Il progresso ama presentarsi come una forma di conforto, salvo poi ricordarci puntualmente che ogni conquista produce un nuovo sistema di dominio e ci toglierà qualcosa.
Una distopia può essere raccontata in tanti modi, anche attraverso un podcast. Comunque vadano le cose, partorire un’idea o una rivoluzione è sempre buona cosa.
Con questo racconto, Staffetta, fra i vincitori della seconda edizione del Premio Radici Urbane, si conclude oggi la pubblicazione delle opere premiate. Ci siamo tenuti questo nuovo testo di Daniela Montella per ultimo, per un finale spiazzante che ribalta i rapporti di potere per interrogare il presente più che il futuro…
Grazie a tutte le autrici e a tutti gli autori che hanno partecipato con entusiasmo, mettendo in gioco la propria immaginazione. Grazie alle giurie delle due sezioni, che hanno affrontato l’importante compito della selezione con attenzione e rigore, al team del festival Radici Urbane, che ha creduto ancora una volta nella narrativa come spazio di incontro e confronto, ai colleghi di Radura Poetica e naturalmente ai vincitori, per averci regalato racconti capaci di sorprendere, inquietare e lasciare una traccia.
Staffetta
Di Daniela Montella
Il talk è stato registrato quella mattina in presenza di un pubblico. Riascoltarsi non le piace, ma le serve. La sua voce le arriva nelle cuffie mentre attraversa la piazza.
Un gruppo di ratti viene messo in una gabbia con il cancello
aperto. Ogni volta che cercano di uscire, ricevono una
scossa elettrica. Provano, prendono una scossa.
Provano, prendono una scossa.
Alla fine, non provano più.
Cammina con passo regolare, non troppo in fretta. Sotto i portici le telecamere ruotano lente, tutte insieme, come girasoli di metallo che seguono un sole inesistente. Da fuori non ha niente di strano: cappotto scuro, borsa a tracolla, telefono in mano. Bisogna sembrare una cosa qualunque.
Quei ratti, col tempo, hanno dei piccoli. I cuccioli vengono
messi in un’altra gabbia, anche questa con il cancello
aperto. I cuccioli non hanno mai ricevuto la scossa, ma non
provano mai a uscire.
Davanti al bar all’angolo due uomini bevono il caffè in piedi. Ridono. Senza smettere di parlare, uno dei due allunga il braccio verso il distributore, preme un bottone, e si prende un blister di pillole abortive. L’altro gli dice qualcosa che lei non sente. Quello ride di nuovo, preme il bottone, e si infila in tasca il secondo blister.
Non hanno mai vissuto quel trauma, ma si comportano
come se lo avessero fatto.
Questo ci aiuta a comprendere l’epigenetica.
I traumi e i modelli di comportamento
attraversano le generazioni, rimanendo impressi dentro di
noi.
Lei non rallenta. Li supera. Conta sei passi. Poi si ferma davanti alla vetrina di una profumeria chiusa e abbassa gli occhi come per controllarsi una scarpa. Nel vetro studia il riflesso del bar, il distributore, il drone fermo sopra la piazza, sospeso nell’aria.
Gli scienziati del Ventesimo secolo le chiamavano
maledizioni generazionali. Avevano dimostrato come i
traumi dei padri arrivassero ai figli tramite lo sperma. Per
molto tempo si è pensato che le madri lo facessero tramite
le ovaie e basta.
Non hanno mai studiato il corpo femminile. Per secoli avevano studiato il corpo maschile e chiamato il resto difetto. Freud l’aveva tradotto in invidia del pene. Dell’invidia dell’utero, invece, non aveva mai parlato. Questo pezzo ha dovuto toglierlo dal discorso.
Oggi sappiamo che le maledizioni e i traumi femminili si
trasmettono in modo diverso. Non sono proprio corporee.
Le maledizioni femminili passano attraverso il sangue. Un
fil rouge mestruale, se preferite.
