Come ogni estate, ci siamo chiesti quali siano davvero le storie che vale la pena portarsi in vacanza (o riscoprire sul divano di casa). E quindi, ecco i consigli della redazione Poetarum: come sempre, non si tratta dei “libri dell’estate”, né di una classifica dei migliori, ma di letture capaci di lasciare una traccia, di aprire domande, di accompagnarci anche dopo l’ultima pagina. Ne è nata una biblioteca provvisoria e imprevedibile, dove convivono novità editoriali, classici, riscoperte, memoir, graphic novel e romanzi arrivati da ogni parte del mondo. Mettiamola così, più che una lista di consigli, è un invito a curiosare tra le nostre ossessioni di lettori, con la speranza che almeno uno di questi libri trovi posto anche nella vostra estate. O anche no.
Annachiara Atzei
Ho paura torero, di Pedro Lemebel (Gramma Feltrinelli, 2026)
Nessun amore è più credibile di quello della Fata dell’angolo e del misterioso Carlos, lo studente universitario che le fa battere il cuore, nessun amore è più malinconico. Nessun amore è così indimenticabile. Sarà forse la prosa evocativa di Pedro Lemebel – autore cileno attivista per i movimenti queer, scomparso nel 2015 – o forse la suggestione dei luoghi dove questa bella storia si svolge, tra la soffitta clandestina e piena di pizzi della Fata e le strade occupate dalla dittatura di Pinochet. O probabilmente il reciproco desiderio provato dai personaggi, le aspettative, le speranze, le parole d’amore mai pronunciate tra i due. In Ho paura torero, appena ripubblicato da Gramma Feltrinelli nella nuova traduzione di M. L. Cortaldo e G. Mainolfi, il lettore si innamora e sente insieme alla protagonista, si nasconde e lotta per il suo paese come il giovane militante del Fronte patriottico. Nella primavera dell’86, infatti, le notti a Santiago del Cile sono turbolente e piene di furia e proteste – invase di sospetto e paure, sospese nel sogno di una nuova vita per tutti. E noi stiamo dalla loro parte, dalla parte di chi ama e immagina, dalla parte delle passioni impossibili e degli animi profondi. E, allo stesso tempo, ricordiamo le urla delle madri dei desaparecidos, la lotta armata, gli spari e, purtroppo, tanta, vera, morte.
Guida per morire con le piante medicinali, di Atieh Attarzadeh (Polidoro, 2026)
Qualcosa di misterioso e conturbante ci inghiotte al centro di Guida per morire con le piante medicinali, di Atieh Attarzadeh, caso editoriale in Iran e uno dei romanzi più audaci e difficili da classificare della narrativa persiana contemporanea. Siamo a Tehran, nell’inaccessibile seminterrato dove una ragazza cieca e sua madre preparano rimedi tradizionali a base di piante. Nessuno attraversa la soglia di quella casa, tranne l’erborista Sayyed, che distribuisce i medicamenti che confezionano le due donne. In questo isolamento forzato – in cui madre e figlia convivono stringendo, con il passare degli anni, un legame soffocante e difficile da spezzare – la vicenda assume un esito inatteso, non tanto per l’irreparabile finale, quanto per il modo in cui l’autrice sceglie di raccontare il mistero, il trauma e l’ossessione vissuti dalla giovane protagonista, la cui coscienza e il cui sentire combaciano a salti – come se la realtà sfuggisse al suo controllo – contribuendo alla sua vertigine. A questo è dovuto anche lo spaesamento di chi legge, così come il suo stupore e una certa sensazione di disagio. Ma non solo. In questa storia si intrecciano dolore e morte, il gotico e la filosofia. Piante sminuzzate e corpi tagliati, ferite e sopravvivenza, cura e abbandono altro non sono che il segno di un’anima che si distacca dalla persona e ne resta indipendente. In questo modo, pur smettendo di percepire il proprio corpo e il mondo esterno, sarà possibile asserire finalmente la propria esistenza?
Il buon male, di Samanta Schweblin (Einaudi, 2026)
Quale sia lo sguardo che siamo capaci di rivolgere verso la morte è il filo conduttore dei racconti contenuti ne Il buon male, di Samanta Schweblin (tradotto da Maria Nicola), un libro che è un concentrato di incontri, di personaggi dialoganti (talvolta anche animali) e di vicende di una normale quotidianità. Ma è anche un libro che descrive, attraverso aneddoti di vite qualunque – ai quali l’autrice aggiunge l’elemento del trascendente e dell’intravisto – le forze contrastanti che ci travolgono e alle quali continuamente cerchiamo di opporci per trovare ciò che, per noi, è il vero senso di quanto accade. La nostra vera realtà. In un’epoca in cui tentiamo di addomesticare la morte, di allontanarla e di sfuggire alla sua inevitabilità, Schweblin non ha timore di dire come stanno le cose: se, in fondo, l’ignoto ci fa paura, d’altra parte una inconscia curiosità ci spinge ad avvicinarci pericolosamente ad esso. Ma c’è di più. Questo libro ci chiama a chiederci se siamo in grado di connetterci con gli altri e con il mondo, se la lettura che diamo alle cose che succedono sia intrisa di condizionamenti o aperta a una nuova visione e a una nuova comprensione. Perché, spesso, ci proteggiamo da chi ci sta intorno per non cadere nella nostra stessa paura del limite.
