Mario Schiavone – La prima comunione (racconto)

1.

Alcuni pinguini femmina, quando depongono le uova, le abbandonano. La covata viene coperta da altre femmine; le quali, a loro volta, altrove hanno abbandonato altre uova. Fra una covata e l’altra, pinguini nati da mamme diverse crescono assieme come se concepiti da una stessa madre.  E vivono in simbiosi fino a quando, diventati adulti, o si allontanano per sempre o entrano nello stesso gruppo di simili. Più o meno così ce l’aveva raccontata l’amicizia fraterna, un volontario del catechismo, quel sabato pomeriggio di primavera, al corso preparatorio per la prima comunione.
È accaduta una cosa simile anche a  me e mio cugino Lorenzo. Pochi giorno dopo il parto di mia madre sono stato preso in braccio da zia Rosa, la mamma di Lorenzo appunto, perché mia madre si era sentita poco bene. Zia Rosa, raccontano le altre  mie zie, mi teneva in braccio poggiando la mia testa sul suo grande seno. I miei piedi sfioravano il pancione in cui viveva mio cugino. Mi allattava con uno strumento di silicone e con del latte ricavato in laboratorio, perché ero intollerante al latte materno, eppure lei voleva tenermi lo stesso in braccio e cullarmi come se avesse già un figlio da allattare col suo seno.
Undici anni dopo, io e Lorenzo, ci guardiamo allo specchio. Vestiti con giacca e pantaloni blu, con una camicia bianca che sporca il petto. La croce di legno che portiamo  al collo e una striatura sul petto che  ci rende ancora più simili: siamo due pinguini che stanno per andare in chiesa a fare la prima comunione.
Oggi non abbiamo ancora scattato le foto di rito, ma quelle del passato che ci ritraggono assieme fanno di noi due gemelli nati in sacchi diversi: stessi abiti, stesso taglio di capelli e stessi giocattoli fra le mani. Io sono nato qualche giorno prima di lui, ma quello che  si dà le arie da bambino che gioca a fare l’adulto prepotente è lui.
Entrambi portiamo al dito della mano destra un anello, inizialmente erano identici e nati dalle mani di un bravo artigiano orafo. Poi Lorenzo ha preteso una modifica al suo anello. E pur di averla si è messo a piangere battendo i pugni contro il muro.  Nella parte interna una serigrafia che riporta le parole: “rispettami e basta”. Questa frase l’ha vista sul parabrezza di un camioncino che vende frutta al mercato. Pare gli piaccia tanto, perché quando se la legge assume una smorfia in faccia che ricorda quella di un cane rabbioso che vuol rincorrere un gatto. Conservo ancora la brutta copia di quel tema d’italiano che lui portò a farmi leggere. Il tema, in cui bisognava provare a raccontare cosa si vuole fare da grandi, finiva così: “A me quelli che giocano così male a calcio e piangono per aver perso non mi piacciono proprio, mi sembrano uomini senza ossa. O con le ossa che si spezzano subito, proprio come le ossa dei gatti stupidi che muoiono sotto la macchina per fare i coraggiosi. Io voglio diventare uno che quando attraversa la strada gli altri si fermano: mi devono rispettare e basta”.
A volte penso proprio che quell’anello, con quella frase per me così difficile da dire, non finirà nel cassetto che conserva le prove del fatto che siamo, come dicono dalle nostre parti, “fratellicugini”.
In quel  mobile che mio padre costruì assieme al padre di Lorenzo, zio Tonino,  sono conservati due oggetti cari ai miei genitori. L’orologio di mia madre (che fermò le sue lancette pochi attimi prima che entrasse in sala operatoria per farmi nascere) e l’ultimo dei tre gettoni telefonici marcati Sip che zio Tonino portava in tasca la sera che chiamò mio padre per dirgli: “due giorni dopo il tuo è arrivato pure il mio, ce li cresciamo assieme come due mastini!”
