Rae Armantrout – Due, tre

Rae Armantrout (1947 -) è la poetessa americana che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer. È stata senza dubbio una delle voci più interessanti del fenomeno “L=A=N=G=U=A=G=E poets”, movimento che prendendo il nome della rivista omonima è emerso tra gli anni ‘60 e ’70, portando avanti un discorso iniziato con Gertrude Stein e Louis Zufofsky, poi praticato dai New American Poets. Propongo un testo in cui è evidente l’enfasi anti-lirica e auto-referenziale che rende affascinante una poesia che a prima vista sembrerebbe contenuta ma che poi finisce col travolgere il lettore, trascinandolo al fondo della sua vertigine.

 

Two, Three

Sad, fat boy in pirate hat.
Long, old, dented,
copper-colored Ford.

How many traits
must a thing have
in order to be singular?

(Echo persuades us
everything we say
has been said at least once
                                            before.)

Two plump, bald men
in gray tee-shirts
and tan shorts

are walking a small bulldog –
followed by the eyes
of an invisible third person.

The Trinity was born
from what we know
of the bitter

symbiosis of couples.
Can we reduce echo’s sadness
by synchronizing our speeches?

Is it the beginning or end
of real love
when we pity a person

because, in him,
we see ourselves?

 

Due, tre

Ragazzo grasso, triste con un cappello da pirata.
Lunga, vecchia Ford
ammaccata, color rame.

Quante caratteristiche
deve avere una cosa
per essere singolare?

(L’eco ci persuade
che tutto ciò che diciamo
è stato già detto almeno una volta
                                                    prima.)

Due uomini calvi, quasi grassi
in maglietta grigia
e pantaloni corti marroni

portano a spasso un piccolo bulldog –
seguiti dagli occhi
di un’invisibile terza persona.

La Trinità è nata
da quel che sappiamo
dell’amara

simbiosi delle coppie.
Possiamo ridurre la tristezza dell’eco
sincronizzando ogni parola?

È l’inizio o la fine
d’un vero amore
quando abbiamo pietà d’una persona

perché, in lei,
ci riconosciamo?

Traduzione di Giovanni Catalano

4 comments

  1. Queste parole mi rimandano alla solitudine dei quadri di Hopper… Ma qui, diversamente, ci sono anche supposizioni e domande che i quadri di Hopper non pongono, quelli sono pura descrizione del’insensatezza di un certo modo di vivere, i rifiuti occultati del sogno americano.
    Mi associo al giudizio di Carmine.

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