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Essere Malefica – Intervista a Nicole Trevisan

A cura di Annachiara Mezzanini

 

C’è una provincia che si misura in uscite autostradali più che in chilometri, e un Veneto che è insieme mito produttivo e macerie di quel mito. È in questa geografia, fisica e psicologica insieme, che si muove Malefica (Fandango), romanzo d’esordio di Nicole Trevisan.

Aurora, la protagonista, torna nella pianura da cui era partita. Ad aspettarla: la morte di un amico d’infanzia, una famiglia con cui non riesce a comunicare, un senso di inadeguatezza che porta avanti come un’arma. La sua rabbia (decisamente generazionale) è il punto di vista da cui il romanzo osserva un territorio sospeso tra l’eredità dei capannoni e la sua crisi, tra una lingua che va continuamente ridiscussa e la sensazione, già di Vitaliano Trevisan, di essere così veneti da non sentirsi veneti.

Il romanzo arriva in un momento in cui si moltiplicano le voci che raccontano il Veneto contemporaneo — un fenomeno chiamato Veneto-wave, etichetta che Nicole Trevisan stessa guarda con sospetto, più utile al marketing che alla letteratura. Ne abbiamo parlato con lei: della rabbia femminile e di come rappresentarla senza addomesticarla, della provincia come geografia sociale prima che fisica, e della rete di autori e autrici — da Ginevra Lamberti a Francesco Sossai, passando per Giulia Scomazzon, dal fumetto di Miguel Vila ed Eliana Albertini alla musica dei Laguna Bollente — che sta ridisegnando la mappa di questi spazi.

 


Malefica non è solo un titolo. È un epiteto, un simbolo da indossare e scarnificare, una terra d’appartenenza. Proprio a questa terra si ritorna spesso, nell’arco dell’intera vicenda, lasciando alle strade, ai campi e agli scorci padani non solo il ruolo di contorno e atmosfera, ma anche di fulcro da cui tutto ha avuto origine. Il Veneto si espone attraverso le generazioni dei genitori e dei figli, in un miscuglio polveroso di ricchezza e ignoranza, rivalsa economico-culturale e senso di appartenenza, stigma e rito.  Cosa significa abitare quegli spazi?  Scrivere del luogo natale, affondandoci dentro denti e radici? 

Ho indagato i miei ricordi d’infanzia per ricostruire frammenti del luogo che hanno vissuto le persone anziane, quando il Veneto era più povero e si è costruito la fama di oggi (produttivo, instancabile), ma soprattutto quando era forte l’elemento di ritualità legato alla terra. Leggere autori veneti del Novecento, come Meneghello, Parise e Zanzotto mi ha permesso di ricostruire una visione del paesaggio che a me, necessariamente, manca. Ho quella che mi appartiene come persona nata alla fine degli anni ‘80, che ha visto la civiltà dei capannoni brillare e crollare, assestarsi su equilibri diversi per l’interferenza di correnti nuove, che arrivano dai grandi poli industriali, dal mood milanese o da quello che infliggono società straniere che entrano nel mercato del lavoro delle province. C’era, poi, l’esperienza personale di abitare un territorio di margine, distante da dove accadono le cose importanti, e le esperienze delle persone a me vicine, che hanno vissuto dinamiche diverse dalle mie per trovarsi in punti biografici molto simili. Il racconto del Veneto è iniziato dalle domande che ci facciamo da anni, dagli irrisolti. Tornare alle radici è stata una conseguenza, perché per sapere chi siamo, guardare a chi eravamo è un punto di partenza (non una risposta). Aurora segue questa traiettoria di ritorno. Per guidarla, ho dovuto ridiscutere il mio rapporto con la lingua veneta, con il paesaggio e le parole che avevo sempre usato per definirlo. La scrittura ha cambiato lo sguardo sulle cose che vedo ogni giorno.

 

Aurora, la giovane protagonista, appare come la personificazione della rabbia. Il suo ritorno a casa, nella profonda pianura, è un atto ammutolito dalle circostanze e dai caratteri di chi le orbita attorno: la morte di Andrea, l’amico d’infanzia, il rapporto assente e conflittuale con i genitori, il confronto con il fratello minore, l’incomunicabilità con i propri coetanei e affetti.
Ogni cosa sembra generare in lei un odio viscerale, una risposta acida e un impellente desiderio di sbattere la porta e lasciare il resto del mondo sulla soglia, a comunicare malamente tra la fessura della serratura.
Come si riesce a rappresentare nel modo giusto la rabbia – personale e generazionale?

