la Szymborska rivolgeva ogni volta all’attore intento alla lettura, uno sguardo a metà tra il divertito e l’imbarazzato, come per dire: «Ma sicuri che stia leggendo le mie poesie? Sono le stesse?». Si sentiva insomma già messa su un piedistallo che non poteva accettare, caricata di ostentazione e di pose insopportabili, mentre la sua poesia va proprio nella direzione opposta, piena di ironia, di gioco, e pure sempre coincidente con qualcosa di vero e necessario, che ci riguarda tutti. Non c’è spazio allora per timori reverenziali di nessun tipo, neppure verso se stessi. La Szymborska è stata anche questo, un classico in vita senza volerlo essere, mentre tanti imitano i classici per non sapere essere altro.
Quel giorno ho pensato che il rapporto col passato diventa proficuo solo quando è senza paura, e inseparabile da uno sguardo sulla realtà, altrimenti è monolitica rassegna di modelli, declamazione austera, gelo. Non può esistere un poeta ignaro, non può esistere un poeta isolato. Ma l’orologio della tradizione resta fermo se non hai un tempo tuo da misurare.

@Andrea Accardi

18 comments

  1. Leggerezza pensosa, alla fine di tutto, la vera poesia deve fare i conti con la vita, molto prima che con qualunque tradizione.
    Si.
    Anche io ho scoperto tardi Wyslawa Szymoborska ma credo non sia difficile farsi catturare da lei e questo non è un demerito, ma è il merito della vera poesia.
    Io la immagino la scena della lettura citata qui: la zavorra della tradizione italiana, il glorioso passato che spesso diventa macchietta, contro la semplicità di questa donna. E che è donna voglio dirlo, che è donna che ha fatto dimenticare di essere donna senza dimenticare di esserlo.
    Non ha cercato come dicono molti, di essere poesia aldisoprà, aldilà di sè, ma proprio per questo credo, è diventata universale, per aver saputo coniugare il particolare e l’universale, come è dei grandi autori.
    E i grandi autori spesso hanno una voce potente sulle pagine e voce sommessa nella vita.
    Maria Zimotti

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  2. Le letture “accademiche” quasi sempre massacrano la poesia . Qui da noi la cosa va avanti da sempre ; e nessuno che osi criticare ufficialmente questi signori ( e signore ) , padreterni in teatro o al cinema ma inadeguati ad “entrare” in un testo e sintonizzare la dizione con la valenza delle parole , con la “pelle” della poesia .Comprensibile la reazione della S. di fronte ad una situazione tragicomica , penalizzante per la sua poesia , ma volano , per il pubblico , di una più profonda esperienza umana .

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    1. Si, io me ne sto convincendo sempre più. Gli incontri più belli con la poesia sono quelli “a tu per tu”, nati dalle occasioni, dai passaparola, piuttosto che dalle “presentazioni” ufficiali.

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  3. “Da una parte c’era la freschezza di una ragazza ultraottantenne, arrivata da un paese che ha avuto i suoi grandi autori, ma non li ha mai resi un’eredità da scontare. Dall’altra, si sentiva tutto il peso di una tradizione letteraria sempre incombente come quella italiana, qualcosa di opprimente e da riverire, in ogni caso.” Vero, vero, vero… grazie. Resta la leggerezza.

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  4. Ringrazio tutti quelli che hanno letto, e vorrei qui fare anche una piccola autocorrezione, o meglio fornire un chiarimento a cui tengo davvero.
    Chiacchierando con un amico, mi sono reso conto che il finale “la vera poesia deve fare i conti con la vita, molto prima che con qualunque tradizione” è forse un po’ pericoloso, e ingiusto verso la Szymborska stessa. Pericoloso perché apparentemente giustifica e autorizza qualunque poesia istintiva e sentimentale, che nulla avrebbe a che fare con la poetessa di cui stiamo parlando, che era invece estremamente ironica e fortemente filosofica, refrattaria dunque ai sentimentalismi facili.
    Ciò che mi premeva dire era piuttosto che non può mai essere la riproposizione automatica dei modelli a creare nuova poesia (altrimenti, tutti i professori sarebbero grandi autori :)), ma prima di quelli deve esserci una spinta personale, innata, che in fondo altro non è che l’inclinazione alla scrittura, inseparabile da un certo sguardo sulla realtà. Ecco cosa intendevo per vita, e capisco che l’equivoco è dietro l’angolo. Quella spinta andrà poi educata, messa a punto faticosamente, attraverso la lettura, attraverso la tradizione (“non può esistere un poeta ignaro, non può esistere un poeta isolato”), ma se manca quella, ci sarà poco da fare. Come diceva Tomasi a proposito di Stendhal, l’orologio dell’arte cammina solo se avrete un vostro tempo da far segnare alle lancette.
    Insomma, voglio togliere al mio articolo, che è in fondo un piccolo racconto, e non un pezzo di critica, il rischio di assolutismo in cui poteva cadere nel finale. Dopo queste precisazioni, penso che non ci siano più troppi dubbi: il problema della tradizione non è certo la tradizione in sé, ma piuttosto quando diventa opprimente, monolitica e troppo austera. La scenetta della doppia lettura mi sembrava rappresentare proprio questo: da una parte un attore che faceva il suo, e certo esagerava in declamazione e timore reverenziale; e dall’altra una poetessa, che se la ride, perché sa bene che qualunque modello del passato potrà tornarle utile, altro che paura.

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  5. già “qualunque modello del passato potrà tornarle utile”.
    questo vale quando si è in grado di reggere il confronto perché si è portatori sani di poesia.

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  6. Avevo cominciato a leggerla da troppo poco. Continuerò a farlo, perché assolutamente merita. Ho molto apprezzato questo intervento.

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  7. Dopo la precisazione posso dire di condividere le riflessioni di Andrea. La tradizione letteraria e artistica è l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo.L’errore che si fa, complici la scuola e le celebrazioni, è dimenticare spesso che è un ambiente vivo, proprio come quello della natura. Gli autori vengono presentati come se fossero sempre stati busti e statue di pietra o aulici ritratti ad olio che possono ricevere la nostra ammirazione ma non comunicare con noi. Molti anni fa, in occasione di un bicentenario, ho assistito alla lettura, da parte di Carmelo Bene, della poesia di Leopardi La Ginestra. La piazza di Recanati era affollata e lui lesse (senza compiere un seppur minimo errore) tutta la lunga composizione sorprendendo i presenti (almeno me senz’altro) con una lettura piana, “normale”, che lasciava in ombra la grande personalità dell’interprete per dare la ribalta soltanto al poema e al pensiero dell’autore. Non avevo mai colto così chiaramente la bellezza di quella poesia e non ho mai assistito a nulla di più magico: era come se Leopardi stesso leggesse per noi i suoi versi. Il suo ritratto di pietra ci sovrastava dall’alto del suo piedistallo ma il poeta vero era lì, sul palco, a condividere con noi il suo pensiero.
    Maria Grazia

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  8. Grazie ancora a tutti, e grazie a Maria grazia Ponzetti, per avere sottolineato ulteriormente la precisazione, e per la sua bella testimonianza.

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  9. Di lei si riesce a sentirne anche il silenzio come una voce assoluta. Quest’anno una sua edizione stringata nei miti mondadori ha risolto la pendenza del mio albero di Natale ( ogni anno tocca ad un poeta garantire la perfetta verticale al puntale) Io ci ho badato poco fin qui perchè la poesia è abituata a sostenere il decoro. Ma adesso mi ci fai pensare: avrebbe approvato?

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