Andrea Accardi

Mondello senza – di Andrea Accardi

mondello

.

La liberazione della spiaggia estiva
sarà rapida e indolore.
Faranno lo sgombero delle cabine azzurre
rimuoveranno il ciarpame e le bottiglie
e i panfili di ogni colore
in lungo e in largo.
Si fermerà la musica isterica
insieme alle convulsioni della gente.
Svanirà di colpo ogni barriera
tra le reflex e l’orizzonte.

Mondello è così che devi immaginarla
gli ex-bagnanti allineati col cappotto
simili ad alberi in marcia
il pienone diventato assenza
maltempo, vacanza.

«Ho sognato che una nave arrivava da lontano
sbandando tra le secche e i tifoni
la stiva carica di casse di terra
il capitano stecchito e legato al timone.
La guardavamo dalle terrazze
come si guarda un temporale
scambiandoci pareri sul cibo e sul calcio.
Era come un problema che non ci riguarda
come il desiderio infelice di un altro»

Ma è sempre di altri il desiderio nostro
altrui e altrove, sempre sottratto
sempre alterato, e come gli altri
mente, o non sa, e quindi non dice
non parla dell’ansia che costa viaggiare
del freddo e del caldo, della fatica
di salire sopra una scala
ostinatamente abbellisce e semplifica il mondo
tralascia la realtà, la salta a piedi pari
non sbatte sugli spigoli
non soffre di emicrania
non si ammala di abitudine.
Non dice soprattutto
che non si può avere tutto
e tutto pretende inutilmente per sé.

Anche Mondello è vuota e incolmabile
un fossato di tempo, un bordo scivoloso.
Continuamente manchiamo e siamo mancati
ci priviamo e veniamo privati
della nostra immagine allo specchio
vista come in movimento e controluce
dentro esistenze soltanto abbozzate
e abbozzate male, senza crederci troppo.
Nascono così le ville liberty infestate
i fantasmi sopra il mare.

Cos’altro posso elencarti?
Le docce all’aperto, i balconi sulla piazza
una colazione d’inverno, un cavallo sulla spiaggia
le stelle di Capo Gallo, e il vento che ogni tanto
apre buchi nella sabbia e nell’acqua.

Sono come i crateri sulla luna, Orlando
pieni di cianfrusaglie e cose scordate.
Tu adesso sei tornato davvero
ma per noi che restiamo tornare non basta
(ammesso che sia ritorno
questo continuo confondere il rovescio
col dritto, il passato col giorno).

Non si può controllare tutto
prima o poi te lo avrei detto.
La lotta dell’io col suo contrario
in fondo in fondo è causa persa
e Mondello lo insegna
come qualunque altro posto.
Non si trova sempre una ragione
dietro ogni nostra parola o gesto.
Non è il senno che ci manca
ma tutto il resto.

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Solo 1500 n. 91: Andrea è in ritardo e Quella volta al bar

berlin - gm

Solo 1500 n. 91: Andrea è in ritardo

Andrea è in ritardo. Probabile che abbia pensato di trovarsi a Londra e di dover salire su una Metropolitana normale. Invece, si trova ad Aversa e deve venire a Giugliano. La domenica se perdi un treno, ti tocca aspettare mezzora quello successivo. In ogni caso, poi arriva ed esce dall’uscita sbagliata. Non ha molto tempo, ci avviamo chiacchierando verso un bar non troppo distante. In una  piazza troviamo un bar che pare abbia un secolo anche se, immagino, non abbia più di venti o trent’anni. È orribile. Andrea (improvvisamente intraprendente) guarda dentro e dice: “Mi pare che sopra ci sia una saletta”. Sto per fargli cenno di proseguire verso un locale migliore, quando un tizio apre la porta e intima: “Potete entrare!” Siamo fottuti. Ordiniamo due caffè all’anziana che sta dietro al banco, che ci guarda come se fossimo due alieni o due pazzi (e non sa che scriviamo). Chiediamo di poter salire in saletta, ci fa cenno di sì. Accendono le luci e saliamo lungo una scaletta a chiocciola tra le più infime della storia. Giunti al piano superiore ci accorgiamo che c’è un solo tavolo, verde, con quattro schermi da computer fissati sopra. Videopoker, nessun dubbio. Il caffè, ovviamente, fa cagare. Mentre ci sprechiamo nel nostro repertorio battutistico, in cui arriviamo a sostenere che potrebbero scambiarci per finanzieri in borghese e, di conseguenza, farci sparire (di sicuro hanno dell’acido da qualche parte), riusciamo a parlare anche di poesia. Sarebbe, questo, un aneddoto da raccontare una volta diventati famosi. Se lo racconto adesso ci sarà un perché.

(c) Gianni Montieri

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Solo 1500 n . 91: Quella volta al bar

Pur di rivedere Gianni Montieri sono disposto perfino a farmi un viaggio da Aversa a Giugliano (una fermata di metro in tutto, ma quando hai l’orientamento scarso qualsiasi spostamento sembra un viaggio). Il paese di Gianni è in pratica accanto a quello della mia ragazza. Scendo, esco, è l’uscita sbagliata, rientro, eccolo. Come me lo ricordavo, in faccia una simpatica palla di pelo brizzolata. La voce è quella che un mio amico diceva per il primo De Gregori, una voce «di pèsca». Cappotto, sciarpa e coppoletta. Passeggiamo per Giugliano, il tempo non è molto, di sera ho la nave. Camminiamo chiacchierando e schivando l’immondizia per terra. É terribile, ma anche quella è diventata paesaggio, casa. Ci fermiamo al primo bar, e forse era meglio il secondo. Sguardi torvi, una signora dietro il banco, un tizio ci indica una saletta in alto. Saliamo, un tavolo con quattro computer, probabilmente per giocare a poker. Poco spazio anche per appoggiare il caffé. Siamo decisamente fuori posto, e si capisce che per entrambi è il modo migliore. Gianni Montieri è un funzionario statale che scrive poesie, praticamente combatte la burocrazia dall’interno. Io ho finito un dottorato mettendo la giacca quattro volte in tutto. Sono cose da rivendicare queste, altroché. Adesso stiamo parlando di letteratura in mezzo a quattro schermi da videopoker, mentre al piano di sotto probabilmente ci hanno preso per matti. Anche quel bar non sarà più lo stesso dopo di noi. Forse.

