Marina Pizzi – Il cantiere delle parvenze – inediti 2010 (post di natàlia castaldi)

Se la poesia fosse la risposta, allora avremmo bisogno di poeti al governo degli Stati. Se la poesia fosse illuminazione e strada certa, allora, data l’abbondanza della produzione poetica nostrana, avremmo il Paese più illuminato del globo.

Ma non è.

Poesia è creazione artistica che fonda e centra sulla parola lo svilupparsi del verso,  “il corrimano” di un possibile pensiero.

Pensiero. Dello scrivente o del lettore? E cos’è questo pensiero: rappresentazione artistica o cronaca di un fatto, di un sentimento, di uno stato in luogo?

Troppo poco. Troppo riduttivo.

Eppure si tende a cercare l’intimo vissuto come voyeur letterari, onanisti, escavatori e quando non si comprende, non si coglie il lato nudo, non va bene, e la sentenza è pronta: Non è poesia.

Ma quale poesia? Quella dell’oratorio di parrocchia o di partito, o quella di una “mise en-scene” che non necessita altro che transito, così com’è, nella sua pura teatralità espressiva, senza altre “archeologie”?

La parola.

In Marina Pizzi il senso risiede nella ricerca “paleografica” della parola, parola che fu segno, tratto, immagine che torna nell’insolvenza di una gamma apparente di significati da rimessare nel Cantiere delle parvenze.

Ecco, già il titolo è una premessa, un’indicazione di lettura, un passepartout per non cadere nel broglio della ricerca di una traccia, di un indizio di vita che sia visibile ed a portata di mano, come un  seno, un ventre, una lacrima, una vita, una morte che sia data, certa, spiattellata come in un talk show letterario.

No.

Marina Pizzi rispecchia l’esistenza senza ricorrere a mappature, a scandagli quotidiani, a scuole di pensiero e verso da cronachismo. La salvezza è nel senso del suono, nella capacità di ancorare phoné e dolore al risvolto di ogni possibile immagine, in una drammaticità che transita dalla vista alla trachea fin dentro gli organi a fiato del corpo che si rende attore della sua lettura.

E nel rimessaggio di questa drammaticità, tanto antica quanto attuale e tagliente nella successione cinematografica in presa diretta sfocata, seppiata, accecante, Marina dirige un moderno canto dei capri, quasi una liturgica litania, dalla quale si esce tramortiti, purificati; senza altro senso o significato da ricercare oltre la pronuncia del proprio vissuto, della propria esistenza.

Se solo si smettesse di cercare nella poesia la risposta assoluta e si ascoltasse d’essa il solo e possibile apodittico percorso creativo, oltre il limite del proprio personale gusto, allora – forse – si avrebbe una ragionevole speranza di crescita e pluralità attraverso ogni singola lettura.

– Buona visione –

nc

_____________

Marina Pizzi: Il cantiere delle parvenze – inediti 2010

1.

la mia sciarpa è un tragitto lontano

Michal Macku Photography – Carbon print n. 9 – senza titolo

uno scalmanato talamo di nebbia

dove è agreste il cielo e logica la tana

di perdere la vita.

rotta anemia della città calva

senza nidi di cuccioli cantanti

né elemosine badanti il veritiero

abbraccio. s’intani il mio straccio

che non vede né attende nulla.

la maestria dell’alba bada a non

gridar di troppo le rondini bambine.

le grotte scialbe come fandonie

dove ristagna il secolo al petrolio

espanso. la fatica senza saliva

delle mie abitudini-arsure su

per l’acredine di attese morenti

nel trotto della pupilla impazzita.

il lutto m’incolla la salsedine addosso

questo proverbio che non serve

a consolare la resina del sangue.

2.

quale sarà il chiodo che mi sonnecchia dentro

che vitalizza l’edera della malasorte

che si diverte con un attizzatoio

verso la zattera che mi malmena

tetra malizia corvo miliziano?

invano l’azione del tubero rinasce

al cielo, qui la penombra perpetua

della slitta chiama l’oasi ad appassire.

quale paese d’asma andrà vicino

al rantolo? perché qui le smanie

delle serve vogliono morire

di un attacco immune, colpo sordo

non imposto randagismo.