Lei torna indietro con la calma di chi si è ricordata una cosa piccola, una a cui è caduto un bottone. Pensa all’immagine di sé nelle telecamere. Bisogna sembrare innocua. Non guarda il distributore finché non ci è davanti. Sul pannello luminoso scorrono le parole, nitide e luminose:
INTERRUZIONE SICURA
ACCESSO RAPIDO
Più sotto:
PER LA TUA LIBERTÀ DI UOMO
Si guarda intorno e preme il bottone. Con l’altra mano sfiora appena il bordo della tasca interna del cappotto, dove ha cucito due scomparti nuovi. I cuccioli di topo non hanno mai preso la scossa, eppure si comportano come fosse già dentro di loro. Nessuno ha vietato alle donne di avvicinarsi alle macchinette, ma loro non ci si fermano mai.
La macchina scatta. Lei preme ancora. Prende un blister dopo l’altro e li infila nella fodera del cappotto. Solo dopo alza gli occhi. Nel riflesso del vetro vede il drone inclinarsi appena nella sua direzione. Tira fuori il telefono, se lo porta all’orecchio come se una voce l’avesse chiamata proprio in quell’istante. Il drone passa oltre. Lei riprende a camminare.
Le maledizioni femminili vengono dalla mente. Hanno la
luna come satellite e attraversano le stelle. Proprio per
questo sono molto più difficili da tracciare di quelle
maschili. Per quelle basta risalire agli schizzi di sperma
lanciati, se così vogliamo dire, verso le ovaie.
Riascolta la prima risata del pubblico e sorride.
Le maledizioni generazionali femminili viaggiano lungo la
scia del sangue e della luna. Oggi abbiamo le prove
concrete. Partiamo dalla Francia, 1743, e da una donna di
nome Amandine.
La piazza si apre verso la fermata della metro in una teoria di insegne pulite, bianche e verdi, tutte rassicuranti, tutte pensate per non offendere nessuno. In una vetrina olografica scorre la pubblicità di una clinica riproduttiva maschile. Un uomo in camicia sorride con una mano appoggiata sul pancione. Dietro di lui, un paesaggio hawaiano.
INTERRUZIONE TARDIVA?
PROVALA IN UN WEEKEND AL MARE
Si sfila un auricolare, lo rimette meglio. Continua a camminare.
Pensiamo che ci siano state altre donne prima di Amandine,
ma finora siamo riuscite a risalire solo a lei. A quel che
sappiamo, il suo era il decimo parto.
Sul treno c’è posto solo in piedi. Si mette accanto alla porta, una mano alla barra, l’altra nella tasca del cappotto. Di fronte a lei, sotto il segnale azzurro dei posti riservati, siede un uomo visibilmente incinto. Ha poco più di trent’anni. Sta largo sul sedile, le gambe aperte, il telefono appoggiato sul ventre teso. Nessuno lo guarda due volte.
Prima di morire, una suora di buon cuore l’aveva accolta
nel suo istituto e si era presa carico dei figli. E mentre stava
lì, a cercare di far attaccare il neonato al seno di Amadine,
questa si svegliò.
Due ragazzine parlano a bassa voce e ridono. Un vecchio dorme con la bocca aperta. Una coppia si tiene per mano. Sopra le loro teste passa un altro annuncio, bianco su azzurro:
ABORTO LASER
PAUSA PRANZO, PROCEDURA, RIENTRO AL LAVORO
L’uomo si gratta piano sotto il ventre, quasi senza pensarci, e torna a scorrere lo schermo. Lei abbassa gli occhi. Solo allora si accorge che la sua mano è scesa al basso ventre. La ritira subito e la chiude sulla tracolla della borsa. Torna ad Amandine costretta ad allattare in punto di morte, come una mucca scarnificata. Anche questo ha dovuto toglierlo dal discorso.
La guardò dritto negli occhi e disse: Je voudrais que ce soit
le destin des hommes, Vorrei che questo fosse il destino
degli uomini. Queste furono le sue ultime parole.
A risentirle, prova una stretta secca al petto. Fuori dal vetro del treno la città scorre pulita, illuminata, composta, come se si fosse riconciliata con sé stessa. Anche la pulizia è una forma di oblio. Scende due fermate dopo.
Se sappiamo di Amandine è proprio grazie alla suora, che
scriveva ogni sera nel suo diario. Suor Germaine, questo il
suo nome, aveva scritto che era morta poco prima della
preghiera delle 18. Volendo essere approssimative,
Amandine era morta il 21 novembre del 1743 alle 17:07.