(c) Andrea Accardi

 

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Preghiera di fine anno – di Andrea Accardi

.golconde

Lascia ch’io perda la memoria.
Fammi dimenticare le domeniche in famiglia,
i pranzi coi parenti, l’agnello in mezzo ai denti,
le spine della triglia. Cancellami dalla mente
il sorriso degli agenti immobiliari,
la città nel primo pomeriggio,
la campagna da giugno a maggio,
i saluti lungo i binari.

Non voglio più contare il Tempo con le dita,
la lunghezza della vita col metro da sarto,
se resto, se parto, se programmo un viaggio,
la durata degli amori, il cambio di stagione,
il taglio dei capelli, le influenze di passaggio,
confondi tutto in un gran polverone.

Nella strettoia delle cose che capitano,
concedimi infine la svista del pallone,
lo scarto, la deviazione.
Aiutami a distinguere la curva del clinamen,
il caso che si oppone alla causa, e vince.

Amen.

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Due inediti di Andrea Inglese

.

Il mondo è tutto quello che accade

 .

 .

Il mondo è tutto quello che accade.

Quanti accadimenti devo conoscere, del mondo,

per dire che sono di questo mondo?

Io stesso sono uno di quegli accadimenti.

Mentre accado quasi nessuno se ne accorge.

Mia moglie, mia figlia, ne sono al corrente.

Su Facebook tutto quello che accade

Tenta di essere annunciato.

Accadono sempre e di continuo cose

Talmente lontane che vengono avvicinate

Come le immagini sfuocate dei quartieri di Homs

In Siria, dove si vedono d’un tratto

Delle grosse macchie colore arancione

Che ci dicono essere esplosioni, sono

Case che esplodono, ma non si vedono

Non si riescono a vedere le persone.

Il mondo è tutto quanto accade in Siria.

Di ciò mi sono interessato alcune settimane.

Vorrei essere di questo mondo, vorrei

Essere al corrente, io accadimento tra gli altri,

accadendo vorrei sbirciare gli altri accadimenti,

sentirmi parte della famiglia, come solidale.

 .

 .

*

 .

 .

Il mondo è tutto ciò che accade

Per questo ci tenevo a segnalare un accadimento minore

Accaduto, per così dire, in discrezione,

nel sonno mio, di stanotte, ho sognato

una grande multisala cinematografica

davvero impressionante, futurista,

come l’interno di un’astronave, con spalti

ricoperti di pelle bianca, banconi curvi,

una grande luce diffusa, delle cassiere

giovani, ed eleganti, ma con delle salette

verso il centro dell’edificio, piuttosto basse,

e rossastre, come se di colpo si entrasse

in una zona più arcaica, in qualche antro

dalla connotazione erotica, forse perché

nelle file più in fondo, come accampati

su delle impalcature, si assiepavano degli adolescenti,

e ho preferito partire, restare fuori, all’esterno,

in uno spazio maggiore, più spoglio anche,

salvo poi un finale completamente erotico

a cavalcioni di una giovane, in un sacco a pelo,

e venire così, come per concludere tutto,

con un explicit fisiologico, che è quello

che trapassa il sonno, e ti fa svegliare nel tuo letto.

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NUOVE STANZE – Andrea Accardi

Quando lasci una casa

considera le cose che perdi

tra quelle meno essenziali.

Il vecchio cesto in cui si accumulano

i giornali, lo specchio che non ti vedrà

più riflesso, gli angoli dove non hai

mai messo piede, la vista di altalene

irraggiungibili dalla finestra.

In principio era la luce

del montacarichi alto undici piani

visto dal fondo di un sedile.

La scoperta del mondo comincia

dalle case, misurate a colpi d’anca

sugli spigoli, svanite e ricreate

in una frescura di piani

tra riflessi minerali e odori acri

d’ascensori (un gatto morto

in mezzo ai tulipani)

fino al ricordo improvviso di una voce.

La sala da pranzo inondata di luce

tra i vetri (è un grande acquario

l’infanzia), cuscini per terra

libri troppo in alto, tegole lontane.

C’è di mezzo il ricordo

del tuo corpo, la sua presenza

in quelle stanze, l’immagine

senza suono che assecondava

le pareti, coinvolta nella catastrofe

dell’abbandono.

Poi sono corridoi di specchi

scuole, strade, registratori

che battono cassa, palloni

rondini che non fanno primavere.

Qualcosa si è perso

e ti separa da tutto

vernice su vernice

strato dopo strato

i luoghi che lasci li abiti ancora

il tuo corpo è ricoperto di assenze.

Anche per questo soffri un poco

quando chiudi una casa

quando muoiono le stanze.

 .

***

 .

(Per fortuna una casa non resta per sempre un’astrazione.

Poi devi pagare il mutuo, gli affitti, la cauzione

firmare contratti con cura, arrivarci piano piano.

Non come me quella volta a Bruxelles

che mi feci fregare

da quel tipo mezzo italiano.

Ma un contratto è una cosa che va fatta da soli

e da solo mi sento sempre in pochi.

Il giorno dopo mi alzai tra cori di grilli

e scoprii che invece erano topi.)

 .

***

 .