E queste parole, mio padre, le ricorda sempre. Raccontandole ad ogni nostro compleanno, ad ogni nostra festa e pure quando parla di me e mio cugino ai suoi colleghi di lavoro.
La stanza da letto in cui ci stiamo vestendo mi ricorda la stiva di una nave colma di refurtiva di altre epoche e terre.
Ferro forgiato a caldo: la struttura del lettone di zio Tonino e zia Rosa.
Legno: scuro e antico. Nei giorni di pioggia, quando la casa è leggermente umida, la materia di cui è fatto il mobile della biancheria emana un odore vivo come quello di muschio che cresce sulle radici degli alberi.
Oro: bracciali, catene, orecchini e altri pezzi preziosi abbandonati in una scatola di latta con il coperchio sollevato. Un piccolo forziere con tentacoli di perle che cadono sui bordi.
Polvere da sparo: è quella compressa in cartucce infilate in una cintura appesa ad un chiodo.
Un armadio dalle ante trasparenti, che conserva due fucili da caccia dalle canne lucide e pulite.
Dipinti sacri: santi e madonne appesi alle pareti.
Cornice grande con dipinto di uno sconosciuto, cornice media con dipinto di un pittore del paese che ama raffigurare sempre delle barche sulla spiaggia, cornice piccola con foto di un parente in bianco e nero,  cornice fatta di mollette in legno: dentro un santo protettore. Quest’ultima è un lavoretto di natale fatto al catechismo qualche anno fa.
Io dico il catechismo, mia zia dice: “Vanno a fare la dottrina.”, forse è la stessa cosa. Ma non ne sono sicuro. Una volta l’ho chiesto a mio padre che differenza c’era e lui mi ha risposto: “E che c’entra questo? Mica ti devi fare prete? Tu ti fai troppe domande. Non puoi prendere esempio da Lorenzo che parla di meno e dice sempre cose coraggiose?”.
E ora che siamo qui in questa stanza a cambiarci, mio cugino dice davvero una cosa che secondo mio padre è coraggiosa: “Teniamo pure i fucili da caccia benedetti. Se qualcuno ci rovina la festa gli chiaviamo due botte dietro al culo, acqua santa che sta sulle cartucce compresa”.
Anche questa cosa di dover benedire tutto è stata pensata da mio padre e da mio zio. Ci ha pensato proprio qualche giorno fa un parroco che qui in città non conosce nessuno.  Il nostro  parroco aveva esplicitamente parlato di una benedizione della casa.
“In nome del Signore posso benedire la casa dove state, perché rappresenta la famiglia… non le cose che ci tenete dentro per difendere da chissà chi la vostra famiglia”, aveva spiegato il prete.
Il discorso non era piaciuto né a papà né a zio Tonino. E dopo aver ringraziato il prete nostro del catechismo, stesso quel giorno, hanno cercato un giovane parroco proveniente da un paese vicino. Che ha fatto quello che doveva fare, come dice mio padre, senza farsi troppe domande. Pure se lui è prete, non si è  preoccupato più di tanto quando gli hanno chiesto di benedire anche il filo spinato che stava su alcuni pezzi di muri di recinzione delle nostre case.
Quando ha finito si è portato via un po’ di soldi, una damigiana di vino e decine di litri di olio d’oliva extravergine. A me la scena mi pareva presa da un film, ma ho avuto paura di dirlo.
Quando sto nelle vie del mio quartiere vado a giocare con fratellicugini, cugini alla lontana e compagni di scuola. Se parlo tanto di cose delicate con alcuni di loro, quelli le prime volte che mi sentono dicono più o meno quello che dice mio padre, poi concludono con le parole: “fatti parrocchiano e non se ne parla più…”.
Se insisto, dicendo che questa o quella cosa non mi pare giusta, le mamme di alcuni di loro, vengono a trovare mia madre al negozio di fiori che abbiamo sotto casa.  E mentre mia madre mette la carta trasparente attorno ai fiori, proprio un momento prima di domandare quanto soldi le devono dare, le  dicono “sì na brava fiorista, ma tieni nù figlio scemo.”