3.

falò di stoppie codici di cenere

queste livree già prospere di nulla

elemosine cortesi. così resiste

l’alibi del bilico, la cornucopia placida

del gatto musicale. osteria museale

il tuo sguardo non sotto teca ma

veliero darsena. ho comandato l’astio

di non venire approdo di se stesso, ma

diluvio t’amo modo d’avvento-accento

ludo per sempre. brevetto di comari

la mattina quando s’impara a venire

al mondo sopra faccende di dondoli

senza doli. dove sei tu re minimo

e prezzemolo, ambulacro e molo

per remi divini. aiutami a campa’ con

questi nodi duri fatti di gessi mortuari.

4.

ipotesi di cervi mancarti

sotto lo zero che mi campa

capanna di brevetti andati a male.

la spalla del silenzio è una bestemmia

darsena, una spallata al sudario

che non vuol morire la rendita

del datario. dove non sono vergine

m’incanalo lungo gli stemmi che

non danno affetto. io poveretta

la militare stoffa che fonda ruggini

e cipressi. litigio di remore la stasi

di non concepire più. in vena ho un

amore di distanze intatte meraviglie.

ora m’acquatto e ti dimostro strenne

queste braci di quaderni di civiltà

dismesse.

5.

attorno alla galassia del distacco

piango la rotta di non saper la rotta

né la perfetta eresia del vento.

gerundio di comete l’inutile avvento

quando la rupia è la miseria del certo

lo sciacallo avventa lo sparviero.

la minuzia della rondine commuove

le ventole che aizzano il fuoco

per la felicità comunque.

in breve sullo scempio del ristagno

la malinconia del cerchio non è divina

né pone eclisse una calma darsena.

6.

libagione d’àncora non so lasciarti

nel losco del tombino della storia.

7.

agorà del sale

palude della gola

dove il ludo è logica del gelo

e la festività dell’ombra

abbraccia le penombre

e le novene delle sabbie mobili

con la paura sempre erettile

e le stagioni sporche

nel credito del pane.

fragilità del sacro strazio

startene ridotta

zona di farfalla

insidia della falla.

il matrimonio sragiona alla parete

del fatuo nome, questa radura

patrimonio d’scia.

8.

immortalità sacrale l’astuccio della nebbia

dove la lite è un fato di ristagno

e si comincia a sgretolare il torto

della faccenda d’ascia.

criminalità dell’angolo

custodire a rovescio la camicia

sotto il gelo della storia darsena

e la cometa corrotta in un sasso.

dolce stile anemone di bello

questa versione tattica del vivere

didattiche le curve dei mattini.

9.

nubifragio del tatto starti a guardare

sotto le unghie che scavano nei baci

unguenti di salive per le resine del dare.

scompiglio a mare aperto l’inguine

questo pagliaccio che stempia il cuore

e nuda le maree con uno slancio d’epoca.

intruglio a fato avvinto il tuo ristagno

stazione sul convulso pernottare

arie palustri e darsene di lutti.

gerundio del pane nero questo discapito

nottambulo balordo acre di flutto

dove annerisce l’apice del fato.

10.

galateo di stracci rupe nel petto

stare a sentire le prigionie d’angolo

dove si sfama l’attrazione darsena

se la salsedine stempia le persiane.

11.

il gallo della foce

è senza canto

né giostre da sedurre.

qui resta il muto occaso della notte

senza delta d’abbraccio

né cintole strette la vita.

il commando dell’alamaro

è la paura darsena

la rotta di concludere con smorfia.

agreste la conchiglia di lumaca

seduce la scia, incrocia il singhiozzo

al sorriso. là la ventola del baro

aumenta l’onere senza onore.

ti bacio con le carezze degli esclusi

le voglie amare dei reclusi

le stimmate di guardia contro il portone.

vedi tu di amarmi con le malizie

di ciechi dove nessuno è vivo.

12.

in te nel decesso avvenuto

disincanto magnifico vederti

guardarti smotivato nelle palpebre

chiuse. morto così mortale da far

paura questo tuo linciaggio senza

pietre. è un peccato sapere quale

flusso ti calcò nel letto del tuo Ulisse

non più affascinante di un rovo. morto

nel male di maggio trito di rose

la tavolozza bigia dell’accattone

al fondo della vita violata grazia.

dividendo di lettere guardarti

quando il gerundio non permette più

la giostra monumentale la mela minima.

