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La soglia selvatica – La Valle dell’Eden e il mostruoso femminile

A cura di Elena Cirioni

 

 

C’è un momento particolare in uno dei romanzi che più amo, Dracula di Bram Stoker. Jonathan Harker, il giovane avvocato inglese destinato a incontrare Dracula nel suo castello, arriva davanti alla sua porta. Viene da Londra dal cuore razionale e ordinato dell’Inghilterra vittoriana e ha appena attraversato un paesaggio che sembra appartenere a un altro mondo: i Carpazi, i boschi inconoscibili, i lupi, una Transilvania che ai suoi occhi appare superstiziosa e selvaggia. Quando Harker raggiunge il castello, il Conte lo accoglie con una frase: «Welcome to my house! Enter freely and of your own will!». Benvenuto nella mia casa. Entrate liberamente e di vostra spontanea volontà. Harker ancora non lo sa, ma quell’invito è una formula rituale. Davanti a lui c’è una soglia che non divide soltanto l’esterno dall’interno del castello: separa il mondo nel quale ha creduto fino a quel momento da quello che sta per conoscere. Da una parte la ragione, la modernità, dall’altra qualcosa di più antico, oscuro. Harker attraversa la soglia. E da quel momento non sarà più lo stesso. È spesso da un passaggio come questo che una storia comincia davvero: quando qualcosa smette di stare al proprio posto, quando un confine che sembrava stabile viene attraversato e ciò che tenevamo separato entra improvvisamente in contatto.


La soglia selvatica nasce dal desiderio di esplorare queste zone di passaggio attraverso il cinema e la letteratura. Non sarà una raccolta di recensioni, né un percorso ordinato tra opere e autori, ma un tentativo di guardare le storie da una prospettiva meno prevedibile. A volte basterà una scena, un personaggio secondario, una frase pronunciata quasi per caso. Altre volte sarà una domanda a guidarci, magari senza trovare una risposta. Ci interessano soprattutto quei momenti in cui una storia sembra prendere una direzione diversa da quella che immaginavamo, e ci costringe a seguirla.


 

Episodio 1 – Psychic monster

 

Cathy Ames, interpretata da Florence Pugh (anche produttrice della serie).

 

Ed è qualcosa che arriva di notte, strisciando dalla terra l’inizio della storia che stiamo per attraversare. Chi senza leggere il libro ha visto il primo episodio della serie Netflix East of Eden – La valle dell’Eden tratta dal romanzo di John Steinbeck, ha potuto tranquillamente pensare di trovarsi di fronte a una serie horror. I primi minuti si aprono in una notte cupa, dove davanti alla porta di una casa arriva qualcosa strisciando sulla terra. Sembra uno zombie, una non morta risvegliatasi dal suo sonno per divorare i vivi e trasformarli in mostri. Non è così quella che sta per presentarsi davanti alla fattoria dei fratelli Trask, non è uno zombie, ma è Cathy Ames interpretata da Florence Pugh.
Cathy è uno dei personaggi più memorabili de La Valle dell’Eden. Un “psychic monster” così Steinbeck la presenta a romanzo già avviato. Il primo scarto tra la serie e il libro è proprio quello temporale. L’arrivo di Cathy apre l’adattamento di Zoe Kazan, mentre Steinbeck comincia alla sua maniera: dal paesaggio, dalla Salinas Valley, dal mondo dei pionieri e dalla due famiglie intorno alla quali è costruita la storia epica americana: i Trask e gli Hamilton.
La vera scelta che definisce l’adattamento è però un’altra: il cambiamento del punto di vista. Il romanzo è attraversato da una voce onnisciente nella quale Steinbeck finisce per inserire anche sé stesso e la propria famiglia, mescolando memoria autobiografica e costruzione mitica dell’America. Nella serie, invece, è la voce di Cathy ad appropriarsi delle parole con cui Steinbeck l’aveva descritta. Il mostro prende la parola e comincia a raccontarsi. È una scelta decisiva. 

