Maddalena Lotter, 5 metri in linea d’aria

5 METRI IN LINEA D’ARIA

di Maddalena Lotter

 

Tra le sette e le otto della mattina l’unico senso completamente funzionante è l’udito.
I primi suoni sono le voci arrochite dei famigliari mentre preparano la colazione in cucina e si scambiano le frasi di inizio giornata («a che ora sci?» «ci vediamo a pranzo?» «quali impegni hai nel pomeriggio?» «portalo tu il cane, per favore»).
Il dormiveglia si nutre delle piccole differenze tra le cose: un pentolino che viene accidentalmente fatto cozzare contro un fornello non produce lo stesso suono che farebbe una padella. Certo che non è importante, ma potrebbe diventarlo subito, considerando che se alle sette di mattina viene usata una padella, la cosa lascia dedurre soltanto una splendida, meravigliosa notizia: pancake.
Insinuo la mano sinistra sotto il cuscino. Sono a pancia in giù, la mia schiena è fredda. «se è davvero successo, cosa facciamo?» «Non lo so, non me lo chiedere, intanto bisogna aspettare gli otto giorni, otto giorni».
Affondo la faccia nel cuscino e lo annuso con attenzione, percependo forse in una frazione di tempo infinitesimale il mio odore. Mi giro verso il muro. «È colpa tua». C’è una fessura di luce che dalla finestra ferisce una porzione del mio muro, effetto spada-laser.
Qualcuno sale le scale che dividono le stanze da letto dal resto della casa, e, dato che le scale fanno rumore perché sono di legno, so chi sta venendo a svegliarmi. Dopo tanti anni in cui uno vive andando su e giù da un piano all’altro, riconosce i passi di tutti.
Se lenti e pesanti: papà. Adagio, largo (tra la prima e la seconda rampa), adagio.
Se mediamente veloci e sostenuti: mamma. Andante, allegro con brio, andante.
Se rapidi e pericolosi: Marco. Fuga.
Va bene, adesso mi alzo. Prima penso a quello che è successo nei giorni passati, sfoglio frettolosamente la mia vita di ieri per rendermi conto di quale stato d’animo debba assumere questa mattina: sto preparando due esami (affanno) e ho comprato un romanzo nuovo (trepidazione), ho preso un caffè con un’amica del liceo (appagamento) e ho litigato con un’amica non-del-liceo (malinconia), forse non sono più fidanzata (horror vacui), devo controllare le notifiche in Faccialibro (astinenza), ho fame (fame), ho conosciuto una bella persona (curiosità).
«Questa proprio non ci voleva» «Sei stato tu a non controllare prima, mica io, sei tu che hai sbagliato. Sbagliato?» «Non è un errore. È un
problema».
Calcolo la distanza tra la mia posizione attuale e il bagno: sono cinque metri in linea d’aria, non di più. Certo, bisogna tener conto degli spigoli nelle camere e dei possibili ostacoli da evitare durante il percorso, ciabatte, libri impilati, ma non sono più di cinque metri in linea d’aria.
Mi volto a pancia in su e penso che si possono fare un sacco di cose in cinque metri: Glauco e Diomede hanno discusso sulla loro stirpe a meno di tre metri di distanza, mentre attorno a loro si decideva il destino degli Achei e dei Troiani.
Era mia madre che saliva le scale, comunque.
«Ehi…sei sveglia?»
«Un po’».
«Io vado al lavoro, ti ho lasciato la colazione sul tavolo».
«Mmh».
Per fortuna ho smesso di sognare, e dunque è finito anche il dormiveglia. Ero stufa di quell’incubo in cui forse ero rimasta incinta.
Intraprendendo uno sforzo che a me pare sovrumano, mi alzo e infilo le pantofole.
Raggiungo il gabinetto pensando lungo tutto il tragitto al fatto che sto percorrendo all’incirca cinque metri in linea d’aria, e comincio a percepire attorno a me una spazialità definita, un volume di cui prima non mi ero accorta.
Mi lavo il viso e riconosco la snervante quotidianità di alcuni gesti, di quelle piccole esigenze. Mi siedo sul bordo della vasca, quasi affranta, e comincio a calcolare le distanze di alcuni bagni che ho frequentato in giro per il mondo partendo da una stanza da letto.
L’albergo di Stoccolma salta subito alla mente: due anni fa lui e io siamo andati in Svezia, scegliendo la meta a caso sul mappamondo; ricordo che la porta del bagno era praticamente a ridosso del letto matrimoniale. La stanza era una business (avevamo prenotato una standard ma per un errore fortunato eravamo stati collocati in una camera migliore), all’ultimo piano. Più a Nord vai, più il cielo ti cade sulla testa.
A posteriori ho capito che mi ci è voluto un viaggio in Svezia per cogliere la vera essenza dei film di Bergman, per rendermi conto di quanto siano reali, lassù, i silenzi nella vita quotidiana, i silenzi fra le coppie sposate, i silenzi nelle metropolitane super-silenziose. Quanto amo il clang-clang! dei treni italiani, il rumore del nostro popolo che è sempre così emozionato.
Se invece tornavo virtualmente tra i corridoi logori e puzzolenti di quell’ostello di Londra mi tornava il dolore alla pianta dei piedi: per raggiungere il primo cesso dello stabile dovevi scammellare lungo un corridoio su cui pendevano luci al neon bluastre, per una rampa di scale gelide anti-incendio e per altri sei o sette metri in linea d’aria. Quando dovevo andare a fare la pipì in quell’ostello londinese mi venivano sempre i crampi, perché svegliarsi in piena notte e, raggrinziti dal sonno, sgattaiolare sulla moquette (gli inglesi hanno un rapporto morboso con la moquette) e poi su quelle scale fredde, temendo di incontrare qualche losco individuo a ogni incrocio di corridoi è un’esperienza che ti mette addosso una certa fretta, e i piedi, stanchi dalle giornate passate tra British Museum e vari posti il cui nome finisce con “-Gallery”, non avevano più voglia di correre.
