The privilege of the grave (post di natàlia castaldi)

Vauro

Mark Twain nel 1905 scriveva un saggio su libertà di pensiero, parola ed opinione il cui titolo ne esplicava sin dal principio l’amaro ed ironico contenuto: The privilege of the grave, Privilegio tombale.

Per Twain, infatti, la libertà di parola è solo un’illusione perché condizionata alla volontà di ogni singolo individuo d’uniformarsi all’opinione imperante e di massa, dunque, una reale libertà d’opinione sarebbe paradossalmente accessibile all’uomo solo dalla sua stessa tomba, ovvero solo allorquando questo suo utopico diritto non gli si potrà più torcere contro. Sì, perché è vero che possiamo recitare l’articolo n. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti umani”, il 21° della nostra Costituzione (ancora? – per poco!), storcere il muso comodamente seduti dinanzi al nostro computer o al televisore al manifestarsi di superbi atteggiamenti squadristi … ma poi, alla fine, quanto siamo bravi a far valere questo nostro semplice ed insindacabile “diritto” se il nostro dissenso – de facto – ci si potrebbe poi ritorcere contro sotto forma d’offesa, emarginazione, ghettizzazione o censura?

Dunque, è molto più facile scegliere un carro cui accodarsi in codazzo di corte, ossequiando il signore che muove le briglie da bravi soldatini mercenari in attesa di briciole e riverenze, vestire l’uniforme da cerberi latranti al primo segno di intrusione “aliena” che si azzardi a mettere in discussione l’“insindacabile ordine prestabilito” ed attendere pazientemente il proprio meritato zuccherino.

Questo accade in tutti gli strati sociali …. ed indipendentemente dall’età media dei soggetti “pensanti”.

Se prendiamo una classe liceale, ad esempio, noteremo che all’interno d’essa si forma – dopo poche e brevi mosse di demarcazione territoriale degne dei più elementari documentari naturali – un gruppo che elegge tacitamente il suo o suoi “capocchia” che detteranno “tacita” legge in questioni di “moda”, “gusto”, comportamento, linguaggio e – peggio – amicizie, mentre la “massa classe” si affannerà a cercare di carpirne la benevolenza con atteggiamenti di sudditanza e servile dipendenza. Se malauguratamente un singolo, per ragioni educative, religiose, politiche, sessuali o fisiche non si sottometterà al “tacito” canone imposto, non ridendo alle battute del o dei capocchia, non dimostrando ad esso/essi venerazione, questi sarà soggetto alle peggiori pene e cattiverie che l’animo umano possa immaginare: la legge del branco.

Ci si domanderà se questo schema socio-comportamentale è limitabile a quella precaria fascia evolutivo-formativa della personalità propria dell’adolescenza?! Mon Dieu, …. NO!

Chi ha sviluppato la personalità di capocchia continuerà ad esserlo sul lavoro ed in ogni suo atteggiamento pubblico, anche quando dovrà chinare il capo dinanzi ad un altro più forte “capocchia”, al fine di poter raggiungere il proprio quarto di visibilità/notorietà e, quindi, di “riconosciuta superiorità”[?], che gli permetterà di esercitare la sua azione di sopraffazione sulla fetta o porzione di “massa” a lui affidata.

Il ”peone” semplice e mercenario, invece, continuerà a svolgere la propria azione operaia e di sudditanza per il bene del successivo ingranaggio sociale in cui si inserirà … e così via.

Generalmente il capocchia è maschio, di razza caucasica e possiede facilità d’espressione anche quando muove le labbra prima del cervello. Ancor peggiore invece è il ruolo femminile in questo ingranaggio di corte.

La femmina di branco difende, infatti, due ruoli: quello di prima donna (ancestralmente generatrice e quindi istintivamente e ferocemente materna) e quello di membro attivo del gruppo che deve sempre “dimostrare” d’essere intellettivamente oltre che prolificamente all’altezza del suo ruolo di fertile ape regina. Si scaglierà quindi contro ogni nuovo arrivato – peggio se questi è anch’esso soggetto di sesso femminile – con tutte le sue armi muliebremente subdole e lo farà platealmente, richiamando a sé l’attenzione e, talvolta, imbastendo una vera e propria adunanza intorno alla vittima/preda, il tutto sempre al precipuo “scopo” d’ottenere il con-sensum di gruppo, solo allora si placherà confortata dall’aver assolto, compiutamente e ferocemente, il suo ruolo d’abile cortigiana.

Questo accade in tutti i luoghi d’aggregazione sociale ed indipendentemente dal livello cul-turale dei suoi “membri”, il cui grado di potere e militanza dipenderà proporzionalmente dal “tempo” della di loro fidele osservanza della (n)etiquette di gruppo.

nc

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Articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani:

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

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L’articolo 21 della nostra Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

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La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire. (George Orwell)

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Per censura si intende il controllo della comunicazione verbale o di altre forme di espressione da parte di un’autorità. Nella maggior parte dei casi si intende che tale controllo sia applicato all’ambito della comunicazione pubblica, per esempio quella per mezzo della stampa od altri mezzi di comunicazione di massa; ma si può anche riferire al controllo dell’espressione dei singoli.