Abbiamo ipotizzato quell’orario perché, in quel momento,
la luna entrava nel transito dello Scorpione, con Venere
retrograda, Mercurio in opposizione e Saturno contro nel
segno della Vergine. È presumibile che, proprio in
quell’orario, Amandine abbia espresso il suo desiderio.
Nell’atrio della stazione, accanto ai tornelli, ce n’è un altro. Il distributore è incassato nel muro tra una colonnina del pronto soccorso urbano e una macchina del caffè. Davanti, due ragazzi in tuta scelgono il gusto di una bevanda proteica. Uno indica il distributore con un cenno del mento e dice: «Meglio prenderne una adesso, non si sa mai». Lei tira dritto fino alle scale mobili. Sale qualche gradino, si ferma, conta fino a venti. Poi torna giù.
Il secondo caso documentato è quello del graffito. È stato
solo intorno al 2031 che l’architetta Deepa Patel ha potuto
farci avere una testimonianza unica: una piccola scritta
incisa sul muro esterno di un ex ospedale. La scritta recita:
Kāśa ki iha ādamī hudē jō janama dēnā sī, ovvero: Vorrei
che fossero gli uomini a dover partorire.
La procedura è la stessa: premere. Le pillole sono gratuite. Lei resta immobile mentre lo fa, con piccoli colpi asciutti. Toglie un auricolare per sentire meglio l’arrivo dei droni, di altre persone.
Non abbiamo potuto risalire alla data precisa ma, stando ai
risultati, possiamo farcene un’idea. Proprio in quell’anno, e
per la precisione intorno al 4 Marzo, in un orario che può
andare dalle 6 alle 9 del mattino, c’è stato un rarissimo
transito della luna nel segno della Bilancia mentre Mercurio
era retrogrado nel segno dei Pesci, ma Marte si trovava
nella traiettoria fra la Terra e Giove.
Dato il risultato, questa è la data più verosimile.
La macchina eroga tre blister insieme. Uno si incastra a metà. Lei dà un colpo secco al vetro.
Una donna anziana, poco distante, gira la testa. La guarda per un secondo di troppo. Lei accenna un sorriso, alza le spalle, come a dire: queste macchine, sempre difettose. La donna anziana non sorride. Però se ne va.
Il blister scivola giù. Lei lo raccoglie, lo infila nel secondo scomparto cucito dentro il cappotto e si allontana. Ripassa mentalmente le parole sono per il mio fidanzato, non vogliamo figli. Anche se di solito la guardano male lo stesso.
Andiamo avanti fino alla testimonianza di Ada Bernini. Ada
aveva deciso di abortire nell’allora Repubblica Italiana.
Era il 2027.
Fuori dalla stazione l’aria è più fredda. Si infila in una strada laterale, poi in un sottopassaggio pedonale pieno di pubblicità. Sui pannelli vede uomini che sorridono nei corridoi delle cliniche, uomini con un cerotto sul braccio, uomini abbracciati dai compagni o le compagne all’uscita. Qualcuno ha cancellato tutti i volti di donna con un pennarello.
Vi rinfresco la memoria: l’aborto libero era un privilegio. In
alcuni paesi era punibile con la pena di morte. Ada Bernini,
già madre di due figlie, aveva deciso di abortire.
Sul marciapiede di fronte c’è una clinica privata. Le porte automatiche si aprono e si richiudono senza fare rumore. Un uomo esce con un braccialetto medico ancora al polso e una busta piegata in due. Un altro entra parlando al telefono. Sopra l’ingresso, in neon luminosi, la scritta:
CONSULENZA IMMEDIATA
NESSUNA ATTESA
APERTO H24
Lei rallenta senza fermarsi. Non entrerebbe comunque. Quello spazio non è per lei. Non perché qualcuno glielo impedisca, ma perché ufficialmente lei non ne ha bisogno. La nausea sale per un secondo. Deglutisce e tira dritto.