E mamma non risponde, stringe solo i pugni dietro la schiena e guardando negli occhi quelle bellissime signore con i capelli sempre tinti,  i braccioli d’oro  su entrambi i polsi e la macchina grossa parcheggiata fuori al negozio, dice: “Prendetevi questi fiori, non voglio nulla. Mi pagate la prossima volta.”
Mamma oggi non c’è. Per questo si occupa di noi Zia Rosa. Manca poco, poi andremo in chiesa e dopo torneremo qui a casa di Lorenzo per la festa. Zia ci bagna il collo con delle gocce di un intruglio che ha portato un’altra vecchia zia, venuta dalla Svizzera fino a qui. Nessuno rivela il contenuto dell’intruglio, perché non bisogna rompere l’incantesimo portafortuna, ma un odore forte  mi sale nel naso, pare acqua santa mista ad aceto e uova marce. Ma non ne sono sicuro.
Se è vero quanto ci hanno detto al catechismo, che ricevere il sacramento della prima comunione significa ritrovarsi più vicini a Dio, io e Lorenzo siamo in comunione l’uno con l’altro fin dai primi giorni della nascita. Ora emaniamo anche lo stesso odore aspro.
Mio cugino ha già confessato, alcuni dei suoi peccati, al parroco che ha benedetto casa. “Altre cose più leggere le ho conservate per il prete della comunione, quello fa il difficile quando mi confessa. E io gli dico solo alcune cose meno strane di altre”.
Una cosa poco strana, per mio cugino, è raccontare che quando gioca a calcetto fa le corna con la mano al portiere avversario. Una cosa davvero brutta l’ha combinata quando ha bucato le ruote della bicicletta nuova che il mio vicino di casa ha regalato al figlio per un voto alto ricevuto a  scuola.
Questa non la racconterebbe mai a Don P.P.
Don P.P. è Don Pietro Paolo, io lo ricordo nella mia testa con la sigla Pieni Poteri. Perché con un prete come Don  Pieni Poteri  bisogna sempre  dire la verità durante la confessione. Il suo giudizio è critico, ma così sincero che a mentirgli ti viene il nodo in gola.
“Tu esisti e stai bene, lo vedo. Sei abbastanza vispo, ti ho visto combinare guai in giro, questa tua vita troppo vivace non porta a cose buone se non ti calmi un poco.”, ha detto Don P.P. un giorno in cui gli ho parlato di un guaio che ho combinato. E lui può dire questo e altro, con l’assoluta certezza di instillare in me il senso di colpa  che cresce lento e inesorabile come un fungo di pioppo.   Lui non è un prete normale. Ci ha raccontato un giorno al corso di catechismo precomunione che prima della vocazione si è laureato in medicina. Poi, dopo la vocazione, ha deciso di operare anche come esorcista. Quindi è come se avesse pieni poteri contro tutto il male che sta sopra, sotto e attorno al creato. È molto vecchio, ormai, ma c’è da fidarsi di uno così. Ha un aspetto che non mette alcun freno alla voglia di prenderlo in giro: la barba lunga come quella del contadino quasi pazzo che aveva  fatto un pezzo di rivoluzione, e gli occhi scuri e accesi come il Mangiafuoco della storia di Pinocchio.
Don P.P. non è come quelli che quando non sanno una cosa, tipo mio padre o mio zio Tonino, chiedono ad  un amico di paese che ne sa meno di loro. Lui apre i libri che parlano di quella cosa specifica che vuol sapere e prova a studiare il  problema. Quando i libri non rispondono, ci ha spiegato un giorno, lui domanda a Dio.
Non avendo fatto guai grossi, ho deciso di raccontargli  di mia madre.
– E che cosa ha tua madre? La vedo da anni andare ad aprire il negozio di fiori, dal lunedì al sabato. La domenica sempre a messa. Ti lava, ti veste, ti fa passare molti sfizi…o no?
– No. Sì. Non lo so.
– Ti decidi a parlare o debbo esorcizzarti?
