Rubrica a cura
di Annachiara Atzei
Ho sempre avuto paura di voi.
L’ombra del volo sulle facciate,
le piume nelle scale, il battere sordo
delle ali intorno al corpo pieno
di organi e viscere come umani.
La minaccia costante nelle strade
di essere colpiti, di essere sfiorati.
I muscoli in allerta, le pupille dilatate.
La testa inchiodata a un solo pensiero.
Com’è possibile difendersi da ciò
che ci minaccia o ci reclama dall’alto.
Carmen gallo, Procne machine
“Com’è possibile difendersi da ciò/ che ci minaccia o ci reclama dall’alto”? Forse è proprio da questo verso che ha origine Procne machine, la raccolta poetica scritta da Carmen Gallo per Einaudi e in cinquina al Premio Strega Poesia 2026, in cui l’autrice napoletana rilegge il mito raccontato da Ovidio delle sorelle Procne e Filomela, trasformate dagli dèi in uccelli per essere salvate dalla mano omicida di Tereo. Ma dove è situato il pericolo? Dove si nasconde – oggi come allora – la bestialità? Solo individuandola, provando faticosamente a metterla a fuoco, è possibile ipotizzare una risposta alla domanda iniziale, cioè immaginare una difesa, una tutela, un riparo, o, addirittura, un capovolgimento della storia. Qui, il timore collettivo e quello personale – in particolare l’ornitofobia – si intersecano per tentare di mettere alle spalle questioni ancora e, nonostante tutto, aperte. Per questo, Carmen Gallo ci consegna il suo libro: affinché continuiamo a interrogarci sulle paure, la violenza, le iniquità e le prevaricazioni che oggi riguardano tutti e che ciascuno vorrebbe superare.

“Ho sempre avuto paura di voi”: il verso che apre la raccolta è la confessione di un limite, o forse, di un trauma. È da lì che nasce Procne machine? O da quale altra suggestione?
Non saprei dire da dove nasce Procne Machine, perché è un testo che viene da lontano e ha avuto una gestazione complessa. Da tempo volevo scrivere del mito di Procne e Filomela, e a lungo ho cercato una forma capace di farlo. Poi, lavorandoci, è emersa la necessità di intrecciarla a una questione più personale e contingente, la mia ornitofobia. In continuità con i miei libri precedenti, volevo affrontare i temi della paura e della violenza (perché continuano a sembrarmi i più rilevanti oggi, quelli che giustificano la mia presa di parola), ma stavolta volevo farci i conti una volta per tutte, come per liberarmene. Per questo forse sono risalita fino alle origini del mito, e mi sono esposta anche personalmente più che in passato con versi come quelli che hai citato: “Ho sempre avuto paura di voi”.
Vuoi dirci qualcosa sul mito di Procne e della sorella Filomela di cui racconta Ovidio? Che significato attribuisci, personalmente, alla trasformazione? Come si inserisce in un mondo che mostra continuamente la sua necessità di classificare ogni cosa?
Il mito di Procne e Filomela ha attraversato tutta la cultura occidentale ma per qualche motivo non è tra i più noti, forse perché c’è qualcosa di profondamente disturbante in questa storia che continua a interrogarci. Da una parte c’è Filomela stuprata da Tereo, marito di sua sorella, che le taglia la lingua perché non racconti ciò che ha subito, e dall’altra c’è Procne, la sorella di Filomela, che per vendetta uccide il figlio avuto da Tereo. Gli dèi, per salvare le due sorelle dall’uomo che, scoperto l’omicidio, vorrebbe ucciderle, le trasformano in rondine e usignola, mentre Tereo diventa un’upupa. Oltre a questa metamorfosi animale, il mito stesso si è trasformato nei secoli, creando confusione tra le due figure femminili. In ogni caso, la loro metamorfosi in uccelli è cruciale per trasformare il dolore che hanno vissuto in un canto, sebbene il costo di questa possibilità di raccontare sia la perdita dei propri contorni di umane. In Procne Machine, nella sezione intitolata “Le metamorfosi”, ho provato a immaginare le ulteriori metamorfosi di Procne e Filomela nel mondo contemporaneo. Diventati uccelli imbalsamati, sono usate come oggetti di arredo e assistono, spostandosi di casa in casa, alle piccole o grandi violenze che ci sfigurano nella vita quotidiana, finché, con un atto di ulteriore violenza, qualcuno non cerca di trasformarle in macchine canore. Dinanzi a questa artificialità del canto, che offende la loro storia, le due sorelle decidono di ribellarsi e di andare incontro all’ultima metamorfosi. Rispetto alla tua domanda sul valore che ha per me la trasformazione, posso solo dire che la assumo come un dato di fatto. Esiste solo la trasformazione, più o meno visibile. Non c’è modo di stare nel tempo senza esserne modificati. Ogni posizione rigida contro il cambiamento, incluse quelle poetiche, ogni pretesa che ogni cosa resti nella casella assegnata non serve a impedire la trasformazione, ma solo a orientare o manipolare in modo subdolo ciò che accadrà comunque.
Il mito è, in un certo senso, l’origine della letteratura così come dell’agire umano. Rileggerlo, come fai tu in Procne machine, è un modo per trovare un senso nuovo a certe cose che accadono? E a quali, in particolare?
Ciò che ho provato a fare con il mito in questo libro è stato forse (sono tutte ipotesi a posteriori) tirarlo fuori dal suo contesto e inserirlo in una macchina che, nel raccontare di nuovo e daccapo questa storia, attraverso le fonti più varie, rendesse visibile – o meglio, impossibile da non vedere – la violenza che nel mito appare quasi naturale: sia la violenza subita da Filomela (quasi sempre romanticizzata), sia quella di Procne, che nel compiere un gesto innaturale come uccidere il figlio conferma ogni stereotipo sul femminile come irrazionale, bestiale, inaffidabile, sia quella esercitata da Tereo. Come se nella serialità della macchina, fosse possibile ragionare sui singoli dettagli in modo diverso: la violenza legittimata, la lingua tagliata, il ricamo della storia con un filo rosso su brandelli di stoffa, la discendenza negata (perché simbolo della violenza che si tramanda), la degradazione animale, il volo, il pianto trasformato in canto. Sono tutte immagini che hanno molto a che fare con le tensioni, le ingiustizie, le paure e i tentativi di resistenza che attraversano il nostro tempo: dalla violenza sistematica sulle donne alla condizione di categorie e popoli cui non è data la possibilità di esprimersi o nemmeno di esistere; dalle varie forme di oppressione che abitano la nostra società fino al ruolo che può avere la poesia in tutto questo, se vuole essere strumento di conoscenza e non d’intrattenimento. Dice Amelia Rosselli che “scrivere è chiedersi com’è fatto il mondo”. Questo libro, un po’ duro, è il modo in cui ho provato a farmi delle domande sul nostro mondo.