Il comune Molenbeek-Saint Jean, in alto a sinistra

sulla mappa di Bruxelles-Capitale

una strada grande a due corsie

qualche pasticceria buona, il canale

per i traffici commerciali, la guardia medica.

Poi dietro le quinte cumuli di rifiuti

rottami d’auto, alimentari scadenti

facce brutte, lampioni spenti

bambini per strada, moschee

quel palazzo nascosto tra gli altri palazzi

uguali, il portone pesante e bianco

tra le ombre dei capannoni industriali

e dentro una stufa gettata nel cortile

tonfi di ratti sul parquet rigonfio

pellicce abbandonate negli armadi

fili e cavi senza prese, calendari

fuori moda, pacchi di pasta scaduta

ovunque sporcizia, vapori d’alcol

tracce d’umanità fuggita

o perduta.

Fuori la città non ha dolcezze

dura poco l’illusione dei call center

e delle lavanderie automatiche

sulla metro qualcuno legge

qualcun altro si nasconde

chiudono i negozi, cambiano i colori

delle vetrate in movimento

c’è una scarpa sul cemento, fiori

il palazzo di giustizia appare da lontano

enorme fra le impalcature.

Ti scrivo perché ho paura

più di quanto dovrei in realtà.

Nemici sono gli uomini

e nemica la città.

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RICORDO DI FRANCESCO ORLANDO

Francesco  Orlando se n’è andato quasi due anni fa, nel  fiore della vecchiaia, con un primo romanzo appena pubblicato, che da pochi mesi stava portando in giro. In realtà un manoscritto dei vent’anni, per decenni conservato nel classico cassetto, e solo negli ultimi tempi tirato fuori per trovare la compiutezza definitiva. Una vita da teorico, incorniciata dalla scrittura creativa. Ricordo la trepidazione quasi infantile con cui parlò in pubblico di quel suo romanzo così esile e disperato. Sentii tutta la differenza rispetto al grande critico sistematico, assoluto, spietato coi suoi avversari (a torto e a ragione), malgrado l’eloquenza straordinaria fosse sempre la stessa.

Ma sbaglierei a distinguere troppo il grande saggista dallo scrittore rimasto acerbo. Il bisogno di capire che muoveva ogni suo discorso non era mai un freddo gioco intellettuale: si trattava comunque di capire per sentire meglio, e di più. Forse anche per questo la sua attività di critico si legò indissolubilmente alla psicanalisi, che in fondo non è altro che l’uso della ragione al servizio di ciò che ragionevole non è. A partire da Freud, Orlando aveva ricostruito una retorica che individuava nella letteratura la sede di un ritorno del represso, sempre soggetto ai cambiamenti epocali, alla morale del tempo, alla repressione vigente. Il modello della negazione freudiana, che ha bisogno di porre ciò che rifiuta, gli aveva suggerito il concetto della “formazione di compromesso”, cioè “una manifestazione semiotica- linguistica in senso lato- che fa posto da sola, simultaneamente, a due forze psichiche in contrasto diventate significati in contrasto”.  Rispetto ai personaggi comici più aberranti, ad un distanziamento consapevole corrisponde comunque un’identificazione tanto più inconscia quanto più repellente ci risulta il desiderio mimetico: la negazione freudiana (Io NON sono così) conferisce statuto di verità al contenuto che respinge sotto la coscienza. Salendo a livelli superiori di accettazione, il represso deve affrontare nuove tipologie di repressione, non più interna al lettore, ma dipendente dalla società, dai codici, dall’attualità del testo. Ogni opera letteraria ha un luogo e una data di nascita, un destinatario ideale, e un significato principale e prevalente sugli altri possibili, che il critico ha il compito di restaurare filologicamente.

La grande coerenza dell’opera di Orlando unisce il ciclo freudiano degli inizi alla sua opera più ponderosa, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura: in una vasta ricognizione della letteratura occidentale, ci viene mostrato come all’epoca di massima produttività e funzionalità della storia umana, quando il mondo si presenta come un paesaggio di merci, i testi letterari agiscono ancora una volta come un documento rovesciato, ed esibiscono paesaggi di antimerci, robaccia, rottami, oggetti privi di ogni efficienza. Il metodo, in questo come negli altri studi, è quello della scomposizione paradigmatica, che disfa il testo come un mazzo di carte, per coglierne le ripetizioni, la coerenza interna, la struttura profonda di un senso mai svincolato però dalla realtà del tempo: descrittivismo formale e contesto storico, mediati da Freud, si equilibrano così a vicenda. La razionalità è altissima, la fiducia assoluta nella possibilità di capire è, alla lettera, illuminista. E illuminista era il suo modo di argomentare, passo dopo passo, senza lasciare nulla al caso o all’intuizione: tutto doveva essere sopra il tavolo, in vista, dichiarato.

Voglio concludere con un ricordo personale. Francesco Orlando, ventenne, fu allievo privato di Tomasi di Lampedusa. Poi, a venticinque anni, lasciò la Sicilia, per non rientrarci più, se non sporadicamente. Anche io sono siciliano, e così le nostre conversazioni spesso finivano per riguardare la nostra terra comune. Quando parlavamo, ogni tanto mi colpiva l’ingenuità con  cui immaginava ancora una Sicilia lasciata intatta dalla modernità, come se la sua lucidità s’interrompesse a contatto coi ricordi. Un giorno, sicuro di non sbagliare, esclamò: “Andrea, tu mi confermerai, in Sicilia è una rarità potere assistere a concerti dal vivo all’aperto!”. Mi scappò un sorriso, e per una volta lo corressi io. Solo adesso però ho capito come stavano le cose, e non sembri una battuta: il Prof. Orlando era lui stesso un oggetto desueto.