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“Un privilegio di cui nessuna persona vivente gode: la libertà di parola. Chi è in vita non è del tutto privo, a rigore, di un tale privilegio, ma dato che lo possiede solo come vuota formalità e sa di non poterne fare uso, non possiamo considerarlo un effettivo possesso. In quanto privilegio attivo, è simile al privilegio di poter commettere un omicidio: si può esercitarlo se si è disposti a sopportarne le conseguenze. L’omicidio è proibito sia formalmente che di fatto, la libertà di parola è formalmente permessa, ma di fatto proibita. Per l’opinione comune sono crimini entrambi, tenuti in grande spregio da tutti i popoli civili. L’omicidio è a volte punito, la libertà di parola lo è sempre, qualora venga esercitata. Il che avviene raramente. […] Questa riluttanza a esprimere opinioni impopolari è giustificata: il prezzo da pagare è assai alto, può comportare la rovina economica di un uomo, può fargli perdere gli amici, può esporlo al pubblico ludibrio e alla violenza, può condannare all’emarginazione la sua famiglia innocente e rendere la sua casa un luogo desolato, disprezzato ed evitato da tutti.

Nel petto di ogni uomo si cela almeno un’opinione impopolare sulla politica o sulla religione, e in molti casi se ne trova ben più di una. Più l’uomo è intelligente, maggiore è la quantità delle opinioni di questo tipo che ha e che tiene per sé. Non c’è individuo — compreso il lettore e me stesso — che non sia in possesso di convinzioni impopolari, che coltiva e accarezza e che il buon senso gli vieta di esprimere. A volte sopprimiamo un’opinione per ragioni che ci fanno onore, non onta, ma più spesso lo facciamo perché non possiamo sostenere l’amaro costo di dichiararla. A nessuno di noi piace essere odiato, a nessuno piace essere evitato.

Una naturale conseguenza di questa condizione è che, consciamente o inconsciamente, facciamo più attenzione ad accordare le nostre opinioni con quelle del nostro vicino e a mantenere la sua approvazione piuttosto che a esaminarle con scrupolo per vedere se siano giuste e fondate. Quest’abitudine produce inevitabilmente un altro risultato: l’opinione pubblica che nasce e si alimenta in questo modo non è affatto un’opinione, è semplicemente un atteggiamento; non suscita riflessioni, è priva di principi e non merita rispetto. …”

Mark Twain, The Privilege of the grave

5 comments

  1. Mah, direi che ci sono molte proposizioni assolutamente vere, ma il tutto è un po’ troppo pessimista. Non credo ci siano, nelle dinamiche di gruppo, solo capocchia e gregari, ci sono anche figure intermedie, assertive o “osservatori” che non si accodano, non entrano nel gregge. Tra questi alcuni sono semplicemente “esterni” al gruppo conforme, per dir così, , altri, forse maggiormente determinati, in molti casi vi lottano contro. Credo ci siano molte sfumature, ma è indubbio che il gruppone è costituito da manipolati, da omologati, per usare un termine pasoliniano. Per quanto riguarda Twain, anche lì molta verità, ma manca la contestualizzazione sociale ed economica di certi comportamenti, cioè il tutto pare considerato immodificabile, direi ineluttabile, invece non credo sia così, non essendo questo il migliore dei mondi possibili… Ci siamo capiti, no?
    ;-)

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    1. certo, Gino. Anche se le figure intermedie mi fanno anche più paura delle due estremità per eccesso, appartenendo a quella bassa lega di bandieruole che gira con il vento per rimanere sempre a galla… comunque ho giocato un po’ d’ironia e un po’ di memoria: le dinamiche scolastiche le ricordo ancora molto bene … e le ho ritrovate poi sul lavoro(anche da insegnante) e, non da meno, in “rete” … ;)
      grazie!!

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  2. Uhm… le figure intermedie che tu descrivi sono sempre “gregge”, sono opportunisti, fanno parte dei conformisti, stanno nel gruppone. Io mi riferivo a quelli esterni, che non godono dei vantaggi dell’essere omologati, foss’anche il solo vantaggio del quieto vivere. Quelli che scrutano e analizzano e si tengono fuori, e quelli che decidono di intervenire… ma entrambi danno un giudizio negativo del contesto, con esiti diversi…

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  3. AHAHAH! Non ho mai saputo fischiare, anche in questo ero fuori dal gregge, da ragazzino, ahahah!
    Ti farò segnali di fumo, ma, ora che ci penso… non fumo!
    Sentirai il rumore dalla “battaglia” e capirai…
    ;-)

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