Ada era sola. Il marito non sapeva nulla. In famiglia le
dicevano che doveva tenerlo, così come le amiche, perfino il
medico. Nell’allora Repubblica Italiana, inoltre, gli ospedali
erano pieni di… obiettori di coscienza.
Nella registrazione si sente l’indignazione del pubblico. Lei ricorda i visi contratti, gli occhi al cielo, le mani al petto. Il passato fa questo effetto: prima orrore, poi comicità, poi superiorità morale. Si ferma ad ascoltare.
Lo so, lo so, chiedo scusa. Ma allora esistevano e
lavoravano negli ospedali. È un dato di fatto – prego,
sedetevi – un dato di fatto che non possiamo ignorare.
Potete anche solo provare a immaginare cosa questo
significasse.
Cosa questo significasse per una donna – anche quello ha dovuto togliere.
Quando Ada Bernini uscì dall’ambulatorio ed entrò
nell’ascensore dell’ospedale, vide la scritta DONNA HAI
UCCISO TUO FIGLIO.
Il telefono vibra nella borsa. Non lì. Serve un punto coperto. Si stringe la borsa al petto e continua a camminare.
In quel momento pensò, cito testualmente: che fossero gli
uomini a vedersi trattare come bestie da soma, a partorire,
ad abortire. Era il 30 Agosto 2027 e la Luna transitava nel
segno dello Scorpione, di nuovo, mentre Venere transitava
fra la terra e Urano e Saturno era nel segno dei Gemelli. Dei
Gemelli.
Aspetta di girare l’angolo, di fermarsi sotto una tettoia, di abbassare appena la testa. Sullo schermo compare un messaggio senza nome e senza saluto:
quante
Lei risponde tenendo il telefono basso, vicino al fianco, per non offrirlo alla telecamera montata sopra l’insegna di un minimarket chiuso.
15 adesso forse 18
Passano cinque secondi.
serve anche per L stesso posto
Annuisce come se potesse vederla. Fa per toccare il tasto “elimina”, esita. Scrive:
ricordati stanotte
Poi cancella il messaggio e spegne lo schermo. Per qualche secondo resta immobile, con il telefono in mano, a fissare il proprio riflesso nello schermo. Si ascolta.
È stata questa staffetta di lacrime, sangue e rabbia che,
secondo la nostra teoria, ha compiuto il miracolo definitivo.
La volontà di Amandine si è unita a quelle di tantissime
donne senza nome, come la misteriosa donna indiana del
1916, fino a Bernini nel 2027, e le congiunzioni astrali
hanno fatto in modo che accadesse.
Mette il telefono in tasca e riparte.
Le gravidanze già in corso da parte delle donne
continuarono, ma non ce ne furono di nuove. Fu un periodo
breve ma intenso. Perché poi cominciarono i primi ricoveri
e si scoprì che le gravidanze c’erano ancora, ma negli
uomini.
Lei era piccola. Ricorda sua madre in sala d’attesa per ore, in attesa di un raschiamento dopo un aborto spontaneo. Entravano sempre prima gli uomini, terrorizzati e bestemmianti. Lei le stringeva la gonna, aspettando con pazienza il loro turno.
Ci furono quarantene e ricoveri, furono dichiarate diverse
emergenze nazionali. Solo dopo sono arrivate le nuove
leggi, i protocolli, le pillole, e la nuova serenità. A quanto
pare, le gravidanze maschili non coinvolgono lo sperma nel
modo classico, e non trascinano i traumi dei padri nei corpi
dei figli. Credo che questo abbia aiutato molto le
generazioni successive a salvare il pianeta dalla crisi
climatica e poi quella economica.
La zona intorno alla stazione finisce all’improvviso. Cominciano strade più strette, con i distributori allineati fuori dai locali notturni e dalle farmacie automatiche. Quello che le interessa è in fondo a un vicolo, vicino a un chiosco del caffè. Un uomo in camicia si infila una pillola in bocca, appallottola il foglietto illustrativo e lo butta a terra. Lei aspetta nell’ombra del muro finché lui non se ne va. Poi si avvicina.
Conosce bene quella macchinetta. Funziona una volta sì e tre no, ma quando funziona subito è meglio. Il display resta buio. Lei sente il cuore accelerare. Prova di nuovo. Niente.