 Poche righe fa lo avevo definito illuminista, ma non c’è contraddizione. Per spiegare cosa intendo, utilizzo ancora il concetto di “formazione di compromesso”. In uno dei suoi ultimi seminari, per chiarirlo meglio, usò queste parole, che non ho dimenticato: “Quante volte, nella stessa giornata, diciamo sì e no contemporaneamente? Mettetevi una mano sulla coscienza e ditemi se non è così.” Perché davvero il sì e il no (il represso e la repressione, potremmo dire…) caratterizzano insieme ogni momento della nostra vita. E ogni illuminismo, ogni progresso, ha nel suo cuore una parte irriducibile di nostalgia.

POESIE DI KARI ARONPURO

 

 

INTRODUZIONE A KARI ARONPURO

di Silja Aronpuro e Mario Pasquato

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Kari Aronpuro (30.6.1940, Tampere) è uno dei maggiori poeti finlandesi viventi. Ha pubblicato 21 raccolte di poesia, e un romanzo. La sua opera è stata parzialmente tradotta in dieci lingue, tra cui svedese, inglese, francese e russo, ma è ancora inedita in italiano. É una presenza costante nell’avanguardia della letteratura finlandese da quasi cinque decenni.

.Una parte fondamentale della formazione letteraria di Aronpuro avviene al circolo letterario di Mikko Mäkelä, che raccoglieva insieme gli autori di Tampere più importanti dell’epoca. É anche grazie a Mikko Mäkelä, direttore della biblioteca cittadina, che il poeta inizia la carriera di bibliotecario dopo gli studi all’università. Ha lavorato in diverse biblioteche, fino alla pensione nel 2003.

.La poesia di Aronpuro si sviluppa in continuo contatto con altri scrittori e poeti, ma anche filosofi e studiosi. Tra i suoi interessi principali, la semiotica e la storia. Quasi ogni libro ha una fonte d’ispirazione principale : per esempio, la raccolta Rihmasto (Rizoma) prende il suo titolo direttamente dalle teorie di Gilles Deleuze e Félix Guattari.

Ma Aronpuro non si limita a usare i testi letterari, per lui tutto è materiale da poesia : dialoghi sentiti sull’autobus, trafiletti estratti da un quotidiano, pittura… Con la moglie Marra Lampi, pittrice e serigrafista, ha realizzato numerosi progetti ; ha collaborato anche con musicisti.

PPPP

ALCUNE POESIE DI ARONPURO

traduzione di Silja Aronpuro e Mario Pasquato

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The West Australian

.

Uutisia in brief

.

Syytteessä

dinosaurusten jälkien varastamisesta

Imputati

Michael Latham ja Rodney Illingworth

molemmat Broomesta

.

Maistraatin käräjäoikeus

on vapauttanut heidät

$ 10000 takuuta vastaan

They are due to appear in court again

in February

.

Lukijan oikeudella oletan

Teon motiivi pietas

syytettyjen tuntema veto

elämää ja sen jälkiä kohtaan

.

The West Australian (2000)

.

Notizie in brief [1]

.

Imputati

d’aver rubato delle orme di dinosauro

Michael Latham e Rodney Illingworth

entrambi da Broome

.

I magistrati del tribunale

li hanno rilasciati

su cauzione di 10000 $

They are due to appear in court again

in February

.

Con il diritto del lettore suppongo

Motivo dell’atto pietas

l’attrazione che gli imputati sentivano verso

la vita e le sue tracce.

.e

.. ****

.

Hiotun kiven aika

————————kirjoituksen aikakausi

hiekkaa

———–poispyyhityn jäljen paikka

teksti

——- hymni yölle

————————musteen pimeä selkeys

..

..

[senza titolo] (1986)

.

Il tempo della pietra levigata

————————————–l’età della scrittura

sabbia

———spazio della traccia cancellata

testo

——-inno alla notte

———————-la buia limpidezza dell’inchiostro

 ——————–la buia limpidezza dell’inchiostro

  ***

.

PÄÄTÄ PAHKAA

.

Merkiys säntäilee lauseesta lauseeseen.

Kuolemansa jälkeen Augustus julistettiin jumalaksi.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Merkiys säntäilee lauseesta lauseeseen.

Ketjussa kulkien ajajat pelottavat fasaanit metsästä.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Merkiys säntäilee lauseesta lauseeseen.

On niin kylmä, että hengitys höyryää.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Merkiys säntäilee lauseesta lauseeseen.

Kansanedustajille esitetään tuntuvia palkankorotuksia.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Merkiys säntäilee lauseesta lauseeseen.

Hiivasienet hajottavat sokerin alkoholiksi.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Merkiys säntäilee lauseesta lauseeseen.

Hän lensi suin päin Lontooseen.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Merkiys säntäilee lauseesta lauseeseen.

Pastori esitti lähempää tuttavuutta.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

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A ROTTA DI COLLO (1989)

.

Il significato zigzaga da una frase all’altra.

Dopo la morte Augusto è stato proclamato dio.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Il significato zigzaga da una frase all’altra.

Avanzando in schiere, i cacciatori spaventano i fagiani fuori dalla foresta.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Il significato zigzaga da una frase all’altra.

Fa così freddo che si vede l’alito.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Il significato zigzaga da una frase all’altra.

Propongono un aumento di salario per i parlamentari.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Il significato zigzaga da una frase all’altra.

I lieviti scompongono lo zucchero in alcool.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Il significato zigzaga da una frase all’altra.

È volato a precipizio a Londra.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

Il significato zigzaga da una frase all’altra.

Il pastore ha proposto una conoscenza più intima.

Ugh ugh blugh blugh ugh blug blug.

.

***

.

LAVOSIER

1743-1794 

kemisti 

jonka ansioille 

viitattiin kintaalla 

.

Tasavalta ei tarvitse tiedemiehiä. 

.

mestattiin giljotiinilla

.