– Ecco, è questo il fatto. Secondo me mamma tiene il diavolo in corpo.
– Grida versi interi di latino che non ha mai studiato?
– No, questo ancora no.
– Compone sinfonie senza conoscere una  chiave di violino?
– No, però quando fa la tosse sputa sangue. Poi si tocca il fianco, e ha il fiatone. Alcune notti grida forte, dice che non ce la fa più.
Don Pieni Poteri mi guarda. Si fa il segno della croce. Stringe la mano destra in un pugno e avvicinandolo alla mia guancia dice: se mi stai contando una delle tue fesserie per prendermi in giro guarda che ti metto a lucidare panche in chiesa per i prossimi dieci anni.
– Se non mi credete vi porto a vedere la radiografia dei polmoni che ho trovato. È tutta scura sul polmone sinistro, secondo me è venuta male.
Guardo la croce, guardo il pugno di Don PP.
Lui mio guarda, poi sussurra qualcosa senza farsi sentire ma sulle labbra gli leggo: “…esù.”
Guardo il pavimento e con la poca voce che ho in gola domando di nuovo:
– Secondo voi sta davvero male?
Lui mi guarda, apre la mano che prima aveva stretto in un pugno e la sfrega contro la sua barba bianca e lunga. Ai corsi di catechismo non lo faceva quasi mai, solo quando qualche assistente del catechismo bussava alla porta per dirgli: “Don Pietro Paolo scusateci se vi disturbiamo, dovete venire con noi.  La cosa è urgente”.
Mi guarda di nuovo e dice solo:
– Non è indemoniata, questo è sicuro. Ma sta poco bene. Adesso preghiamo assieme per lei, perché fra poco hai un sacramento da ricevere.
Sono passate più o meno un paio di ore e il rito religioso è quasi finito. Stiamo uscendo dalla chiesa del paese assieme ad altri bambini che hanno fatto la prima comunione con noi. Un diacono che assiste il prete ci mette in fila a due a due. Si avvicina mio zio Tonino e dice a me e Lorenzo di non accettare i regali che potrebbero farci gli uomini seduti davanti al circolo dei cacciatori. Davanti a quella specie di bar con dei trofei di caccia appesi al muro (e un calendario speciale che si chiama calendario annata venatoria) stanno sempre seduti uomini che parlano solo il dialetto e spendono tanti soldi per comprare tutto quello che gli pare. Ad esempio, circola voce per il paese che uno di loro, un certo Cristoforo, ha fatto installare dentro la cameretta del figlio un mini trenino che scorre su dei veri binari. Proprio come in quel famoso telefilm di cui non ricordo il titolo. E che il figlio piccolo di soli sette anni va in sala giochi e spende tanti di quei soldi in gettoni che paga sempre con pezzi di soldi grossi. Soldi che io vedo nelle mani di mia madre solo quando andiamo a fare la spesa.
Il primo luogo di ritrovo che sfioreremo con la processione è proprio il circolo.
Stiamo marciando lentamente davanti al circolo uno degli uomini seduti  si avvicina, estrae il portafogli e ci allunga dei soldi. Li rifiutiamo entrambi, al primo invito. L’uomo sorride e insiste, io mi giro verso zio che ci guarda senza dire nulla. Lorenzo guarda il padre, guarda di nuovo l’uomo che ci offre soldi  e prende la banconota di grosso taglio. Mio zio guarda il cielo e tira una bestemmia a bassa voce, gli occhi dei nostri cugini sono tutti per Lorenzo, brillano dall’invidia. Uno dei cugini più piccoli scoppia a piangere e grida: “a lui sì e a me no, comm’è!”
Abbiamo sempre fatto tutto assieme, ma stavolta le cose sono andate in modo diverso. Finisce la cerimonia, andiamo a casa di Lorenzo dove ci aspettano tanti parenti: mia nonna materna ha organizzato una festa tutta per noi. Senza badare a spese.