Elena Cirioni
L’estate è come una parentesi. Un periodo in cui alleggerire il pensiero, stare in un momento di sospensione. Per questo motivo si consigliano sempre letture “leggere”, da ombrellone. E se invece facessimo il contrario? Appesantiti dalla calura, deboli e sudati, mentre tutto intorno ci chiama per distrarci cambiamo rotta e approfittiamo di questo tempo per entrare più a fondo nelle crepe del presente. I tre libri che ho scelto per questa estate non offrono riparo, sfidano chi legge e fanno tutto tranne che distrarci.
Il primo consiglio è, I convitati di pietra di Michele Mari edito da Einaudi e fresco di Premio Strega. Un libro in cui la memoria non è mai un luogo pacificato, ma una materia viva, deformante, ostile. Mari torna nei territori che attraversano da sempre la sua scrittura, ma li usa come cornice per un cluedo alla Agatha Cristie, cattivo che spesso strappa risate cinice. I convitati del titolo sembrano appartenere a quella zona ambigua in cui i morti, i ricordi e le figure letterarie non smettono di esercitare il proprio potere sui vivi. In Mari la cultura non è mai semplice citazione o ornamento: è una forma di possessione. E anche qui tornano i libri letti, le immagini amate, i film e i fumetti.
Il secondo libro è in realtà una rilettura che mi sta accompagnando in questo anno e che terminerà proprio questa estate: Infinite Jest di David Foster Wallace, tradotto da Edoardo Nesi, nella leggendaria edizione Fandango. Rileggere un romanzo così vasto non significa semplicemente tornare dentro una storia già conosciuta. Significa misurare quanto siamo cambiati noi e quanto il mondo abbia finito per somigliare ancora di più a quello immaginato da Wallace. Al centro del romanzo ci sono corpi allenati fino allo sfinimento, menti ossessionate dalla prestazione, persone che cercano nelle sostanze, nello sport o nelle immagini una via d’uscita da sé stesse. Ma il sollievo promesso si trasforma quasi sempre in una nuova forma di prigionia. Rileggere o leggere per la prima volta Infinite Jest significa anche accettare di perdersi. È un libro che chiede tempo e concentrazione. Non procede in linea retta e non offre una ricompensa immediata. Proprio per questo, darsi con costanza alla lettura di Infinite Jest diventa un gesto ostinato e un esercizio di volontà e concentrazione.
Il terzo consiglio è Un luogo soleggiato per gente ombrosa di Mariana Enríquez tradotto da Fabio Cremonesi, edito da Marsilio. Una raccolta di racconti dove l’orrore non arriva mai da un altrove completamente separato dalla realtà. Nasce nelle case, nei quartieri, nei legami familiari, nei corpi segnati dalla malattia, dalla povertà. Enríquez utilizza il soprannaturale senza trasformarlo in una via di fuga. I fantasmi, le maledizioni, le creature e le presenze inquietanti rendono visibile ciò che la società prova a rimuovere. L’orrore diventa una lente politica. Sono tre libri molto diversi, ma uniti dalla stessa capacità di opporsi alla lettura come semplice consumo. Tre letture per un’estate che non promette di farci evadere, ma di restituirci al mondo con qualche certezza in meno.
Giorgio Castriota Skanderbegh
Tatsuki Fujimoto – Goodbye, Eri (Star Comics)
Yuta, un ragazzo appassionato di cinema, accetta di onorare la devastante richiesta della madre malata: registrare il più possibile dei suoi ultimi giorni da viva. Quando presenta questi filmati come progetto scolastico, però, le sue libertà artistiche non vengono accolte positivamente, tanto da spingere Yuta a tentare il suicidio. Viene salvato dall’incontro con Eri, una strana ragazza, anche lei appassionata di film. Una storia autoconclusiva sull’elaborazione del lutto, sulla vita e sulla sua rappresentazione, sulla sublimazione di sé stessi.