LAVOISIER

1743-1794

chimico

dei cui meriti

se ne fregarono

.

La Repubblica non ha bisogno di scienziati

.

fu ghigliottinato

.

***

.

POHJOINEN GUERNICA

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kaupungin ylle on laskeutumassa kahlaajan jalka

ruskeita puutaloja

————————————huoneissa repaleiset varjot

——————seinästä seinään

————————————vastateurasteut valkoiset kanat

sillalla kaatunut hevonen

kevään ensimmäisten raatokärpästen panssaroima

kuorma vetelää voita

tulipalosta pakenevat torakat

neljäs neljättä

————————————koko päivän

—————————————————–laskeutumassa kahlaajan jalka

temppelin katossa käärme

—————————————————–omena suussa

vinttikomeron kanaverkon takana

—————————————————–lehtoraatti

—————————————————–kävelykeppeineen ja knalleineen

lämmin ruumis apteekin lattialla

vanhalla hautausmaalla

—————————————————–rämisevät peltikilvet

———————————————————————–rautaristit

—————————————————————————————kahlaajan jalka

syksyllä

—————-sienestäjiä kaupungin laitamilla

—————-ratavallilla

—————-raamatun välissä punakaartin laulukirja

.

GUERNICA DEL NORD [2]

.

sulla città scende un artiglio di rapace

case di legno marroni

——————————————————-nelle stanze ombre stracciate

da una parete all’altra

——————————————————-le galline bianche appena macellate

sul ponte un cavallo caduto

un carico di burro molle

corazzato dalle prime mosche della primavera

scarafaggi che fuggono dall’incendio

il quattro aprile

————————————tutto il giorno

——————————————————scende l’artiglio di rapace

sulla volta del tempio un serpente

——————————————————con una mela in bocca [3]

al di là della rete da pollaio nella soffitta

——————————————————i docenti

——————————————————con i loro bastoni da passeggio e cappelli rigidi

un cadavere caldo sul pavimento della farmacia

nel cimitero vecchio

——————————————————targhe di lamiera tintinnanti

————————————————————————croci di ferro

————————————————————————————————–l’artiglio di rapace

in autunno

——————la gente che raccoglie i funghi nei dintorni della città

——————sulla ferrovia

——————una bibbia con dentro il canzoniere della guardia rossa

***

.

HAMMASLÄÄKÄSRIN ODOTUSHUONEESSA

.

huomasin

vaimoni grafiikkaa

sinisiä pintoja viivoja

.

kummeksuin kun luin

Jaroslav Seifertin vaimon olleen

mustasukkainen miehensä runoille

.

monta tapaa

suhtautua puolison työhön

ylpeydestä vihaan

rakkaudesta inhoon ja häpeään

.

liikutuin kun tajusin taas

meidän työmme

aina olleet

toisiaan tukevassa liitossa

naimisissa

.

niin kuin yhdensuuntaiset pystysuorat viivat

antavat voimaa

kuvan sommitteluun

.

niin kuin normaalipurennassa terveet hampaat

kohtaavat toisensa

.

NELLA SALA D’ATTESA DEL DENTISTA

.

ho notato

una grafica di mia moglie

superficie blu linee

.

mi sono stupito quando ho letto

che la moglie di Jaroslav Seifert era

gelosa delle poesie di suo marito

.

tanti modi di prendere

il lavoro del consorte

dall’orgoglio all’odio

dall’amore al disgusto e alla vergogna

.

mi sono commosso quando ho capito ancora una volta

i nostri lavori

sono sempre stati

in connubio

sposati

.

come le linee verticali parallele

danno forza

alla composizione dell’immagine

.

come nella occlusione normale

i denti sani s’incontrano

.

***

.

L´ART DE GOMORRHE

Juliste

.

Muistatkos rakkaani kun teimme julisteen

TKL:n bussien etuosaan, sähkökaappien

kansiin.

.

Sinä vedostit sateenkaaren.

.

Mää olin vähän niinku kopi, tekstitin:

VÄHÄN TARVITSEE IHMINEN TÄÄLLÄ

EIKÄ SITÄKÄÄN KAUAN

.

L´ART DE GOMORRHE (2003)

poster

.

Te lo ricordi, amore, quando abbiamo fatto un poster

per la parte anteriore degli autobus del TKL,

sullo sportello della centralina elettrica.

.

Tu hai stampato un arcobaleno.

.

Io ero tipo un pubblicitario, ho dato il testo:

.

CI SERVONO POCHE COSE QUI

E NEANCHE TROPPO A LUNGO

.

***

USKOSSA FOTONEIHIN

.

tarkastelen himmeää kuvajaistani

kehystetyn vedoksen lasista

palaavia kolkkia

.

minä joka aina olen kavahtanut

peilien julkeutta

lepään kasvotusten

unenkaltaisuuteni kanssa

.

Ei tässä mitään taidetta tehdä

vaan valoksi sammuvaa itseä

.

CON FIDUCIA NEI FOTONI (2000)

.

Osservo il mio riflesso indistinto

nel vetro di una stampa incorniciata

particelle che ritornano

.

io che sempre fui atterrito

dalla sfrontatezza degli specchi

.

riposo faccia a faccia

con l’immagine onirica di me stesso

.

qui non si sta facendo arte

ma un io che si estingue in luce

.

.

[1] La poesia fa riferimento ad un evento realmente avvenuto, che il poeta ha

appreso da un trafiletto di quotidiano.

[2] Guerra civile finlandese (27 gennaio – 16 maggio 1918), vide scontrarsi la guardia rossa (composta principalmente da contadini e operai) e l’alleanza di forze conservatrici nota come guardia bianca.

[3] Riferimento all’affresco realizzato da Hugo Simberg nel duomo di Tampere, che fu oggetto di vivaci controversie a causa dell’impiego rivoluzionario di temi classici dell’iconografia cristiana.

