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Nella “Taverna” del canarino cerato di nero

Bisogna provare a lasciare nell’angolo, o sotto al tappeto, un certo tipo di pudore che imporrebbe a chi scrive di farsela la domanda, di auto-ammansirsi, di guardarsi allo specchio e dire: Beh questa immagine me la tengo per me. Meno male che a volte non succede e soprattutto non succede mai a un poeta come Giammarco di Biase che quest’anno ha deciso di andare in stampa per ben due volte in meno di dodici mesi.
C’è stata la raccolta Solo le bestie (Marco Saya) di cui io stessa, su altra rivista, ho scritto della pulchritude di queste poesie, pulchritude di cui parlava David Foster Wallace, ovvero il paradosso estetico-linguistico che inciampa in sé stesso, significa bellezza, ma suona come un digrignar di denti. È l’antinomia di una poesia che si guarda allo specchio e non si riconosce, che si serve di un suono sgraziato per dire grazia, di una veste ruvida per un concetto di seta, il volo per raccontare la discesa nell’abisso di una dipendenza.
E poi, all’improvviso i ricordi, sopravvissuti al verso, che qui è quello che rimanda al titolo, e quindi eccole, ancora loro, ancora le bestie, ancora un certo tipo di dolore che non estingue la metafora decidendo di fare l’opposto, nutrirla, cariarla.

 

 

E con Taverna adesso, poemetto in dodici movimenti uscito per Fallone Editore, ci invita in un ambiente apparentemente specifico: in un luogo in cui legno, vino, catarro, ovatta, scotch, gnocchi alla zucca coabitano. Una geografia di materie povere, tenute insieme da una sintassi che le lascia cadere l’una sull’altra. Ma Taverna è anche un sistema di pensiero, un certo tipo di sensibilità che abbraccia gli ultimi, gli sporchi, i mal amati; le umanità periferiche di di Biase (un collettivo, un coro) sono i vecchi che tossiscono sulla pancia piegata da un fazzoletto, Primo «il più vecchio dei brutti» che nessuno vuole a carte perché senza uno spicciolo, Ugo che canta nel buio triste, Angela la locandiera che si infila bottiglie di scotch sui capezzoli per allattare Benito, «il più sdentato degli sdentati». L’immagine è oscena, e la sua oscenità è esatta: dà la misura di un mondo in cui la cura passa per il liquore e l’infanzia è tornata a essere bocca senza denti.

Resta poi una questione di tradizione, e vale la pena sfiorarla. Dentro Taverna si sentono voci diverse e non sempre dichiarate: la bettola come teatro basso del Novecento, una certa linea sporca e visionaria della poesia italiana recente, un amato e appena accennato Béla Tarr addirittura, e più in là, sul fondo, le farse medievali, quelle dove il riso e il corpo erano la forma stessa della conoscenza. Di Biase non cita nessuno, e proprio per questo il debito è sano: trasforma una familiarità in un luogo proprio.
Ma manca sempre qualcosa, manca sempre qualcuno, lo dice la sua lingua dell’accumulo, come se bastasse mettere abbastanza cose dentro una stanza per impedire al vuoto di farsi vedere.
Non basta, le assenze sono parecchio vistose e allora il vuoto resta lì, apparecchiato insieme agli altri.
E chi scrive ci chiama a brindare insieme, a restare ancora un po’: la nausea ci verrà insieme.
E passerà, passerà anche questa.

 

Oggi, di questo suo lavoro proponiamo un estratto in esclusiva.

 

 

 

Giulia Bocchio


Da Taverna

 

II

C’erano tutti e tu eri distratta
chissà in quale contenuto? Una
latrina di stelle dove i brutti poggiavano
i piedi, ubriachi ma sempre svegli
in attesa del tuo schiaffo. Finito
in questo posto, anche io, con le mani ferme a una canzone, con le gotte
che abbracciano gli anni, non ti guardai lambiccare il fil di ferro. È
la tua storia, quando inizierai a parlare
in realtà parlerò
io per l’occhio epistolare che ci tiene lontani.

 

III

Un vecchio sordo grida il tuo nome
all’interno del suono, sbriciolando
ogni cosa che chiude le porte. Sente
rimbombare un prefisso che ora si allena,
ora si sradica dal tuo albero. Fai ritorno –
dice la calamita di cerume attirata
da candele per svelare il mistero.
A tutto segue la grande beffa della manovra,
toccandosi l’udito il povero centenario
ritorna a me, l’impostura di lana che
naviga nel suo orecchio. A guardarmi
sdentato sono i bambini dentro di
lui, ancorati al tuo sesso, estremo, rosso,
che mi taglia la lingua.

 

IV

Ma dove sta? Io non lo so Totò qualcosa
mi ha preso lo stomaco. Saranno i tuoi
denti rancidi gli uccelli che hanno visto
gli scivoli troppo tardi sulla tua
lingua parlano sempre alla luna della luna.
E si dice di questa bettola ogni volta
che c’era lei. In ogni portale lei c’era se si è visto
il mattino uscire di qui, sandali e grasso
sui paranchi alti verso le nuvole. Le nuvole
presso un indirizzo a nord, con il tuo broncio
cattivo da stitico. Ti immagino fattorino
sdentato verso di lei e lei che viaggia verso
il suo volto principesco.


Giammarco di Biase (Foggia, 1993) è giornalista e operatore culturale. Scrive di letteratura e collabora con il Corriere del Mezzogiorno e Poetarum Silva. Alcune sue poesie e testi di critica sono apparsi su riviste come Avamposto, Atelier, Inverso e L’Anello Critico con uno studio su Alessandro Ceni. Ha esordito nel 2023 con la raccolta S’aggrinza un astro (Ensemble). Nel 2025 viene pubblicata la sua seconda silloge Solo le Bestie (Marco Saya Edizioni).


In copertina: Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro

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