Raggiungo la cameretta di mio cugino, mi cambio, indosso altri abiti nuovi e sopra questi mantengo appeso al collo il tao della prima comunione. Esco dalla camera e scopro che siamo gli unici bambini, fra i quattordici che hanno ricevuto il sacramento quel giorno, ad avere come ospite un vescovo napoletano accompagnato dal prete che aveva gettato acqua santa anche sui fucili.
Mi guardo attorno, giovani e bambini, anziani e adulti ben vestiti con abiti che profumano di stoffa pregiata. E grammi e grammi di preziosi che coprono lobi di orecchie, collo e polsi. Pare un matrimonio. La donna più vistosa è una madonna che somiglia a quella in chiesa. Solo che questa sta nel cortile di casa di mio cugino e indossa un mantello di banconote di grosso taglio. E dalla corona pendono catenine d’oro. Non è una comune madonna, è la madonna che assiste alla nostra prima comunione. Lorenzo è seduto in un angolo con i cugini, mostra loro la banconota che ha ricevuto davanti al circolo dei cacciatori e dice: “voglio un quadro, questa qua me la metto nel quadro e me la stipo. Così si ricorderanno della mia prima comunione pure i figli di quelli che mi hanno fatto questo regalo”.
Squilla il telefono, mia zia Rosa risponde. Mi fa cenno con la mano di raggiungerla vicino la colonnina di marmo che regge la base della cornetta. Rispondo: è mia madre. Dice che debbo chiamare mio padre e raggiungerla subito, perché si sente poco bene.
Appena esco dal portone di casa di mio cugino sento la sirena di una ambulanza che piange. Penso a mamma, mi metto a piangere pure io. Mio cugino Lorenzo si avvicina, dice: “sei una femmina.”
Ritorno dentro e cerco mio padre, gli dico che dobbiamo andare a casa che sono in pensiero. Ha la faccia tutta rossa mi guarda e ride. Dice che non mi devo mettere paura. Che le ambulanze nel nostro paese passano sempre, che di sicuro hanno sparato a qualcuno che non sa vivere in mezzo alla strada. Mia zia si avvicina e gli grida di correre  a casa con me. Mio padre si alza, cade. Si rialza, mi strattona e andiamo verso casa. Cento metri che facciamo senza guardarci. Io penso a quello che ha detto il prete in chiesa, lui dice quello che secondo il prete non dovremmo mai dire nè in chiesa nè fuori dalla chiesa.
Arriviamo sotto casa, tutto è come in un film dell’horror. C’è folla sotto il balcone di casa nostra. Due carabinieri grossi e con i baffi bianchi trattengono Anna, la vicina di casa che grida e piange. Alcune vicine di casa mia guardano e gridano parole che non capisco. Mio padre supera la folla, guarda oltre il muro di gente. Bestemmia. Grida. Le voci della gente sono un brusio, le sue grida coprono ogni voce. Mi avvicina Renato, il mio pediatra, è in compagnia di mio zio Tonino che è tutto sudato e ha il fiatone per la corsa. Li guardo. Mi guardano. Mi metto a correre per superare la folla. Cado. Mi rialzo, cado di nuovo. Un carabiniere mi abbraccia da dietro e mi prende di peso. Braccia grosse e pelose lo aiutano a portarmi via. Mentre mi tiene in braccio sento una vecchietta, la madre della vicina anna, che parla a bassa voce e dice: “criatù mammeta s’è accisa. Fatte ‘u segn ra’ croce.”. Il carabiniere si volta e grida: “signò… i cazze vuoste i tenite o no’ ne signò…pe piacere”. Mi manca la saliva in gola, guardo le facce degli altri e vedo le loro bocche aprire e chiudersi ma non sento le voci.
I capelli in testa mi pungono e il cuore mi batte forte. Il carabiniere mentre mi appoggia sul sedile dell’auto dice soltanto: “figlio mio, non guardare. Non guardare.”. Chiudo gli occhi due volte, poi una terza. Sento una stanchezza nelle gambe e nelle braccia. Poi non vedo più niente.

© Mario Schiavone

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