UNA POESIA DI MAURICE MAETERLINCK

Questa poesia appartiene alla raccolta Serres chaudes (Serre calde) del 1889. Si riconosce la lezione dei grandi francesi (Rimbaud, in particolare), con molti elementi di originalità. L’immagine delle balene che migrano verso il polo e adombrano per un attimo la campana del palombaro sbalordirà Guillaume Apollinaire. I pronomi in successione delle ultime due strofe si riferiscono tutti ai “desideri”, caratterizzati attraverso una costruzione che Christian Angelet ha definito comparaison à rallonge. Si tratta di un’analogia prolungata, in cui “il comparato scompare interamente a vantaggio dei comparanti”: il secondo termine dell’equivalenza guadagna cioè autonomia al punto da risultare un’immagine semplice. C’è di mezzo l’idea simbolista di una simmetria universale, che lega in armonia gli uomini e il mondo. Tolto il velo ingenuamente mistico, questa concezione analogica dell’universo anticipa la scoperta del luogo delle simmetrie per eccellenza, quell’inconscio che di lì a poco Freud avrebbe reso celebre.                                                                                                   

             .                                                  

                                                                Cloche à plongeur  

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Ô plongeur à jamais sous sa cloche !

Toute une mer de verre éternellement chaude !

Toute une vie immobile aux lents pendules verts !

Et tant d’êtres étranges à travers les parois !

Et tout attouchement à jamais interdit !

Lorsqu’il y a tant de vie en l’eau claire au dehors !

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Attention ! l’ombre des grands voiliers passe sur les dahlias des forêts sous-marines;

Et je suis un moment à l’ombre des baleines qui s’en vont vers le pôle !

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En ce moment, les autres déchargent, sans doute, des vaisseaux pleins de neige dans le port !

Il y avait encore un glacier au milieu des prairies de Juillet !

Ils nagent à reculons en l’eau verte de l’anse !

Ils entrent à midi dans des grottes obscures !

Et les brises du large éventrent les terrasses !

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Attention ! voici les langues en flamme du Gulf-Stream !

Écartez leurs baisers des parois de l’ennui !

On n’a plus mis de neige sur le front des fiévreux ;

Les malades ont allumé un feu de joie,

Et jettent à pleines mains les lys verts dans les flammes !

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Appuyez votre front aux parois les moins chaudes,

En attendant la lune au sommet de la cloche,

Et fermez bien vos yeux aux forêts de pendules bleus et d’albumines violettes, en restant sourds aux suggestions de l’eau tiède.

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Essuyez vos désirs affaiblis de sueurs ;

Allez d’abord à ceux qui vont s’épanouir :

Ils ont l’air de célébrer une fête nuptiale dans une cave ;

Ils ont l’air d’enterrer à midi, dans une avenue éclairée de lampes au fond d’un souterrain ;

Ils traversent, en cortège de fête, un paysage semblable à une enfance d’orphelin.

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Allez ensuite à ceux qui vont mourir.

Ils arrivent comme des vierges qui ont fait une longue promenade au soleil, un jour de jeûne ;

Ils sont pâles comme des malades qui écoutent pleuvoir placidement sur les jardins de l’hôpital;

Ils ont l’aspect de survivants qui déjeunent sur le champ de bataille.

Ils sont pareils à des prisonniers qui n’ignorent pas que tous les geôliers se baignent dans le fleuve,

Et qui entendent faucher l’herbe dans le jardin de la prison.

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                                                         Campana da palombaro

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O palombaro per sempre sotto la sua campana!

Tutto un mare di vetro eternamente caldo!

Tutta una vita immobile dai lenti pendoli verdi!

E tanti esseri strani attraverso le pareti!

E ogni contatto per sempre vietato!

Mentre c’è tanta vita nell’acqua chiara di fuori!

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Attenzione! l’ombra dei grandi velieri passa sulle dalie delle foreste sottomarine;

E io sono per un attimo all’ombra delle balene che migrano verso il polo!

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In questo momento, gli altri scaricano, forse, vascelli pieni di neve nel porto!

C’era ancora un ghiacciaio in mezzo alle praterie di Luglio!

Nuotano all’indietro nell’acqua verde dell’ansa!

Entrano a mezzogiorno in grotte oscure!

E le brezze del largo ventilano le terrazze!

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Attenzione! Ecco le lingue di fiamma del Gulf-Stream!

Allontanate i loro baci dalle pareti della noia!

Non hanno più messo neve sulla fronte dei febbricitanti;

I malati hanno acceso un fuoco di gioia,

E gettano a piene mani i gigli verdi nelle fiamme!

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Appoggiate la vostra fronte alle pareti meno calde,

Aspettando la luna al vertice della campana,

E chiudete bene i vostri occhi alle foreste di pendoli blu e di albumine violette, restando sordi alle suggestioni dell’acqua tiepida.

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Asciugate i vostri desideri deboli di sudore;

Per prima cosa andate da quelli che stanno per svenire:

Hanno l’aria di celebrare una festa nuziale in una cava;

Hanno l’aria di sotterrare a mezzogiorno, in un corridoio rischiarato da lampade in fondo a un sotterraneo;

Attraversano, in corteo di festa, un paesaggio simile ad un’infanzia d’orfano.

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Andate poi da quelli che stanno per morire.

Arrivano come vergini che hanno fatto una lunga passeggiata al sole, un giorno di digiuno;

Sono pallidi come malati che ascoltano piovere placidamente sui giardini dell’ospedale;

Hanno l’aspetto di sopravvissuti che pranzano sul campo di battaglia.

Sono simili a prigionieri che non ignorano che tutte le sentinelle si bagnano nel fiume,

E che ascoltano falciare l’erba nel giardino della prigione.

