Rubrica a cura
di Annachiara Atzei
Che venga, anche inaspettata, l’ora che ci separa.
Che il tempo si posizioni nel punto cieco dell’occhio.
Cerchiamo altre strade, altre vie di fuga, un soffio
di tempesta, un accidente, un urto tra noi e il mondo.
È come scappare stando fermi/ come farci male
senza capirne il motivo, senza dare tempo
al fiato che manca di ritrovare l’aria. Con la paura
sussurrata nelle ossa che diventa misura.
Presto, che il respiro si faccia notte.
Fabrizio Lombrado, La linea spezzata
La linea spezzata (Donzelli, 2026) – in cinquina al Premio Strega Poesia 2026 – si muove in un territorio tutt’altro che lineare. È un percorso nella memoria collettiva e in quella privata, in cui si mescolano le vicende storiche, politiche e sindacali degli scorsi decenni, che ancora continuano a interrogarci e che entrano nella nostra quotidianità, con quelle più intime e personali dell’autore, che racconta quanto il pensiero e il corpo, i sentimenti e le relazioni siano coinvolti e influenzati da ciò che accade intorno. La linea, qui, unisce il tempo e il sangue, attraversa – spesso a salti e ritorni – il passato, le generazioni e le famiglie. In questo libro, infatti, Fabrizio Lombardo usa la spezzatura – la ferita – come luogo a partire dal quale ricercare nuovi significati e una nuova conoscenza di sé e del mondo, come punto di proiezione futura che non cede mai alla dimenticanza. E lo fa attraverso la parola, sempre tesa all’esattezza eppure mai definitiva. Una parola consapevole della distanza dalle cose e, allo stesso tempo, desiderosa di raggiungerle.

Vorrei iniziare a parlare de La linea spezzata partendo da una definizione: in geometria, la linea spezzata è un insieme di segmenti consecutivi non adiacenti, cioè orientati diversamente l’uno dall’altro. Perché la scelta di questo titolo, che evoca anche contrasti, incongruenze, mutamenti repentini di visione?
Un primo indizio viene fornito al lettore dalla citazione di Italo Calvino che apre il libro: «Comincerò allora col dire che il mondo è composto di linee spezzate e linee oblique (…). La linea che traccio si avvolge sempre più nell’opaco…». Questo libro si situa, per me, in un territorio per nulla lineare: quello che va dalla fine del secolo scorso a questo primo quarto di secolo. È un attraversamento tra memoria privata e memoria collettiva che non può procedere con linearità geometrica. Si inceppa, si spezza, vive di contrasti, sta nell’opaco, devia, talvolta frana dentro l’incapacità di trovare il senso e la parola. La linea spezzata è il percorso stesso della memoria: fatta di ritorni, salti, omissioni, frammenti che non sempre è possibile ricomporre in un racconto unitario. Ma la linea è anche quella del sangue, della famiglia e degli affetti, che attraversa generazioni diverse e si interrompe con le assenze e i lutti, con la scelta di emigrare, la stessa che oggi fanno a migliaia da altre parti del mondo. La spezzatura non è soltanto una ferita: è il luogo da cui nasce la ricerca di significato. C’è infine un ulteriore rimando: il tema del terrorismo che apre il libro. Il richiamo più evidente è a Prima Linea, una delle principali organizzazioni della lotta armata degli anni Settanta. Anche in questo caso la linea si spezza: si interrompono biografie, relazioni, progetti collettivi, lasciando dietro di sé una frattura, tragica, che continua a interrogare il presente.
In un verso dici: “Questa parola che dico e che somiglia alla cosa che vuole dire/ ma al tempo stesso l’allontana, è un dono/ che mi hai lasciato prima di andartene”. Come si riesce – se si riesce – a trovare le parole esatte per dire quello che si vuole, per fermare un ricordo, per descrivere qualcuno, per evocarlo? Tu scrivi che la parola è un dono: quale sentimento provi verso di essa?
Credo che quando si scrive si tenti costantemente di trovare la parola esatta ma ci si ritrovi spesso ad arrivarci per approssimazione. Ogni parola è un tentativo di avvicinamento al senso che abbiamo in mente, a ciò che vogliamo raccontare, a ciò che vogliamo dire e, allo stesso tempo, è una sorta di presa d’atto della distanza che ci separa dalle cose. La poesia nasce, sovente, per me, da questa tensione: dal desiderio di nominare ciò che ci attraversa sapendo che qualcosa continuerà sempre a sfuggire. È il valore del non detto che completa il senso della scrittura. Quando scrivo che la parola è un dono, nello specifico di quel testo, penso al fatto che senza quel lascito, che è una morte, non ci sarebbe stato questo libro. Penso a ciò che riceviamo dagli altri: dai genitori, dalle persone amate, dalle letture, dalle esperienze condivise, dai lutti. Tutti noi ereditiamo una lingua prima ancora di imparare a usarla e, attraverso quella lingua, impariamo a riconoscere il mondo e a riconoscerci. Verso la parola provo gratitudine e diffidenza insieme. Gratitudine perché ci permette di custodire una presenza, un ricordo, un’assenza. Diffidenza perché ogni parola quando illumina qualcosa lascia inevitabilmente nell’ombra qualcos’altro. E, nonostante ciò, è l’unico strumento che possediamo capace di dare voce per opporci al silenzio e all’oblio. Per questo continuo ad affidarle il compito di cercare un senso, pur sapendo che quel senso non sarà mai compiuto o definitivo.
Nel libro, il ricordare è continuo: gli scontri degli anni ‘70, un padre che non c’è più, certe decisioni prese, pezzi di vita familiare. La memoria salva o consuma?
Il libro interroga costantemente la memoria. Perché senza memoria, io credo, non ci può essere poesia. E al tempo stesso, forse, non ci sarebbe nemmeno la possibilità di comprendere davvero ciò che siamo stati né di alzare lo sguardo verso ciò che siamo diventati e/o che potremmo essere. La memoria è necessaria, ma non credo salvi o consumi, credo piuttosto che generi valore e consapevolezza, che sia capace di produrre visioni di futuro. Provo a chiarire: senza memoria non siamo in grado di comprendere chi siamo e neppure di immaginare ciò che potremmo diventare. Ogni progetto individuale o collettivo nasce da una stratificazione di esperienze, errori, conquiste e perdite che ci precedono. La scrittura nasce dalla stratificazione di voci e letture – memoria – che hanno prodotto in noi il paesaggio in cui andremo a collocare la nostra voce. Naturalmente la memoria può anche ferire: ci costringe a fare i conti con ciò che è stato e con ciò che non è stato possibile. Ma proprio in questa ferita si apre uno spazio di conoscenza. La memoria è la misura della nostra capacità di essere nel tempo, di abitare il passato senza restarne prigionieri e di costruire il futuro senza rinnegarne le radici.