Valentina Maini – Alaska (Bollati Boringhieri)
Una delle migliori penne in circolazione esce con il suo secondo romanzo. La burrascosa relazione tra la protagonista Maia Novelli e Sergio, il pescatore sposato, rivela la fragilità della realtà, le ingerenze dei sogni, la caparbietà della voglia di sparire. Lasciate perdere l’ombrellone: leggete questo libro se volete sentire quanto fredda si può fare una coscienza quando il suo vetro protettivo si disgrega ed è esposta agli elementi.
Henry James – Il giro di vite (edizioni varie)
Il brivido tanto desiderato può essere trovato in questa novella della fine dell’Ottocento, una lenta realizzazione del male che infesta una casa e che cerca i bambini che vi abitano. La governante dovrà fare da scudo ai suoi piccoli tesori, ma a un prezzo. Capolavoro di James che tanta influenza ha avuto sulle produzioni successive, e che ancora oggi è presente come caposaldo della rappresentazione dell’orrore.
Serena Votano
Tre nomi di Florence Knapp
Il nostro nome influenza ciò che siamo? È una domanda che più volte nella mia vita mi sono posta e che, indirettamente, ho vissuto sulla mia pelle: il mio nome, che contiene in sé un aggettivo, ha spesso parlato al posto mio con chi ancora non mi conosceva. Forse è per questo che, quando mi sono imbattuta in questo romanzo, mi è stato naturale entrarci in punta di piedi, subito catturato dall’idea dello sliding doors, dalla moltitudine di vite che avremmo potuto vivere e che non possiamo nemmeno immaginare. La storia si apre con la nascita del figlio di Cora e con una decisione che a volte appare già scritta e altre no. Chiamarlo Gordon, come desidera il marito, significherebbe rispettare la tradizione familiare. Ma lei vorrebbe chiamarlo Julian, “Padre del cielo”, un nome evocativo e a suo modo libero. La figlia Maia, invece, propone Bear, un nome spontaneo, affettuoso, quasi irriverente. Cora esita. Avverte che in quella scelta si nasconde l’inesorabile peso di un destino impossibile da controllare. Del resto, il romanzo lo dichiara fin dall’inizio: «Tre nomi. Tre strade. Una sola vita».
Arkansas. Storia di mia figlia di Chiara Tagliaferri
«Quando diventerai madre capirai.» È una frase che mi ha sempre spezzata. Ma io diventerò madre? Lo voglio davvero? Non è troppo presto per pormi queste domande? E quando sarà troppo tardi? Troppe domande, poche risposte. Nel mezzo, un mondo che sembra pretendere che alcuni passi vengano compiuti per forza, come se esistesse un tempo giusto, un ordine prestabilito, un’unica strada possibile. «Arkansas» è un memoir che, come anticipa la quarta di copertina, ripercorre i quasi otto anni in cui l’autrice e il marito Nicola Lagioia, scrittore ed ex direttore del Salone del Libro di Torino, hanno cercato di diventare genitori. Un cammino fatto di speranze, fallimenti e attese, iniziato con la fecondazione assistita e approdato infine alla gestazione per altri. «Questa mia figlia che nascerà dal seme di Nicola, dagli ovuli di una donatrice e dal corpo di una gestante mi chiamerà mamma, ma io madre lo sono già», scrive l’autrice. Una frase che restituisce il cuore del libro: la maternità non come un fatto esclusivamente biologico, ma come un legame che nasce molto prima della nascita stessa. Dal febbraio 2024 quella figlia ha un nome, Lula, nata a Hot Springs, in Arkansas. Ma la loro vicenda personale si intreccia inevitabilmente con quella politica: dall’autunno dello stesso anno, infatti, in Italia la maternità surrogata è considerata “reato universale” per legge, quindi è vietata, e punibile, anche se avvenuta in un Paese dove è legale. Eppure questo libro non chiede al lettore di schierarsi. Chiede di restare dentro la complessità, dove il desiderio di diventare genitori incontra i limiti del corpo, della legge e delle convinzioni di ciascuno. È lì, lontano dagli slogan, che questa storia trova la sua voce.
Annalisa Grulli
Molto felice per te, Holly Bourne, Heloola books
Le piccole donne, amano definirsi le quattro protagoniste di questo romanzo; dicono di essere molto amiche, amiche di una vita ma la maternità sa mettere a dura prova la sincerità delle donne; Bourne affronta questa esperienza attraverso quattro punti di vista totalmente differenti. Un romanzo estremamente leggero ma pieno di verità.
Duchessa del nulla, Heatrher McGowan, Nutrimenti
Un romanzo sull’infelicità, dove l’innominata protagonista riesce a sparire dietro la sua voce assillante composta dai ricordi, e la commemorazione di un’esistenza intera per coloro che hanno il coraggio di guardare al passato. Una scrittura dosata per riflettere il nulla di ogni essere umano.