Andrea Accardi – Sul legame diretto tra le mafie e la musica neomelodica

 

Non si vince sulla terra battuta

e i miracoli non arrivano se nessuno li vuole.

Gli artisti stranieri fanno capolavori

mettendo insieme sacchi d’immondizia 

da noi l’arte viene fuori spontaneamente

accumulandosi ai bordi delle strade.

Le strade che hanno spesso nomi condannati

via delle tre bare, vicolo degli agonizzanti

un pianto insicuro che imita altri pianti

l’esibizione unita allo scongiuro.

E il canto del muezzin affranto

per un amore perso all’aeroporto

ha tutta l’apparenza della perplessità

animale, che tra bene e male

non vede differenza.

Dice : « Sangue mio, il mio amore è diverso »

ma non ci dice se quel sangue

sarà salvato o perso.

Non è la morte, ma il fastidio d’esser nato.

Non è dolore vero, ma il suo cartonato.

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@Andrea Accardi

Se gli avanzi bastano: lettura di una poesia di Andrea Inglese

LIMONI

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Ci sono zone dell’appartamento
inabitabili, altre fin troppo
abitate. Sedie su cui è vano
sedersi, o impossibile pensare,
o trovare una postura di adulto
vertebrato. I metri quadri
giurati dall’agenzia di giorno
in giorno raccorciano, ma senza
un ordine, a sproposito.

Di fronte, è senza cielo: specchi
d’esistenza nel quadro fisso
della finestra. Di notte o di giorno,
è lo stesso: l’immota cucina
che l’anziana ogni tanto anima
ingoiando minestra da un cucchiaio,
le dita a mietere atomi di pane.
O la donna che strofina per ore
i sanitari, finché si allunga spossata
sotto la nube azzurra dello schermo.
O la più giovane, che allo specchio,
prima di dormire, indossa intero
il proprio guardaroba, solitaria.

Di qua stanno i limoni.
Un mucchio, nel piatto afgano,
pronti a cader fuori. Deformi,
grandi come patate, con l’adesivo
Duck e il marchio registrato
sulla scorza rugosa. Li ha venduti
il magrebino più a buon mercato.
Li beve lei, per ogni evenienza,
con acqua fredda o calda, per niente,
per sicurezza, salute. Io colgo
le loro bucce deformi, strizzate,
guardo nei vani dov’era il succo,
guardo il loro piccolo vuoto
negli occhi.

(“Limoni”, da La distrazione, 2008)


La scena di apertura è quella di una quotidianità turbata. Nell’appartamento si vive male, l’abitudine non regge, il familiare diventa estraneo. Tutto questo non produce stupore, ma un senso di fastidio, di mancata appartenenza. Le sedie perdono la loro funzione codificata, regrediscono a oggetti inerti. Perfino l’agenzia fidata sembra aver mentito sui metri quadri. C’è dunque un elemento di inquietudine, un fattore di disordine soggiacente alla vita di tutti i giorni. Per il momento, è ancora un nervosismo senza riscatto emotivo, la descrizione di un disagio. Non sono comparsi i limoni annunciati dal titolo. Il messaggio di partenza è chiaro: non si può stare in pace nemmeno in casa propria.

In questa situazione di domesticità alterata, compaiono tre solitudini di altri condomini, viste attraverso il riquadro della finestra. Un’anziana mangia rumorosamente una minestra, spargendo briciole di pane. Una donna pulisce i bagni sfinendosi. Una giovane allo specchio, civettuola e sola, prova tutti i suoi vestiti, senza placarsi in nessuno. C’è un’aria diffusa di nevrosi, di angoscia sottile. Dall’ambientazione iniziale, potremmo aspettarci un io poetico immerso nell’autoreferenzialità. Ma l’intimità è impossibile, così come ogni discorso intimista. La prima persona cede allora il campo ai verbi impersonali. C’è un tentativo di lettura delle cose, ma è bloccato. Nessuna immagine porta con sé un’apertura. L’illuminazione arriva però nella terza e ultima strofa.

“Di qua stanno i limoni”: questo verso, straordinario, stabilisce già un aldiquà e un aldilà di laicissima fattura, ritagliati nel puro mondo materiale. I limoni costituiscono, nell’estraneità uniforme fin qui disegnata, il dettaglio imprevisto, la presenza debordante, l’asola del senso. Non è menzionato il colore, ma il giallo-limone è già lessicalizzato, e dunque contenuto nel termine stesso. Sono tanti, troppi, instabili e pronti a cadere. Sono grossi, deformi, percorsi da rughe. Sappiamo perfino che costavano poco. L’accumulo di significanti sembra scavare una breccia per il significato. Il particolare del piatto afghano, esotico e superfluo, va nella stessa direzione. Compare una presenza femminile, scopriamo che dai limoni trae spremute salutari. L’io poetico, finalmente reso esplicito nei contorni del pronome, guarda le bucce già adoperate, scopre nel loro farsi rifiuto uno scandalo che appartiene alla sua stessa esperienza.