In particolare, come si unisce a questo discorso la sezione del libro intitolata “Dimenticami”?
La risposta è complicata e devo partire da lontano. Il libro si apre con una storia che è insieme privata e collettiva. Tra le prime due sezioni e il resto della raccolta si produce una cesura, una sorta di spezzatura narrativa e temporale che è il segno di una trasformazione storica e culturale profonda. Da un lato c’è il fallimento della lotta armata; dall’altro l’indebolimento di forme di impegno politico, sindacale e civile che avevano caratterizzato una stagione della vita collettiva, e del tentativo di cambiamento della società operato dalla sinistra in quegli anni. Gli anni Ottanta segnano una svolta che arriva fino a noi: l’affermazione del mercato come orizzonte dominante, la crescita dell’individualismo, l’iperproduzione e l’iperconnessione. Questi processi non incidono soltanto sulla sfera pubblica. Entrano nelle nostre vite quotidiane, modificano il modo di stare insieme, di amare, di costruire relazioni. Dimenticami nasce dentro questo paesaggio. È forse la sezione più intima del libro, ma anche quella più politica, perché racconta come le trasformazioni della società si depositino nei corpi, nei sentimenti e nelle separazioni, è la porta che sbatte appena entriamo in casa, è il fardello che trasciniamo che finisce per deflagrare nelle relazioni private. La seconda parte del libro Exit Music, che segna questa cesura, lavora proprio su questo passaggio: dalla dimensione pubblica a quella privata, dai ritratti marginali all’amore, fino ad Atlante dei giorni, dove il presente viene osservato nel suo farsi quotidiano.
La raccolta si chiude con un verso che è amaro ma ha in sé anche una sorta di promessa: “preparati ad ammettere e fallire perché anche il niente e il poco si possono raccogliere, alla fine”. Siamo impreparati al fallimento? In che modo si può imparare a farci i conti?
Credo che oggi siamo profondamente impreparati al fallimento. Viviamo in una cultura che celebra la performance, il successo, la crescita continua e che tende a rimuovere tutto ciò che appare fragile, incompiuto o sconfitto. Eppure, ammettere l’errore, riconoscere la propria fragilità e condividere il fallimento sono segni di grande maturità individuale e civile. Fallire non significa necessariamente essere sconfitti; può significare comprendere i propri limiti, rimettere in discussione ciò che si dava per acquisito e scoprire possibilità nuove. Anche sul piano collettivo facciamo sempre più fatica a riconoscere il fallimento di modelli economici e sociali che mostrano evidenti limiti: la crescita come unico criterio di valore, l’accumulo senza misura, la competizione permanente. Continuiamo spesso a difenderli quando invece dovremmo interrogarli criticamente, agirli criticamente. Quel verso invita ad accettare che non tutto ciò che conta è misurabile in termini di vittoria o successo. A volte ciò che resta è poco, quasi niente. Ma anche quel poco merita d’essere raccolto, custodito e trasformato in una nuova possibilità di vita. Ho l’illusione che la poesia abbia a che fare proprio con questo gesto: salvare ciò che appare minimo, marginale o perduto e riconoscergli un significato. È una porta che ho lasciato aperta per arrivare, forse, tra qualche anno, ad un nuovo libro.

Fabrizio Lombardo (Bologna, 1968) ha fondato nel 1994 la rivista di letteratura Versodove. Ha pubblicato le raccolte poetiche Di quello che resta (Fara, 1998), Carte del cielo (VersodoveTesti, 1999), Confini provvisori(Joker, 2008) e Coordinate per la crudeltà (Kurumuny, 2018), finalista al Premio Pagliarani e al Premio Tirinnanzi. È presente in antologie come Il grande blu, il grande nero (Transeuropa), Sesto Quaderno di Poesia Italiana (Marcos y Marcos), Ákusma (Metauro), Parole di passo (Aragno) e Parola Plurale (Sossella). Suoi versi sono apparsi su «Il Verri», «Poesia», «Tratti», «Atelier», «La clessidra» e «L’Ulisse». Ha curato con Niva Lorenzini il volume Yellow di Antonio Porta (Mondadori). I suoi testi sono tradotti in francese, inglese, greco, slovacco, serbo-croato e spagnolo. Lavora come direttore operativo per una catena di librerie.

In copertina: Fabrizio Lombardo (foto di Luca Villa)