Nessuno torna indietro, Alba De Céspedes, Mondadori
Durante i venti anni del regime fascista otto giovani donne frequentano il collegio Grimaldi di Roma. Otto punti di vista differenti per narrare l’inizio dell’età adulta di Augusta, Emanuela, Anna, Milly, Vinca, Xenia, Silvia, Valentina, dove protagonista è l’identità femminile che l’autrice mette a confronto senza timore e senza giudizio.
Annachiara Mezzanini
Tante cose non le so di Elisa Levi (SUR, 2026)
Ai margini di un piccolo paese nel cuore della Spagna, un bosco inghiotte i pensieri e le persone. Difronte a esso, la giovane Lea cerca risposte, intrattenendo con la sua lingua sciolta uno sconosciuto, in attesa del proprio cane smarrito. Così, su una panchina quasi nascosta, le parole della ragazza usciranno inarrestabili dalla sua pancia in fiamme: la vita nella provincia dimenticata, le novità che scuotono e turbano, la normalità ancora più spiazzante, gli amici di sempre, l’ignoto oltre le prime file di alberi. Siamo in grado di andarcene davvero da un posto, quando lì c’è ancora qualcuno che ci vuole bene?
Qui io non conto di Anna Dietzel (BeccoGiallo, 2025)
La casa dove si nasce non viene decisa da nessuno. Un giorno, quasi per caso, vieni al mondo tra le gambe e le braccia di una sconosciuta, assimilando dal suo corpo nutrimento e tradizioni, che di generazione in generazione attraversano i corpi di tutte le figlie. Miranda questo lo sa bene: nata in un mondo di confine, crescerà nel rifiuto dell’Italia fascista, nell’esilio e nella guerra. Sua nipote, anni dopo, ritroverà le sue parole e le raccoglierà all’interno di una toccante e intima narrazione per immagini, il tassello finale di un’eredità familiare. Noi sappiamo chi siamo senza le nostre radici?
La scatola delle lacrime di Han Kang (Adelphi, 2026)
C’era una volta un villaggio di montagna e, tra le sue strade di ciottoli e le sue case rurali, viveva una bambina dal viso sempre rigato di pianto. Ogni cosa la commuoveva, anche la più piccola e insignificante presenza: tutto ciò che lei udiva o vedeva, la toccava nel profondo e, subito, una lacrima le bagnava gli occhi immensi. Un giorno, conobbe un uomo misterioso e il suo uccellino blu: era un collezionista di lacrime, giunto in cerca della lacrima versata senza nessuna ragione apparente. Ammaliata dalle sue storie, la bambina decise di seguirlo, perdendosi in un viaggio tra reale e fantastico. Cosa vuol dire una lacrima?
Giulia Bocchio
Se penso a una tote bag ideale, versione viaggio-spiaggia-vacanza-aereo-pullman-treno-telo su un prato, dentro metterei: i Racconti di Pietroburgo di Nikolaj Gogol‘(edizione Adelphi con traduzione di Tommaso Landolfi), perché il binomio letteratura russa + racconti in qualche modo ti salva sempre da qualcosa, per quella specifica magia che ha di portarti fuori dal tempo e buttarti in mezzo a stamberghe, gente disperata in maniera diversa dalla tua, ma umanamente vicina a quel senso di malinconia, inettitudine e spaesamento che l’estate trasmette in certe ore del giorno. Non mi stancano mai questi racconti, pur ricordandoli bene, mi sembrano non ripetere mai il già detto.
Insieme a Gogol’, consiglio una riflessione splendida di Marguerite Yourcenar, Se vogliamo provare ancora a salvare la terra (Einaudi); si tratta in realtà della versione scritta di una conferenza che la scrittrice tenne nel settembre del 1987, poco prima di morire, interamente dedicata alla natura e alle specie animali e vegetali che, dalla Rivoluzione Industriale in poi, noi essere umani abbiamo sfruttato e martoriato in nome di potere, denaro e iperproduzione. Ma il testo contiene anche importanti riflessioni su tutte quelle vite sacrificate in nome del cibo che mangiamo ogni giorno. Anche il loro è dolore, ahimè troppo silenzioso (e silenziato).
Infine porterei con me un romanzo sporco, sensuale, pieno di incrostazioni emotive: L’insaziabile, di A.K. Blakemore (Fazi). Si tratta della storia di Tartare, la cui bocca è una voragine che ha ingoiato di tutto (oggetti assurdi e animali e forse una bambina), è un insaziabile, è il grottesco e il disperato per eccellenza, ma questa non è davvero… fame.
Tote bag pronta. E da voi modificabile.
In copertina: Illustrazione a cura di Annachiara Mezzanini

