Di Annachiara Atzei
In Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca (Mimesis, 2026), Maria Borio e Laura Di Corcia raccolgono i contributi di numerosi autori che, negli anni, sono stati pubblicati sui litblog Le parole e le cose e Nazione indiana per cercare di aprire un dibattito sul rapporto tra autenticità e poesia e stabilire in che misura oggi abbia senso definire quest’ultima autentica e in che termini. Il libro si divide in tre parti: la prima dedicata a saggi storico-teorici, la seconda alle scritture di poetica e l’ultima agli interventi di critica letteraria. Il discorso è introdotto dalle interessanti prefazioni delle curatrici che si domandano se la poesia fornisca il paradigma di una autenticità pura e immutabile. Ma – per loro stessa ammissione – così non è.
La parola poetica si accompagna sempre al disincanto e alla mutevolezza e, soprattutto, è, per sua natura, strumento di riflessione e indagine sulle cose e sulla loro relazione con il reale e il vero. L’autenticità, infatti, non coincide con la verità né con l’io più privato ma è tale proprio perché in continuo dialogo con il circostante e il suo divenire.
Cercare l’in sé della autenticità non è, infatti, l’intento del lavoro di Di Corcia e Borio e neppure lo è decidere, in base a parametri imposti, quale via debba prendere la parola poetica, poiché nell’evolversi della società e della letteratura, anche l’autenticità è cangiante, o meglio appare come concetto non risolvibile. Un concetto che si specchia sempre nell’altrove. Se, come scrive Gilda Policastro in Il metaverso. Appunti sulla poesia al tempo della scrittura automatica (Quodlibet, 2024), la poesia contemporanea non ha più regole fisse, ancor meno questo vale o varrebbe per l’autenticità. Lo spiega perfettamente Borio quando immagina la poesia e l’autenticità come “due gigantesse che si interrogano”: due soggetti in relazione, in tensione costante, che non possono interfacciarsi come se l’una fosse contenitore dell’altra o, ancor più, il suo certificato di garanzia. Ecco, allora quali domande, tra le tante, pone il libro. È più autentico un testo scritto sulla carta o quello inventato da una pagina di AI? È più autentica la poesia introspettiva – che rimanda la verità del soggetto – o quella fuori dal canone? È più autentico un linguaggio che “ruba” termini scientifici o giuridici e attinge ai più diversi campi della conoscenza umana, o quello lirico e trasognante? Ma non si tratta tanto di dire la verità o confessare, oppure di inventare, generare qualcosa d’altro, o ancora far sì che i due piani si mescolino senza soluzione di continuità.
La poesia, infatti, non è sigillo di autenticità, neppure quando è consapevole e vera. Anzi, va guardata con disincanto: rimane sempre un tentativo.
A confermare il concetto è la prefazione di Laura Di Corcia che offre un metodo di approccio alla tematica: l’autenticità è in relazione con il contesto e si muove in maniera magmatica, come “un organismo pluricellulare composto da membrane fluide e porose”. Ecco perché il libro offre tanti punti di vista ed è per questo che è ben riuscito: per la sua eterogeneità e complessità. Ad esempio, di grande suggestione è l’intervento di Franca Mancinelli a proposito di una scrittura capace di far affiorare dalla sua trama ogni elemento del reale e, per questo, tale da mettere chi legge (e probabilmente chi scrive) in contatto con il cosmo: “Siamo autori solo se dalle nostre parole traspare l’arazzo della vita”. Da quel luogo lontano scaturisce la poesia, che non perde mai il legame con l’origine, con un punto di partenza cui assomigliare. Di rilievo è, poi, il pezzo di Villalta, che nel suo saggio dice: “La poesia non racconta, non dimostra, non offre conforto ideologico o psicologico, non può diventare intrattenimento o rimasticazione di opinioni”. Nel suo rapporto con la vita, essa è il veicolo per interrogarsi sulla verità di quest’ultima. O si pensi, ancora, al saggio di Tommaso Di Dio, che all’autenticità ipotizza possa imprimersi un timbro dall’esterno, facendola – come nell’ambito giuridico – calare dall’alto allorquando abbia i requisiti di un corrispondente originale e aderisca in toto a un modello formale. Ipotesi suggestiva e discutibile, se si pensa che nel diritto tutto ruota intorno alla interpretazione della norma, tutto è rimesso in discussione dall’intervento continuo della giurisprudenza, spesso manipolativo. E che il contenuto di un atto offre pur sempre elementi di dubbio, di esegesi e criticità. Ma resta vero – come sostiene Di Dio – il fatto che il poeta è responsabile di ciò che dice, che l’estetica della scrittura non può prescindere dalla riflessione sul reale e sul sé. Infine, merita di essere menzionata la potenza del “ma” avversativo, interrogante a all’apparenza incongruente che Giovanna Frene rievoca nel suo testo, il quale si occupa di rileggere Il passero solitario di Leopardi per domandarsi se la Natura abbia concesso al poeta di Recanati di vivere la sua autentica vita.

Sotto questo profilo, coglie nel segno Borio quando afferma che “la poesia non dice il vero, ma dà voce a un altro (e altri) vero”: è polifonica, è dialogica, è contraddittoria ed è generativa. Pure lo stesso senso, sebbene affrontato in termini diversi, hanno le considerazioni di Laura Di Corcia quando fanno riferimento a quell’arte (e coraggio) di dire la verità del parresiasta: con franchezza e in modo aperto. Il dire vrai, allora, non è altro che la pratica della verità – o della autenticità, che la sfiora di continuo – che fruga nelle relazioni e ne crea di nuove, che rischia la ricerca di un nuovo vero, che indaga, ricentra, sfugge alla rigidità della regola. È opportuno, quindi, mettere una distanza da ciò che è preimpostato e premasticato e ampliare la visione. Non avere timore di un nuovo indirizzo e un nuovo orientamento. A questo proposito, leggo questo libro alla luce di un’altra lettura significativa, La verità della poesia di Paul Celan (Einaudi, 1993) che, così come succede qui, va oltre ogni fissazione di senso, coltiva il divenire e si apre a ciò che di nuovo da esso deriva: “una nuova prospettiva di realtà”. Insomma, l’interrogativo rimane sempre aperto, ma continua a muoversi lungo una unica retta, che è appunto, la poesia – il “meridiano” che traccia il cammino del confronto, del dubbio sulla parola esatta e sul modo di dirla, dell’intento della scrittura in versi anche nella contemporaneità.

Laura Di Corcia è poeta, drammaturga, critica letteraria e teatrale. Collabora con la Radiotelevisione svizzera e con le pagine culturali de “Il Sole 24 Ore”. Ha pubblicato Epica dello spreco (2015), In tutte le direzioni (2018) e Diorama (2021), oltre a una biografia critica su Giancarlo Majorino. Membro attivo del World Poetry Movement e referente per la Svizzera italiana; sue opere sono in corso di traduzione e incluse nel secondo volume dell’antologia curata da L. Ballerini e B. Cavatorta per la University of Toronto Press.
Maria Borio è poeta e saggista. Dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea, ha pubblicato le raccolte L’altro limite, Trasparenza (tradotta negli Stati Uniti come Transparencies), Dal deserto rosso e Prisma. Autrice delle monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (2018), cura la sezione poesia di “Nuovi Argomenti”. È fondatrice e direttrice artistica del festival internazionale Poesiæuropa e insegna all’Università degli Studi di Perugia.
In copertina: Pisanello, Ritratto di Ginevra d’Este, 1435-1449, tempera su tavola, cm 43×30, Museo del Louvre, Parigi