Rischiosa se aggiungiamo che Zoe Kazan ha un legame familiare con questo romanzo, è infatti la nipote di Elia Kazan, che nel 1955 portò La Valle dell’Eden sul grande schermo affidando a James Dean il ruolo di Cal Trask. Per i Kazan evidentemente questo romanzo è anche una questione di famiglia. La serie, divisa in sette episodi, rimane molto vicina al romanzo, pur compiendo alcune scelte radicali di sottrazione e riscrittura. Gli Hamilton perdono buona parte dello spazio che occupano nelle pagine di Steinbeck . Ma rimane intatto il nucleo filosofico del libro, racchiuso in una parola ebraica che ritroviamo nella Genesi, nel racconto di Caino e Abele: timshel, tu puoi scegliere. Non sei condannato a ripetere il male che hai ricevuto o quello che appartiene alla tua famiglia. È la possibilità del libero arbitrio. Proprio da questo asse centrale una domanda legata a Cathy diventa ancora più necessaria: se possiamo scegliere tra bene e male, perché Cathy sceglie il male? All’inizio Steinbeck sembra non avere dubbi. Cathy viene presentata come una creatura priva di empatia e coscienza, una deviazione della norma umana. Ma procedendo nel romanzo il narratore apre una crepa. Torna a guardare Cathy e si domanda se chiamarla mostro sia sufficiente. È dentro questa crepa che entra Zoe Kazan. Non per assolvere il personaggio, ma per darle una storia, qualcosa che Steinbeck ha lasciato in sottofondo e che la sensibilità contemporanea può far riaffiorare. 

 

 

Uno di questi spunti lasciati dall’autore riguarda un altro romanzo, Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Da bambina, nei momenti di paura e solitudine, Cathy immagina Alice come una sorta di amica immaginaria. Fantastica di possedere una bottiglietta come quella del romanzo, di berla e di diventare sempre più piccola. Piccola da non essere vista da nessuno. Nel mondo di Carroll il corpo di Alice non smette mai di cambiare dimensione: cresce, si rimpicciolisce, diventa improvvisamente troppo grande e troppo piccolo, ma per Cathy quella trasformazione assume un significato molto più oscuro. Zoe Kazan ha letto in questa fantasia una sorta di dissociazione, collegata a un trauma accaduto a Cathy durante l’infanzia. È un’interpretazione che nel romanzo è quasi rappresentata da un sentore mentre nella serie è più concreta. Per tutta la vita Cathy combatte contro l’idea che il proprio corpo possa appartenere a qualcun altro: agli uomini che la desiderano, ad Adam che vuole trasformarla nella moglie ideale, infine ai figli. La gravidanza viene vissuta come qualcosa da respingere: Cathy tenta di abortire e dopo la nascita dei gemelli li abbandona: è qui che Cathy scompare e appare Kate. Ed è anche il punto in cui il personaggio può essere riletto attraverso quello che la teorica femminista Barbara Creed ha definito come mostruoso femminile. Cathy/Kate è la rappresentazione di un femminile che diventa perturbante quando sottrae il proprio corpo e la propria identità alle funzioni che gli sono state assegnate, soprattutto per quanto riguarda la maternità. Quando una donna nega di voler essere madre l’immaginario patriarcale della nostra società trasforma la donna in qualcosa di mostruoso. Cathy rifiuta il ruolo che Adam vuole per lei, quello della moglie che lo accompagnerà nella costruzione della sua Eden californiana, della madre dei suoi figli, della donna attraverso cui potrà diventare un patriarca. È in questo rifiuto che Kate, può essere osservata anche attraverso una lente femminista, senza trasformala in un’eroina emancipata, sarebbe una lettura troppo semplice per un personaggio così complesso. Il disagio provocato dal suo disgusto per la maternità racconta molto anche della società contemporanea, assai lontana dal mondo patriarcale dei pionieri, ma comunque condizionata da molti giudizi. Una donna come Kate, assassina, manipolatrice, mistress di un bordello, può ancora essere sistemata dentro categorie morali riconoscibili. È la peccatrice senza redenzione, ha un posto nell’ordine simbolico della nostra morale. Ma quando rifiuta radicalmente di essere madre e moglie di un marito pronto a darle qualsiasi cosa mette in discussione quell’ordine. Ed è qui che la serie ci spinge verso una domanda più scomoda: perché il rifiuto materno viene percepito non solo come una scelta, ma quasi come una violazione della natura? Kate porta questa domanda fino al suo punto più estremo e anche oscuro. Non rivendica solamente il suo diritto a non essere madre, ma trasforma le relazioni in terreni di dominio e distruzione. Non è una figura da assolvere né un’eroina da recuperare attraverso i nostri occhi contemporanei. È un personaggio che costringe a separare ciò che appartiene alla sua violenza da ciò che ci appare mostruoso perché infrange un modello femminile che abbiamo imparato a considerare naturale. All’inizio di questo pezzo ho raccontato di Jonathan Harker davanti alla porta del castello di Dracula. Harker attraverserà la soglia oltre la quale il mondo che conosce non basterà più a spiegare ciò che si troverà davanti. Cathy/Kate ci obbliga a fare qualcosa di simile: attraversare il confine rassicurante che divide il bene dal male. 

 


In copertina: Cathy Ames, interpretata da Florence Pugh (anche produttrice della serie).

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