13.

qui nel male che acciacca le persiane

rimanga un verbo al sì contro la caccia

che le ali al terreno incolla

e fa proseliti le meretrici polveri.

qui si succhia un lingotto di dolore

per le scale vuote dove le crepe

spergiurano i diritti delle rondini

in un chiodo d’occaso ho messo il vólto

il viso vòlto al disbrigo di non piangere

le rotte attente al timone timoroso.

in te se guardai la luna piena

era un amore tacito d’eclissi

uno stilema senza abbreviazione.

le mondine superbe delle gestanti

stanno nel verbo d’acqua la vita

la bella vita senza quarantena.

le credenziali nere degli specchi

mettono a lutto le dimagrite stanze

svezzate per spezzare ogni sorriso.

14.

è un secolo che mi ostino a perdere

il posto. e mi oscilla il cuore in un pilastro

lapidato invano. qui la corda della foce

non marcisce, il marmo aderisce

alla lapide già morta. qui il mio contegno

è labile maestro d’asme, una caduta e un lancio

braccano sempre la nuca da abbattere.

le eleganze del ballo non tacitano

il titano del portone che vuole chiudere

ciliegine e pilastri questo stretto sistema

della stempiata arringa che non convince

le regole da ammettere. è già gerundio

il tempo che da sempre progetta le farfalle

che non vengono né le oasi del brindisi

beate. mo’ di calunnia l’apice del cielo

a nulla vale una formazione accademica

per le lentiggini di satana tarato e forte.

annullami la spalla che codifica l’altezza

e le missioni di tattiche benigne

dove la fortezza smuore e smorza

il ponte levatoio.

15.

foschie sul seminato quando l’incontro

è un trovatello d’ascia. qui la cupola

rende stupido il cielo. iettatura d’asma

passare in ospedale per vederti

passare. discorso d’appendice l’urlo

di morire o solo il sospiro rorido del rantolo.

qui s’impiglia l’eresia del fosco

il nano triste tristissimo gigante.

a quale malia porterò la mansione

del secolo? qui sul cornicione della storia

c’è l’emorragia di cadere. non basta l’erta

per sfinire il fianco o la cometa fradicia.

nessuno è indispensabile nel cheto del frutteto

questo zucchero apolide lasciato a marcire

sotto la tetra forca dell’inutile.

16.

qui si scarta il tempo in

un breviario satanico

il corrimano traballante

luciferino l’appoggio

della mano. si è diabolici

per la paura di cadere

di andare a battere contro

la nebbia piena. è un tramortito

nome che ci scorta dentro

le fiaccole dello stillicidio

ciclo assassinante. nella realtà

del muschio che ci rasenta tutti

sta la frottola del primo marinaio

la gerarchia dell’apice in condotta.

in un quaderno di rese e rette vane

la giunonica malizia dell’orologio

quando giocare non simula la vita.

qui si scarta il tempo in

un breviario d’ascia.

un canto sulla soglia del lamento.

17.

languori di paese quando la canicola

langue gli archivi di finestre

e le guardinghe foci del nulla

rimano le giostre con le culle

nemiche di rovi che tramontano

le genie del verbo. con i tetti spioventi

il giramondo guarda in alto così rispetta

il pio pavoncello in mezzo alla piazza

vuota: si lascia guardare tra gli scuri

che vegetano la polvere. il titano del sale

è un orafo paziente dove la vera tana

si fa bivacco di senza patria attivi.

l’elemosina del fulcro chiama la creta

ad allestire un capanno per uova fresche

e la bellezza del cuore è sindrome

d’immancabile fola autrice del fausto

distacco dal corpo dove l’indice muore.

18.

un giorno qualunque in data di catastrofe

mi ferì la questua sparsa sul sagrato

la luna giovane senza la fidanza

di competere con la nenia del cipresso.

meringa di sale il velo della sposa

quando la gara di guardare il vero

genuflette le prassi delle ruggini.

titano di giostrina stare al mondo

con i bambini che tifano la rima

di giorni immensi lussuosi d’arca.

marette di coriandoli vederti

il giorno chiuso d’alamari pessimi

dove i bambini dolgono svegliarsi.

le libertà conchiuse delle foglie

arbitrano liquami di dolori

i morti offesi da un quasi pianto.

così mi va di vestirmi in un nodo

di malta per lapidare il sole

combustione di luce la conchiglia.