Ma il campeggio sul lago di Bolsena batte tutte le distanze in linea d’aria: nel giardino di casa di alcuni conoscenti che ci hanno ospitati, il mio migliore amico e io abbiamo piantato una tenda (che è diventata in meno di due ore un’appendice del mio caos casalingo) e prima di arrivare al bagno, che si trovava dentro la casa, bisognava percorrere non solo una quindicina di metri de facto, tra fili d’erba rugiadosi e formichine moleste, ma era necessario anche svegliare tutti con una scampanellata notturna. Pertanto, quando scappava di notte bisognava tenersela, o se volevi c’era il lago. Ci avevano raccontato un aneddoto, forse per rendere la vacanza più accesa, riguardo a una tale ragazza che era caduta nel lago e non era stata mai più ritrovata. Il mio migliore amico e io uscivamo fuori in barca a vela ogni mattina e io ho sempre creduto di vedere il cadavere incagliato da qualche parte.
Una distanza frustrante è stata senza dubbio quella sul traghetto per raggiungere la Grecia, una delle prime volte in cui ci sono montata sopra, senza sapere a cosa andassi incontro; le cabine di quella nave sono talmente strette che se non hai mai sofferto di claustrofobia quello è il momento buono per cominciare a farlo. Accoccolata in una di quelle cuccette, a parlare di cose da sedicenni, mi sembrava che anche i miei organi interni si contraessero su se stessi.
Il problema della cabina era che, se qualcuno di noi quattro usava il bagno, quello era talmente vicino e i suoi muri talmente sottili che gli altri presenti sentivano tutti i rumori, per cui non era così facile abbandonarsi al piacere dell’evacuazione dei rifiuti organici. Non per una ragazzina di sedici anni, che per sentirsi idonea alla vita deve fingere di non fare mai la cacca. Ancora non capisco perché.
Senza dubbio più divertente era stato in Tunisia, dove non avevamo mai l’opportunità di fare i bisogni nello stesso bagno poiché ci spostavamo ogni giorno, ogni ora, verso una meta che si inaridiva piano piano, dalla confusione di Tunisi al silenzio delle dune, assomigliando sempre più al vento. Ebbene sì, ho fatto la pipì in un hotel nel bel mezzo del deserto, dove le distanze sono così dilatate che anche gli albergatori credono di avere infinito spazio a disposizione per costruire i loro immensi edifici, in cui raccolgono però solamente piccole comitive stanche e bruciate dal sole. Gli alberghi del deserto sono bianchi, grandissimi e pieni di scarafaggi; dal letto del deserto al gabinetto del deserto ne ho incontrati tre. Uno l’ho ucciso.
Ne ho viste, di distanze, penso seduta sulla vasca di casa mia.
Squilla il telefono, corro a rispondere: una voce ammiccante vuole farmi ordinare dei surgelati e, mentre continuo a ripetere che «Io non sono mia mamma», la laureata del call center mi elenca una serie di prodotti in offerta che lei ha provato e mi consiglia di acquistare. Il salmone è ottimo, dice, e anche gli gnocchetti di zucca.
Non l’ascolto più.
Oh, ma l’aereo per Città del Messico era così lungo che, scattando in piedi dal mio sedile, prima di trovare un bagno avevo già fatto in tempo a vomitarmi addosso la colazione per via delle turbolenze, che sono l’unico grande pericolo di quando si sorvola il triangolo delle Bermude.
Quella specie di origami di carta con le eliche che mi ha portata a Praga, invece, era talmente piccolo che avevo paura che qualcuno si alzasse per andare al bagno, sbilanciando con conseguenze catastrofiche il peso ben distribuito finché tutti rimanevamo tranquillamente seduti.
Percorro una certa distanza raggiungendo la caffettiera e la mia tazzina colorata. Quant’è bellina. Improvvisamente vengo aggredita da un’ansia sconosciuta che mi prende alla bocca dello stomaco e me lo aggroviglia tutto; che è?! Da dove viene questo dolore? Oh, lo so bene. Ci sono distanze che ho creato io fra me e gli altri, e devono essere colmate da un mio sforzo. Non ci è permesso stare qui senza alimentare continuamente il contatto umano.
Ma ora non voglio pensarci e mentre giro per la cucina cercando un cucchiaino mi accorgo di una presenza insperata. È lui, il sole.
Provo una sensazione di libertà nel ricordare così, a caso, che la distanza fra me e lui non sarà mai costante perché l’orbita della Terra è ellittica.
Apro la finestra e non mi lascio intimorire dal freddo di queste mattine di gennaio, sorrido, faccio attenzione a non disturbare i ciclamini di mamma che colorano i nostri inverni, accarezzo un petalo rosso con un dito e giungo alla conclusione che forse – ma sì, davvero – fra me e quel “tutti” che mi fa sentire abbracciata vivrà sempre un nodo di distanze, ma è un invito ad avvicinarsi, e quindi mi sporgo un pochino verso la grande palla infuocata come per viaggiare nel volo entusiasta di Fetonte, come per dire al sole che sì esisto sono qui ti amo.

 

Da Letteralmente viaggiare, TerraFerma, 2011

2 comments

  1. Con tutte le volte che l’ho letto, mi ci sono affezionato e sono contento di pubblicarlo qui. L’idea mi è piaciuta fin dalla prima lettura, poi il modo in cui si sviluppa il racconto, brava, quindi

    Mi piace

I commenti sono chiusi.