SOLO 1500 N. 1 – Vivian Maier

Solo 1500 n. 1

 

Leggo sul domenicale de Il Sole 24 ore (art. di Serena Danna) di Vivian Maier , fotografa. Morta in disgrazia nel 2009 a 83 anni. Torno su: fotografa. Vivian non ha fatto altro per tutta la vita che fotografare. Fotografare – attenzione – senza mai stampare, nemmeno una foto, mai. I suoi sono scatti rubati in strada, a Chicago, New York, Manila, Bangkok, Pechino.  Vivian è un genio della fotografia che nessuno avrebbe mai scoperto se un agente immobiliare non avesse comprato a un’asta di quartiere per (soli) 400 dollari i suoi negativi, non si fosse incuriosito e intuito quanto quelle foto fossero speciali. Maloof (questo il nome) chiede pareri a esperti, le fa girare on-line, senza riscontro, fino a che  non sceglie di pubblicarle su FLICKR (sito che contiene milioni di fotografie) da lì comincia un percorso che porterà presto la Maier nella prossima edizione di Bystander e in mostra a Londra dal 7 luglio. Mi faccio una domanda: centomila negativi in sessant’anni di scatti e nessuna stampa, perché? Le risposte che mi vengono sono due, ma forse una comprende l’altra. La prima è che il vero artista è forse quello che si basta, ovvero, il piacere della Maier stava tutto nel momento del scatto, il dopo non le interessava. Lei scattava e andava bene così. La seconda risposta, nasce da conversazioni con qualcuno che di fotografia s’intende molto più di me ed è questa: Il fotografo “vero”, quello bravo davvero, nel momento in cui scatta, sente, sa già d’aver ottenuto quello che stava cercando.

@ gianni montieri

16 comments

  1. Sono una fanatica della fotografia, quella in bianco e nero che coglie gli angoli e ruba gli istanti. Che belle queste 1500 battute, mi fanno conoscere un nuovo mondo da scorprire. grazie Gianni.
    n.

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  2. 1500 buoni motivi per andare a cercare in rete le fotografie di Vivian Maier. Stupende!
    grazie Gianni.

    Stefania

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  3. Le 1500 battute sono state per me un invito a saperne di più su Vivian Maier. Dal sito a lei dedicato – che presenta il trailer del film Finding Vivian Maier – fino alla storia della sua ‘scoperta’ da parte di Maloof, non c’è stato un dettaglio che non desse rilievo alla ricerca. Grazie, Gianni, per aver messo in moto sana curiosità.

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  4. Come nella poesia . Quando la finisci è già fatto .
    Si conclude . Si ricomincia con altro che non è mai lo stesso .
    E guai se lo fosse.

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  5. Per una strana associazione di idee non del tutto pertinente mi è tornata in mente una sequenza di Tokyo-ga di Wenders, dove giovani giapponesi giocano a golf in una spacie di colosseo, dove le palline non vanno a buca, e tutto si rosolve e rimane nel gesto plastico del lancio, come congelato.

    Belle le foto ri-trovate, e complimenti a Gianni. Ottima partenza per questa nuova rubrica.

    Vale

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  6. La copertina della Domenica de Il Sole 24 ore del 29 maggio dà così tanto rilievo al racconto di Camilleri che sarebbe potuto capitare che l’articolo più interessante passasse inosservato. Godo ad usare questo tempo condizionale passato perché la fotografia è un’arte che mi affascina, perché il bianco e nero restituisce il senso profondo del fotografo che scatta, perché la storia di Vivian Maier contiene un romanzo, ma è entusiasmante perché reale.

    Questa rubrica promette molto bene. :)

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  7. Penso sì che un vero fotografo, che lavora in analogico e per lo più si stampa le foto, quando scatta sappia già cosa vedrà stampato. Ci sono degli imprevisti che rendono tutto molto più divertente, ma il lavoro di questo fotografo è “pensare prima”, più che pensare ponderare: pondera luci e angoli, linee e musiche, affinché dentro a quell’obiettivo ci sia il mondo che ha scelto e come lo ha scelto. La fotografia analogica in fin dei conti è il mondo che si è scelto, che si è pensato per noi. Come dovrebbe essere la poesia, se non fosse che troppo spesso la casualità ha scalzato il pensiero.
    Anna

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  8. vedo che il bianco e nero..piace…bene è ora di farvi incontrare :-)

    grazie a tutti, mi piacciono i vostri commenti, avverto quella curiosità che ha mosso anche me, quando ho letto l’articolo domenica. Un po’ lo si avverte anche quando si scrive, in maniera un diversa, perché il fogliio o file lo si ha sempre davanti agli occhi, ma spesso si riesce a sentire da subito che quella cosa è venuta come noi speravamo ancor prima di rileggere.