Questo libro è un attraversamento. Cosa tiene insieme letteratura e ornitologia, mito e traduzione, prosa poetica e musica? Cosa collega questi due estremi: Eschilo e Lou Reed?
Questo libro attraversa molte forme, come se la metamorfosi fosse anche il suo meccanismo vitale, e avesse bisogno di esplorare più possibilità per dire qualcosa. Forse il minimo comun denominatore che tiene insieme tutte queste forme è il canto (sia animale che umano, ma anche la sua assenza totale), inteso come il tentativo di dare una forma a elementi altrimenti caotici e illeggibili. In qualche modo, in questo libro (ma anche fuori da questo libro, per me), la poesia e la letteratura stanno al mondo reale come il canto e la musica stanno al rumore, al caos. Entrambi cercano una forma di espressione che ci aiuti ad attraversare “ciò che non riusciamo a raccontare”, e magari anche a conoscerlo e a trattenerlo nella memoria. Il passaggio dal mito a Lou Reed avviene attraverso Laurie Anderson, che ha condiviso un lungo periodo di musica e di vita con Reed. In un suo pezzo, Anderson riprende il mito dell’allodola raccontato da Aristofane negli Uccelli. In questo mito, l’allodola, che è stata creata prima della creazione della terra, non sa dove seppellire il padre morto e alla fine decide di seppellirselo nella testa. Anderson chiama questo momento ‘l’inizio della memoria’; per me è il momento in cui trasformiamo un dolore insopportabile nella forma di un ricordo, per uscire dal presente eterno del trauma per continuare a vivere. Reed, invece, in un pezzo intitolato Turning Time Around, che Anderson inserisce in un suo album dopo la morte del compagno, racconta del potere che ha l’amore di invertire il tempo, di rovesciarlo. Il dialogo tra Laurie Anderson e Lou Reed era un modo per aprire lampi di luce nel libro rispetto alle relazioni tra le persone e al nostro rapporto con il tempo, ma anche un modo per suggerire un possibile dialogo tra la poesia e altri linguaggi della contemporaneità come la musica.
Cos’è “che ci minaccia e ci reclama dall’alto”? Cosa dovremmo temere davvero? Le donne hanno più motivo di avere paura?
Questo verso – “Com’è possibile difendersi da ciò/ che ci minaccia o ci reclama dall’alto” – è forse la vera matrice del libro. Nel testo in cui è inserito fa riferimento agli uccelli che piombano dall’alto, ma è chiaramente un interrogativo più generale, forse allegorico, su quali sono le forze che ci sovrastano, che pretendono di esercitare un potere (dall’alto) su di noi, sia minacciando la nostra incolumità fisica o mentale, sia reclamandoci come loro proprietà, negando la nostra libertà di azione e determinazione. Il discorso riguarda senza dubbio le donne, ma anche tutte le soggettività che la società pone in una condizione di marginalità (sociale, economica, ecc.) o di impossibilità a esercitare i propri diritti, e che fanno dunque esperienza più di altre categorie di forme di sopraffazione e di violenza fisica, verbale e simbolica. Purtroppo c’è molto di cui avere paura di questi tempi. La legge del più forte e l’aggressività più ottusa sembra essere tornata la regola, tanto sugli scenari internazionali quanto sui social e nelle relazioni. Ma forse la paura più grande è che tutto ciò ci convinca che non c’è un altro modo possibile, che smettiamo di pensare e di credere all’impossibile. In questo la letteratura, la poesia e l’arte come esercizi di immaginazione di un possibile che prima non c’era sono strumenti politici oggi più che mai importanti.
Carmen Gallo è nata a Napoli. Nel 2025 ha raccolto i suoi libri di poesia in Stanze per una fuga (La Vita Felice), che include Le fuggitive (Aragno; Premio Napoli 2021). Nel 2024 ha pubblicato il fototesto Tecniche di nascondimento per adulti (Italo Svevo). Per Einaudi ha pubblicato Procne Machine (2026). Ha scritto sulla poesia metafisica di John Donne e ha curato e tradotto opere di William Shakespeare, T.S. Eliot, Caryl Churchill, Hannah Sullivan e altri. Insegna letteratura inglese alla Sapienza Università di Roma.

In copertina: Carmen Gallo