Non esiste un modo giusto. Io ho scelto un modo e un estremo. Anche rischioso, perché riflettersi in Aurora è scomodo e non è immediato provare empatia con lei, che sbatte la porta, ma sa bene che dopo il colpo ripeterà le stesse azioni, gli stessi pensieri, arrivando altre due, dieci, mille volte a sbattere le porte in faccia ai suoi affetti. La rabbia è un’energia e un impulso vitale. Le sue scelte, per quanto distruttive, manifestano agentività e un tentativo di uscire dalla frustrazione che prova. Ho lavorato sulla rappresentazione della rabbia femminile (spesso strategica, poco fisica; accettabile se connessa alla vendetta, ma meno se legata ad esigenze diverse) sulla sua connotazione negativa tradizionale. In Aurora convive una rabbia personale che la porta a chiudersi e rende complesso comunicare con chiunque, compresa la compagna, per un sotteso senso di inadeguatezza: se manifestasse i suoi desideri reali, sa che verrebbe rifiutata; meglio non parlare, omettere. Farsi rifiutare per un’ostentata menzogna e non per aver esposto sé stessa. La rabbia diventa una tattica difensiva. Aurora è forte perché sente di doverlo essere, è anche la società a chiederglielo. Lei, come tanti della nostra generazione, ha avuto i mezzi per liberarsi dalle origini, evolvere e andare lontano; ha fallito perché il progetto di costruzione del futuro è complessivamente fallito. La pace prevista è irrealizzabile, il sogno economico è collassato, la tecnologia uscita dal controllo dei singoli e usata contro di noi per aumentare il profitto. Aurora l’ha sentito, si ribella e si arrabbia, consapevole di essere solo un ingranaggio della macchina, una soggettività sacrificata al capitale. Questa è la rabbia generazionale, un’antica presa di coscienza che da Metropolis a oggi ritorna quasi identica. 

 

 

Tra le parole di Aurora traspare una profonda insicurezza, un’inadeguatezza al ruolo di figlia e di donna, un senso di vuoto interiore che la insegue da quando è bambina. Lei è altro da sé stessa, dalla sua famiglia, dal gruppo di amici, dal Veneto stesso. Come si declina questa alterità nel romanzo? 

In esergo al romanzo c’è una citazione di Works di Vitaliano Trevisan, in cui si definisce “così veneto da non sentirsi veneto”. Chi è, allora, lui? Che altro è, in questa contraddizione? Anche Aurora incarna questa domanda. Lei che è personaggio, che è più giovane, che è figlia di decenni diversi, che usa svogliata i sospirati mezzi intellettuali che avrebbero dovuto allontanarla dal fango delle origini, rassegnata a una mediocrità beffarda, perché a differenza dei genitori nemmeno il duro lavoro le permetterà di sfiorare il benessere promesso. Aurora si sente inadatta – troppo brutta, troppo povera, maledetta – e fa di questa inadeguatezza un’identità. Si deforma senza arrendersi, perché arriva a fare della sua maledizione un’arma, fino a servirsi della sua intelligenza per mentire, ferire, soprattutto ferirsi. Aurora è altro perché non sa essere gli altri: in questo senso, la fine del romanzo è pacificante, anche se non ho voluto renderlo esplicito. Fino alla conclusione, manca un riconoscimento del sé che implica un riconoscimento dell’altro, una separazione e un’identificazione. Il dialogo costante di Aurora con i personaggi del romanzo, anche quando avviene con un assente (Andrea), appare solipsistico ma non è mai egocentrico: c’è sempre una tensione all’altro. “L’inferno sono gli altri”, solo se manca identificazione, percezione e apprezzamento della differenza. In questo senso, il confronto con le radici anche nell’estremo, nella rabbia, rappresenta il passaggio verso questa direzione: spostare l’attenzione dal fuori (l’altro), all’origine e infine al proprio sé tra le varie soggettività.

 

Da veneta, non ho potuto fare a meno di notare molti dettagli che hanno costruito anche la mia adolescenza e il mio crescere in una città di pianura. Sebbene io appartenga a una terra di confine, ho riconosciuto gli intercalari, i modi di dire, le ambientazioni ma, soprattutto, gli stereotipi – la villetta con giardino costruita come status, il ciclismo come sport regionale, l’alcol presente a ogni ricorrenza, le divergenze sociali presenti già tra i banchi di scuola.
Sono tutti dettagli che fanno di un insieme di persone una gente: com’è stato rintracciarli nella vita reale e restituirli al romanzo, sapendo che sarebbero stati colti anche da persone non venete? Come si descrive la provincia?