19.

crolla la cialda mare di sterpaglia

si fa l’addome antro di responso

verso quel cuore che scodella abissi

resina contumace per le vedove.

di poco talento il varco delle nuvole

chiama quel dove che non fu cortese

verso l’avamposto di coriandoli.

avvento di edicola guardare il mondo

nel guaio della colpa data

senza altezza di accusa. in mano

all’impotenza della cantina si decifri

la lettera d’enigma, il millantato

credito del coma lacerto.

20.

dio mangiucchia le dimore d’alba

dove le prove del baratro si trovano

valenze dell’invano per i profughi.

in una notte di baveri e fiocchi di neve

la cometa fa piangere i vigliacchi

le teste giovanili ancora per poco.

in mano alla bellezza di vederti

resto blasfemo nonostante l’eremo

con la virtù ciondoloni del salice piangente.

con la virtù sciocca dell’estate

voglio i ladroni che spacciano conchiglie

gente dappoco e rantoli di polvere.

21.

in un cielo di scoscese balbuzienti

venne la daga delle scosse eclissi

la vena esangue della gioia vuota.

in mano alle vedute delle stelle

si comportò l’alunno un veritiero

enigma: venne la madre e gli fermò

la nuca che lo alzava in volo.

encomio ad angolo il massimo della gioia

per questo coma che si incolla tutto

verso la staffetta di farsi termine.

tutto si allunga in un eremo di stelle

dove le gioie frugano i dolori

per la gara di fuggire il mondo.

dove dappresso una storia vedova

il gran sentiero di perdere le staffe

con le ginestre che piangono di ruggini.

22.

va via la vita senza ricordo

se il dondolio dell’etimo non rassicura

che ci sia rimedio. un intralcio di

condotto dover sopportare il no.

e la venia ancestrale non serve

a salvare le povere bestiole.

qui è dannato il salario e la vendetta

non serve. si piange il preludio e

l’epilogo. chi resiste è un filino-darsena,

una donna in stato interessante dove

la nebbia frana-sfratta l’orizzonte. qui magari

le gesta delle rondini fanno stupore

per ingrandire un seme di meraviglia.

23.

mi sarà d’occaso il mantice dell’ombra

la bravura di saltare il fosso.

così nel mare se ne andrà la pioggia

per gentili approcci e conchiglie femmine.

mattino mattino la guglia del santo

quando s’inverna per apici pigrizie

e zonzi senza pregi. l’ilarità del mare

è una cometa panica. mentre morivo

in una stanza uncinata a discapito

del cigno che ci crede almeno all’amore.

il lacerto dell’ombra issa se stesso

verso la sequenza della rovina.

24.

in data di eclissi in data di acrobata

so far centro al modo della scuola

quando s’impara veramente il sì.

ho pettorali di arrivo come incidenti

quando la barca si genuflette al mare

e tutto sembra carico di sassi.

per desiderio di pace piango la fune

che stringe la gola con tattica di nebbia

nella paura che sconforta il calice.

si va così bacando l’obiettivo

questo stradario che non serve a nulla

ma osanna le porte che fanno indice

sotto promesse succulente.

la paura del fato è più che mai ardita

verso i giochi delle lune piene

ma il pube si sconnette dal mondo intero.

la grondaia nubile di rondini

duole la bile delle notti insonni

verso gli scavi che si fanno a letto.

25.

marette di elemosine cullarti

dentro la febbre di guardarti

per sentire il guado che ti voglio.

rovo di rose l’imponente morte

in casa del ciliegio generoso

quando l’avaria bacia le crisalidi.

nulla si placa nel gerundio d’ascia.

26.

amor non ebbi che lasciti di nebbia

salutari ammicchi con le rondini tate.

e le ingerenze del panico sul sale

resero regale il buio. qui in collina

si sposta la vendetta di una qualunque

stanza addetta alla finanza dell’aquilone

che non vola. la falla del bivacco

raccomanda dadi per le giovani

ombre. si recita addosso a un palo

penzoloni senza speranza la cinta

della censura. qua si sta a casa con

l’aureola dentro un cassetto e il peccato

mortale nel pugno della resistenza non

condivisa.

