Barbara Coacci – Nessuna Nuova

Nessuna Nuova
Barbara Coacci

Collana Calliope
La camera verde, Roma, 2009

Dumtaxat rerum magnarum parva potest res
exemplare dare et vestigia notitiai.

(Lucrezio, De rerum natura II, 123-124)


Qualcuno la definirebbe una poesia delle piccole cose. Viene in mente la dinamica del moto browniano, quel “moto misterioso dei corpuscoli” che si agitano – senza ragione e direzione – come il pulviscolo atmosferico illuminato da un raggio di luce, “un galleggiamento” di atomi a cui non è accordato alcun riposo. Atomi. Perché la realtà, se esiste davvero e non svanisce quando smettiamo di crederci, è fatta degli stessi, pochissimi, atomi che si rimescolano e si combinano nei modi più aleatori. Come in Democrito, l’atomo è il fondamento metafisico della realtà e insieme è scarto di lavorazione, un “frammento da decifrare”, polvere di cantiere. Proprio quella dei lavori in corso, del cantiere, è un’immagine ricorrente, è la città (quel “suburbano famigliare” eppure inaccessibile) che cresce “come un tumore le metastasi” e, a un tempo, è metafora di un viaggio interiore (“l’ultimo scavo già ci contamina”).

Una delle situazioni più difficili da affrontare quando si parla dei cantieri stradali è senza dubbio il rumore, un rumore continuo (come “il ronzio dei frigoriferi”), un rumore bianco che diventa rumore di fondo nella misura in cui riusciamo a filtrarlo per non impazzire (“è stato il rumore a farci impazzire/come la sera il nulla/fa impazzire i cani”). È un meccanismo biologico, di distrazione, di protezione, che a volte viene meno, si interrompe, smette di funzionare come dovrebbe (“qualcuno ha già iniziato/a dire che tu, che tu”). Allora è un niente ciò che fa più rumore, il “niente che succede ogni secondo”. Mentre il silenzio diventa una sorta di elaborazione del lutto (“quanto ci costa il silenzio/cosa ci spinge a questa vedovanza”), è il tempo dei rimorsi (“era la vita giusta/e non ci abbiamo fatto caso”), la coscienza di una “non appartenenza” da cui nasce la scrittura.

Le parole da usare vengono scelte con cura, misurate, “censite” perchè “tutto indica qualcosa più in là”. Di sorprendente forza icastica (“le gambe aperte come una vittoria”), le parole ci ricordano che le cose sono segni di altre cose. E spesso sono segnali che ci annunciano la fine (“una fine senza finale”), come un cerchio per terra (simbolo dello zero, una lacuna per eccellenza) dove prima c’era un vaso o “la ciotola del gatto”.

È il momento di una sosta (“non è tempo di fare, si sta”), fermi negli stessi gesti, stretti alla “mano che trattiene ogni partenza”, piantati come alberi (“con una radice profondissima/e tutti i rami fuori”). Non ci stacchiamo mai veramente da terra, “non si stacca mai niente da terra”. Eppure qualcosa di più ostinato ci chiama, ci spinge a “disegnare mappe di altri luoghi/sul tappeto” di casa, verso un viaggio impossibile. Falene impazzite di luce, ci si muove un po’ di qua, un po’ di là, come si può. Come pedine di un gioco, nella “matrice” in cui “mattonella dopo mattonella” ci hanno rinchiusi (nell’ossessione di mettere in ordine il mondo, riga per colonna). Sia essa un utero o un array, la matrice (radice, origine, causa) genetica (“la lingua ostinata dei tuoi cromosomi”) è la matrice di un Dio falsario. Se “nelle rovine è scritto/che i muri dimenticano” il nostro compito è imparare giorno per giorno quando “aprire e chiudere gli occhi”.

Giovanni Catalano

3 commenti su “Barbara Coacci – Nessuna Nuova

  1. un gran libro quello di Barbara, un’ottima recensione quella di Giovanni.

    un caro saluto a voi.

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