La soggettività è dunque la condizione necessaria di una fenomenologia. L’io poetico è solo abbozzato, perfino il legame affettivo con la donna è lasciato all’intuito. Si tratta di un testo che tenta evidentemente di fare i conti col mondo esterno, assumendone tutta la sua verità. L’ambientazione è quotidiana, addirittura casalinga, se pure svuotata di ogni carattere familiare, come abbiamo visto. Non mancano i riferimenti ad una realtà umile: c’è una vecchia intenta al pasto, c’è una donna curva sui sanitari. Anche l’immagine liberatoria dei limoni è in fondo una parodia dei limoni montaliani. Da notare l’assenza dell’articolo nel titolo rispetto al modello: non più “i limoni” della solarità, ma “limoni”, merce, prodotto di consumo. E tuttavia, proprio come in Montale, assumono un valore di rivelazione. Cosa sta avvenendo? C’è una tensione conoscitiva forte, ostinata, che si dibatte però fra misere cose. Fra scarti, verrebbe da dire. In Inglese si delinea quella che potremmo definire una  poetica dei resti , condivisa col poeta francese Jean-Jacques Viton, di cui Inglese è stato traduttore e commentatore. Proprio in un suo saggio su Viton (apparso qui : http://puntocritico.eu/?p=2732 ), ci fornisce così una definizione dei resti in questione, che possono essere considerati « ciò che, pur essendo molto concreto, il discorso e la memoria collettiva trascurano », ma anche « le infinite tracce della vita anonima, quel flusso costante a margine della coscienza, che trascina con sé scorie mentali, gesti ottusi, percezioni incongrue, fantasie ossessive, frasi insensate ». L’idea della poesia come strumento d’indagine a partire dallo scarto, dall’errore, dall’opaco, in un certo modo unisce l’allegria materialista di Ponge, che annullava il soggetto nella rappresentazione di un mondo poeticamente recuperato, e la sfida sempre aperta dei surrealisti, che nello studio dei meccanismi del pensiero non lasciavano alla scrittura (e ai lettori) l’appiglio solido degli oggetti esterni. La rivelazione dei resti è dunque interna ed esterna al tempo stesso, riguarda il mondo e la coscienza in misura uguale e indistinguibile. Qualunque intimismo esplicito sarebbe superfluo, la realtà è esplorata attraverso un filtro inevitabilmente soggettivo, se pure di un soggetto che in Inglese si carica di una capacità universale di lettura del mondo. I limoni, merce di consumo e poi addirittura rifiuto, vanno così in risalto, colti, per così dire, da uno sguardo marginale. Da qui il titolo della raccolta alla quale appartiene il componimento, La distrazione , che non va intesa come pura e semplice assenza di attenzione, ma come il rovescio dell’attenzione stessa. E come tale, ci fa cogliere ciò che all’attenzione sfugge.

@Andrea Accardi

A WISLAWA, CON RISPETTO PARLANDO

Wislawa Szymborska non era una poetessa italiana. Se questa affermazione può sembrare scontata, visto l’eccesso di consonanti del suo nome, non lo è più all’interno di un discorso strettamente letterario. Quando venne a Pisa qualche anno fa, invitata dalla Normale, non avevo mai letto nulla di suo, la grande popolarità e la presenza invasiva nelle librerie me la rendevano un po’ sospetta. Quel giorno, in mezzo al pubblico, c’era anche un piccolo gruppo di ragazze polacche, sorridenti e orgogliose. Ne capii presto la ragione.
La Szymborska lesse alcune di quelle che sarebbero diventate le mie poesie preferite, tra cui La prima fotografia di Hitler. Le lesse in polacco, con vocina ironica, minuta, da topolino. Dopo ogni lettura del testo originale, un attore italiano recitava la traduzione, con tono impostato e retorico, gonfiandosi il petto sotto la camicia. Ogni parola era perfettamente scandita, la comprensione di ogni poesia era completa. E tuttavia la differenza risultava impressionante, perché il contrasto non avveniva soltanto tra due voci e due lingue, ma tra due mondi e due culture.
Da una parte c’era la freschezza di una ragazza ultraottantenne che non voleva fare della propria opera un’eredità da scontare. Dall’altra si sentiva tutto il peso di una tradizione letteraria sempre incombente come quella italiana, qualcosa di opprimente e da riverire, in ogni caso. L’ombra della Poesia sulla poesia.
Mi accorsi di tutto questo dallo sguardo che la Szymborska rivolgeva ogni volta all’attore intento alla lettura, uno sguardo a metà tra il divertito e l’imbarazzato, come per dire: «Ma sicuri che stia leggendo le mie poesie? Sono le stesse?». Si sentiva insomma già messa su un piedistallo che non poteva accettare, caricata di ostentazione e di pose insopportabili, mentre la sua poesia va proprio nella direzione opposta, piena di ironia, di gioco, e pure sempre coincidente con qualcosa di vero e necessario, che ci riguarda tutti. Non c’è spazio allora per timori reverenziali di nessun tipo, neppure verso se stessi. La Szymborska è stata anche questo, un classico in vita senza volerlo essere, mentre tanti imitano i classici per non sapere essere altro.
Quel giorno ho pensato che il rapporto col passato diventa proficuo solo quando è senza paura, e inseparabile da uno sguardo sulla realtà, altrimenti è monolitica rassegna di modelli, declamazione austera, gelo. Non può esistere un poeta ignaro, non può esistere un poeta isolato. Ma l’orologio della tradizione resta fermo se non hai un tempo tuo da misurare.

@Andrea Accardi

Andrea Accardi, Inediti

LA COLPA

Ho sognato di avere una colpa.
Avevo fatto a qualcuno qualcosa,
da qualche parte, in qualche tempo.
In una grande stanza ossequiosa,
uguale a mille altre stanze
di uffici, consolati, conventi o ambasciate,
tutte le persone che avevo conosciuto nella vita,
se pure tra loro sconosciute,
mi indicavano col dito,
indicavano proprio me,
tra tutti i colpevoli
il più colpevole che c’è.
Io mi disperavo,
domandavo perdono,
se ho fatto qualcosa, non c’è stata volontà,
e se c’ero dormivo buono buono.
Visto che le facce diventavano minacciose,
rinunciai ad ogni coraggio:
“È stato K., l’ho visto,
si è trasformato in scarafaggio
ed è scappato sotto la porta.”
Così rassicurati, cominciarono ad uscire,
lentamente, come un corteo di paese.
Ma sentivo che sarebbero tornati,
o almeno così speravo,
perché senza quella colpa addosso
non avrei avuto più scuse.

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