27.

irata pioggia

bacca di nessuno

sarabanda d’arresto voler vivere

cadenza d’àncora la darsena

vitale sul detenuto.

l’abbecedario al centro della stanza

lucra la guancia in un sorriso

in un commesso di rara scienza.

la luna sfatta a grappoli d’inedia

colpisce le lentiggini del mago

la libertà costretta della falla.

la giacca appesa all’origine del chiodo

sfalda la riva in un agguato

forse senza cuore della cerchia.

28.

tu non sei badato dalle fionde dell’aria

né dal continente che ti ammalia tanto

tanto da renderti atleta di nuoto

per lo stretto da superar tranquillo

nonostante il panico del dado tratto

tra eresie e simboli divieti.

qui la morte in ernie di collaudo

(soqquadro al patrimonio che non c’è)

ha la peggiore fiaccola del tempo

il re disgiunto dal regno e la nomea

del tragico paese con le ceneri

in giogo d’edera. la maretta della darsena

riposi per convalescenze di buon augurio.

29.

la luna è una pozzanghera di nervi

una bacchettona che si rifà il trucco

sotto gli occhi atavici di vivi

in attesa di morire. le lentiggini

del fato non ribellano la pelle

intrisa di giovinezze ipotetiche.

qui la corda salina del costrutto

impiega il tedio di mattoni pagani

per preparare tane senza amore.

le penombre cortesi delle cameriere

offrono letti intonsi asciugami canditi

per un amore in forse. nasce la lebbra

della villania del sole. scorciatoia

d’occaso cadrà il mio petto stanco.

30.

la notte del dispaccio

fu la pertica di morte

la stasi vuota di non imparare.

cumulo tardivo questa gioia

da decesso avvenuto

finalmente in circolo la cenere.

l’avaria del setaccio intasa

l’università dell’equivoco dolente

dove la voce è simbolo fendente.

impara da me che ho singolo il dirupo

e rubo il timone per ingannare il boia

da sotto la recita del nato vivo stagno.

ogni giorno un bastone d’ulivo

simula la storia dell’enigma

per mantenere intatta la cisterna.

non basta il cielo per credere in dio

né la ragione per commettere la favola

di ridanciane oasi o forti simulacri.

31.

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Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-1955.

Ha pubblicato i libri di versi: IL GIORNALE DELL’ESULE (Milano, Crocetti, 1986), GLI ANGIOLI PATRIOTI (Milano, Crocetti, 1988), ACQUERUGIOLE (Milano, Crocetti, 1990), “DARSENE IL RESPIRO” (Milano, Fondazione Corrente, 1993), LA DEVOZIONE DI STARE (Verona, Anterem, 1994), LE ARSURE (Faloppio, CO, Lieto Colle, 2004), L’ACCIUGA DELLA SERA I FUOCHI DELLA TARA (Lecce, Luca Pensa, 2006), DALLO STESSO ALTROVE (Roma, La camera verde, 2008), L’INCHINO DEL PREDONE (Piacenza, Blu di Prussia, 2009).

Le plaquettes “L’impresario reo” (Tam Tam 1985) e “Un cartone per la notte” (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); “Le giostre del delta” (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004).

Numerosi e-book e collaborazioni si possono leggere on line. Ha vinto due premi di poesia. Sue poesie sono state tradotte in Persiano, in Inglese, in Tedesco. Sul web cura i seguenti blog di poesia:

Sconforti di consorte

Brindisi e cipressi

Sorprese del pane nero

4 commenti su “Marina Pizzi – Il cantiere delle parvenze – inediti 2010 (post di natàlia castaldi)

  1. Ho letto qualcosa, cercherò di tornare perchè la velocità non rende certo giustizia a questi suoi lavori che mi colpiscono in qualità ma soprattutto “sincerità “.
    Complimenti Marina e grazie.
    Grazie Nat.

    clelia

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  2. Di Marina Pizzi non c’è opera che non meriti elogio.

    La più prolifica, densa e affascinante poetica degli ultimi decenni.

    leggo con calma..grazie;)

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  3. Una poesia da leggere piano per goderne ogni risvolto.
    concordo con i vostri commenti e ringrazio Marina per averci mandato questo splendido lavoro.
    nc.

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  4. Brava, brava Marina: riconosco, e forse già lo scrssi, che certi tuoi -nuovi,incipit di apertura,di queste tue poesie poematiche,danno un’impronta che si propaga e riverbera poi tutto il testo, indirizzandolo:respiro inedito e possanza piena- al tuo volo!
    Con i complimenti di Maria Pia Quintavalla

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