    Stalker: mi ricordo quella scena, è esempio più che calzante. grazie

    Mi pare un buon inizio per questa rubrica che sarà il più varia possibile, spero continuiate a leggerla e a leggerci

    gianni

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  9. Letto il tuo intervento sono andata di corsa a cercarla, e ti devo ringraziare.
    Anche io sto tra quelli che amano il bianco e nero.
    Mi è piaciuta molto l’idea dell’artista che si basta (purtroppo ormai quasi in via d’estinzione), ma m’intriga anche lo scatto che conclude la ricerca, quello scatto che in sè è già vittoria e affermazione, che definisce e rende immortale un attimo senza testimoni, senza oculati osservatori.
    Imprimere l’intenzione visiva interpretandola e gemellandola al proprio intento (oddio, che ho scritto?) trovo sia un incontro con se stessi difficilmente ripetibile.

    Promette bene, sì, questa tua nuova rubrica.
    Grazie Gianni, a presto.

    clelia

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  10. Bel pezzo, Gianni. C’è quel film di Wenders, dal titolo “Lisbon Story”, che ha per protagonista un certo Friedrich Munro, regista (redivivo dal passato “Lo stato delle cose”), magari l’hai visto! E’ la storia di un tecnico del suono amico di Munro, tale Philip Winter, che arriva a Lisbona per collaborare con lui alla realizzazione di un film (nel film, dunque). Nel corso dei propri tentativi di rintracciare il regista, Winter raccoglierà i suoni della città, pervasa dalla struggente bellezza dei canti dei Madredeus come dall’abbagliante respiro del suo altissimo cielo. Quando alla fine Philip riesce a ritrovare Friedrich, che vaga da tempo senza più alcuna meta, senza più cercare inquadrature, filmando senza volontà la vita da una macchina da presa appesa sulla spalla, ecco che questi gli confessa di avere rinunciato al progetto: “un regista sa già cosa deve girare ma non c’è più nulla che non sia stato mai girato…” Ecco, insieme a tutte le considerazioni che possono farsi sulle fuggevolezza ed inutilità della bellezza, sul suo ritrarsi innanzi alla ragione ed alla nostra volontà di riprodurla… la stessa lezione ci arriva dalla Maier. Sai quanta maggior parte di ciò che diremmo grandissima arte è destinata a rimanerci sconosciuta? E d’altro canto, non v’è nella ostensione di ciò che sentiamo più autentico – più Nostro – un tradimento di quella identità che ci commuove e che diversamente, con pudore, si realizza tra il fare e l’essere, e l’essere unicamente per farsi? Che stia tutto il lavoro in questo addomesticare alla morte il proprio narcisismo, piuttosto che sostenerlo nel compiacimento di un atto solo illusoriamente creativo? E così mi ricollego al tuo 3° intervento, quello sulla biennale di Venezia. C’eravamo anche noi, lo scorso fine settimana… pensa, stavo quasi per telefonarti! Negli spazi dell’Arsenale, lo svizzero Urs Fischer propone tra le sue sculture in cera una copia del ratto delle Sabine, di fronte alla quale è piazzato un osservatore anch’esso in cera; di entrambi rimarrà nulla, alla fine dell’esposizione: stanno consumandosi insieme come candele, lentamente e inesorabilmente, al calore della stessa fiamma…

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  11. Ricordo molto bene Lisbon Story, Massimo, e il tuo esempio è calzante. Credo proprio che sia così, tanta arte ci resterà sconosciuta. E hai ragione anche sulla Biennale, quell’opera è veramente simbolica. Grazie

    ps: Bravo a non chiamarmi non mi avresti trovato stavolta.

    gianni

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  12. prima di tutto: le cose che capitano per caso ma ci investono di una loro misteriosa forza hanno un’importanza che non può essere ignorata.
    Poi, decidere di condensare una bella ed importante riflessione da condividere in 1500 battute è una forma di bellezza e rispetto anch’essa.
    Tre: grazie per avermi fatto scoprire la Maier.
    Quattro: corro a mandare una mail dolce a una persona dolce linkando una delle foto viste nel sito dedicato alla fotografa di cui sopra.
    Cinque: continuerò a seguirti.
    Sei: un abbraccio forte.

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