L’identificazione avviene attraverso il concetto di provincia, che sebbene in Veneto abbia una sua caratterizzazione (le biciclette, l’alcol, la villetta con superfetazioni abusive), è soprattutto un elemento di geografia sociale, oltre che fisica. La marginalità è un tratto comune a qualsiasi provincia, non solo italiana, insieme al senso della distanza – ancora, non solo misurabile nello spazio e nel tempo che viene consumato per raggiungere la città, ma anche come percezione di distacco dai luoghi dove le cose “importanti” accadono, e spesso queste cose importanti sono di assoluta banalità per chi le abita: cinema, teatri, negozi specializzati, aziende, mezzi di trasporto pubblico. Soffermarmi sui dettagli che, come scrivi, fanno di un insieme di persone la gente, era ricostruire sia la percezione di marginalità che di distanza che vivono le persone in provincia, quando questi due elementi non solo condizionano l’organizzazione quotidiana, ma in una scala più ampia le risorse economiche, le scelte di vita. Si finisce spesso ad essere estranei accostati, con accenti simili ma esperienze opposte nella misura di due uscite autostradali di distanza. Malefica è anche un racconto di geografia psicologica, perché se il margine è trasformativo, proprio per l’essenza di contaminazione che racchiude, è anche sofferto per il giudizio che lo accompagna e che altro non fa che isolare, con le stesse dinamiche che Aurora vive al liceo, quando chi si alza presto per arrivare a scuola in autobus dalla provincia incontra i figli di figli (medici, avvocati, docenti). Da adulti non è diverso. I termini legati alla provincia, ovunque ma soprattutto nel nord Italia, sono sempre stati: noia, piattezza, lentezza, assenza, vuoto, depressione. Ora si rinnovano, ma resta da capire se accadrà per dare al marketing nuove porzioni di realtà da divorare o per autentica spinta di rinnovo dello sguardo sui luoghi che viviamo. Una passione per il dettaglio e il ricordo che rinnovi il linguaggio artistico, che lo sollevi dall’ombelico e lo spinga oltre – verso la gente…

 

Il tuo romanzo si inserisce in quella corrente letteraria emergente, definita da alcuni come Veneto-wave. In cosa consiste?
Chi sono le voci che la compongono?

 

Questa domanda torna spesso; la prima volta temevo di essermi dimenticata qualcuno, ora assumo la paura come certezza e cerco di scoprire nuovi nomi. Mi piace poterne aggiungere di volta in volta, soprattutto tra quelli che poco appartengono alla letteratura, soggettività artistiche che fanno, forse da più tempo e con più consapevolezza di noi che scriviamo, esattamente questo lavoro di ri-narrazione della geografia del Veneto nell’attimo presente. Parto dal fumetto: Miguel Vila, con la sua Trilogia del nordest (ma anche Deflagrazione, il suo ultimo lavoro), e Eliana Albertini, con Malibù. Ho ascoltato e amato i Laguna Bollente grazie a Città di Pianura, che rappresenta a livello mediatico e mainstream la Veneto wave (un termine che è pura trending strategy, perché di Veneto contemporaneo si scrive, canta e disegna da anni), senza sporcarsi di mancanza di autenticità, anzi, riuscendo a raggiungere il mainstream proprio per essere impregnato nella materia viva, umana, della provincia veneta. Quindi, per il cinema, Francesco Sossai. E nomi della narrativa contemporanea a me vicini, con cui ho avuto la fortuna di confrontarmi o di leggere e sentirmi compresa, accolta in certe ruvidità di questa terra: Ginevra Lamberti, Enrico Prevedello, Sandro Frizziero, Giulia Scomazzon, Francesco Maino. 

 

 

 


Nicole Trevisan è nata nel 1989 in provincia di Padova. Laureata in ingegneria edile e architettura, lavora nel settore delle telecomunicazioni. Ha frequentato i corsi della Scuola del Libro (con Carola Susani e poi Vanni Santoni) e i Master di Itaca – Colonia Creativa. Dal 2022 pubblica regolarmente racconti, recensioni e articoli su riviste letterarie online e cartacee (Blam, Spaghetti Writers, Nazione Indiana, Turchese, malgrado le mosche, Altri Animali, Spore, Topsy Kretts e altre). Ha vinto il Premio Zeno nella sezione racconti lunghi con La ragazza nel 2023. Attualmente è editor e redattrice del collettivo Spaghetti Writers e contributor per la rivista letteraria malgrado le mosche.


In copertina: Alphonse Allais, Danza di ubriachi nella nebbia, 1897

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