Lei riprova.
Il display si accende.
RICHIESTA DI VERIFICA
Il vicolo si stringe. Sopra di lei il ronzio di un drone cambia tonalità, si abbassa, si avvicina. Fa un passo indietro. Poi un altro. Si china a raccogliere qualcosa che non c’è, come se avesse perso un orecchino. Cominciano a chiedere le tessere sanitarie, le identificazioni? Deve chiedere a L. Si raddrizza e si allontana guardando il telefono. Il drone le passa sopra e prosegue.
Oggi, nel 2047, possiamo affrontare il futuro con rinnovato
ottimismo. Domani l’aborto verrà ufficialmente dichiarato
come un Diritto Universale dell’Uomo.
Il talk finisce tra gli applausi. Nella registrazione non si sente, ma dopo l’hanno riempita di complimenti. Si ferma davanti all’ultimo distributore della notte, quello sotto la pensilina del tram.
Questa volta la macchina non fa storie. I blister cadono uno dietro l’altro. Lei li raccoglie e li distribuisce in fretta: due nella fodera del cappotto, quattro nel doppiofondo della borsa, il resto nella tasca interna cucita sotto l’ascella. Forse non bastano.
Si rimette in cammino. Pensa alle altre, alle porte che si apriranno solo dopo tre colpi brevi e uno lungo. Bicchieri d’acqua, cucine silenziose, bagni chiusi a chiave. Anche questa è una staffetta. Non di sangue: della scossa rimasta in corpo.
Arriva all’albergo e saluta il portinaio con un cenno. Sospira quando le porte dell’ascensore si chiudono, ma non può rilassarsi. Le telecamere sono anche lì.
Scalcia per togliersi le scarpe appena entra in camera. Si spoglia man mano che entra in bagno. Dopo aver fatto la doccia, in accappatoio, la donna conta i blister di pillole abortive. Ne prende uno per sé. A differenza di quelle del passato, queste sono sicure al 100% e si possono prendere fino al quinto mese di gravidanza.
Lascia cadere la pillola sul palmo. I traumi testicolari sono spariti, quelli del sangue no. L’odio senza possibilità di giustizia le mangia le carni. Prende un bicchiere d’acqua e lo solleva alla luna, come un brindisi. Ingoia la sua pillola. Qualcuna di loro aspetta, prova a vedere se riesce a nascondere la pancia, ma alla fine cede per paura.
Non c’è mai stato un cambio: un’espansione, semmai. E una strana consapevolezza collettiva. Quella che ha fatto tacere tutte, dalla prima all’ultima, in tutto il mondo. L’istinto comune del proteggere il segreto. Poi sono arrivate le più moderate, le calme, quelle che si pongono domande. Teme che qualcuna possa svelare il loro segreto. Bisogna agire prima.
Finisce il bicchiere d’acqua. Fissa la luna e mormora:
«Voglio almeno cinquemila anni di supremazia femminile», mormora, «dove gli uomini subiscano tutto quello che le donne hanno dovuto subire. Dal primo all’ultimo istante. Senza mai ricevere scuse.»
Le sorelle di rabbia stanno ripetendo le sue stesse parole. Sono tante. Un coro è più forte di una singola voce. Il rovesciamento può cominciare subito, anche domani.
Sono le 23:23. Marte sta entrando in trigono con Nettuno e Plutone. Giove è retrogrado nel segno dei Pesci. Venere sta per entrare nel segno dello Scorpione. La luna crescente in Cancro sembra un gran sorriso del cielo. La donna sorride a sua volta. La pillola è indolore, ma lei spera di avvertire i crampi. Vuole che le attraversino il ventre. Vuole godersi la contrazione, lo strappo, il corpo che si svuota, la rinnovata libertà, sentire da dentro l’espulsione del suo feto morente. Sarebbe nato maschio.

Daniela Montella è una drammaturga, copywriter e vignettista. Ha pubblicato racconti su riviste come “Split”, “The Florence Review” e “Crapula Club”. Ha vinto la doppia categoria (poesia e racconto) della seconda edizione del Premio Radici Urbane Festival 2026.
In copertina: Illustrazione a cura di Annachiara Mezzanini

