Avremmo potuto riportare qui, riga dopo riga, le precise motivazioni che hanno condotto la giuria del Premio Radici Urbane Festival II edizione alla selezione di Anima per la sezione L’arte del racconto. La verità è che questa è una storia che ha bisogno – per esistere e poter essere narrata – di arrivare all‘essenza delle cose-del pensiero-dell’io.
Per poi distaccarsene. Per poi riappropriarsene.
Vi lasciamo allora in compagnia dei protagonisti di Christian Mella, occorre inspirare profondamente: la scalata comincia.
Anima
Di Christian Mella
«Su si apre tutto, tutto! È bellissimo, vedrete!» disse un ignoto signore, ma neanche il nebbione in cui eravamo immersi poté farci dubitare delle sue parole, tanto erano limpide, portatrici di buone notizie. Dopo quasi due ore di fatiche, sapevamo finalmente con certezza che ad attenderci sulla vetta del San Gallo non ci sarebbe più stata altra ancora di quella nebbia, ma il sole forte e sano delle vette.
A me non importava neanche più di tanto, della nebbia o del sole. Era quello un periodo di frequenti fughe in montagna, e avevo imparato ad amare tanto la chiarezza rivelatrice del sole quanto l’oblio cullante della nebbia. Per Claudio era diverso. Lui non andava più in montagna tanto spesso, e non godere di quel panorama era una sconfitta personale, come uno che va al mare e per il cattivo tempo non riesce a farsi neanche un bagno. Ancor prima di incontrare l’ignoto signore, avevo cercato anch’io di tirarlo su, invano.
«Come diceva quel tuo Lao-Tze? Entrare nella foresta senza muovere un filo d’erba. Entrare nell’acqua senza incresparne la superficie, giusto?»
«Ma che c’entra Lao-Tze e Lao-Tze! E poi non è neanche lui che l’ha detto… Sei sempre il solito!»
«E allora chi l’ha detto?»
«Zenrin Ku… Ko… Non mi ricordo, ma non Lao-Tze!»
Non aveva funzionato neanche il fare appello alla sua passione per le filosofie orientali. Ero certo che il Claudio di prima avrebbe abboccato a quell’esca così gentile, ma il Claudio di ora non era lo stesso uomo, e non ero più tanto certo di conoscerlo.
L’unica cosa che mi ricordava il mio vecchio amico, quello con cui parlavo di Unità e Dualità, di Dharma e di Tao, era stata la sua richiesta della sera prima. Potevo mica portargli due fette di salame?, che a casa aveva solo il pane e se fossimo voluti andar su presto avremmo dovuto evitare di passare anche dal supermercato. Certo, certo, un po’ di salame potevo darglielo. Per il resto era un Claudio che non conoscevo, e anche nel pane ci vidi un estraneo. Il Claudio di tre anni prima il pane se lo faceva da sé, col lievito madre che sua mamma teneva in vita da decenni e aveva passato anche a lui, mentre quello della sera mi aveva detto che gli erano rimaste solo due fette di pancarrè. Rividi comparire il mio amico soltanto dopo l’incontro col signore. Alle sue parole, Claudio mi sembrò tornare il poeta che conoscevo da sempre.
«Si apre tutto, hai sentito? Si apre tutto! Lo dicevo io che era strano, stare così senz’ombra per tutto questo tempo.»
«Senz’ombra?»
«Sì, senz’ombra! Non te n’eri accorto?»
Era tornato il Claudio che conoscevo. Dando un’occhiata ai miei piedi, mi accorsi che il poeta aveva ragione: tra la luce del sole filtrata dal nebbione in cui eravamo immersi e il riverbero della neve, ricevendo luce da due parti opposte i nostri corpi non gettavano ombra. Eccolo, il Claudio che conoscevo! Lo stesso Claudio mi chiese del sole, dov’era?, com’era possibile che non se ne vedesse neppure traccia nel bianco che ci sovrastava? Io gli dissi che sì, era davvero strano, ma che sapevo dov’era, il sole, perché su quella montagna ci andavo spesso ultimamente e anche senza vederlo potevo dirgli che era poco più a sinistra sopra le nostre teste, verso nord.
Oltre all’ombra che non c’era, Claudio riusciva ora a vedere anche molte altre cose che a me erano invece inaccessibili, seppure io potessi dirmi di casa, sul San Gallo.
Senza aprire bocca, Claudio mi indicò col dito delle piante ghiacciate. Non avevo ancora capito. Con il guanto, sfilò delicatamente il ghiaccio e ci fece una specie di ghiacciolo.
Lo assaggiò. «Sa di erba, provalo».
È vero, sapeva di erba. Non proprio un buon sapore, ma poteva andare.
Ora sembrava tutto come sempre, come se quei tre anni non ci fossero stati. Immersi in quella nebbia, e pian piano che salivamo e gli occhi si abituavano al biancore, riuscimmo entrambi a rivedere i confini dell’altro. Io rividi distintamente il poeta che non scrive poesie, il ragazzo all’avventura con la sua bussola ben oliata, il saggio che non aveva bisogno di tanti libri, ma solo di stare all’aria aperta o disperso in qualche parte del mondo. E lui rivide in me il ragazzo assetato e un po’ consumato dal suo bisogno di conoscenza, riscopertosi amante della natura ma anche in fuga in essa. Fino a due, trecento metri più sotto avrei detto che era come se ci fossimo scambiati i ruoli, ma ora che sia io che lui vedevamo meglio i nostri contorni, capivamo entrambi che in fondo eravamo gli stessi di tre anni prima, solo un po’ diversi, più vecchi. In fondo lui era sempre il poeta che non ha bisogno di scrivere poesie, e io l’artista così preso dal ricevere una qualche rivelazione da non vedere sotto ai propri occhi i ghiaccioli sui rami.

Adesso Claudio procedeva per primo, ogni tanto facendomi vedere che per tenere meglio i piedi sul terreno bisogna puntare le scarpe in diagonale. Io ero tentato di dirgli che lo sapevo bene, me l’aveva insegnato lui molti anni prima, e in quegli anni in cui ci eravamo persi l’avevo usata spesso, quella tecnica; ma resistevo a quella tentazione, perché era bello essere tornati così, con lui che cercava di passarmi un po’ della sua saggezza. Sembrava che quel tempo passato lontani non ci fosse nemmeno stato: la mia tesi, il mio anno romano e il Kenya, e la sua ex, la madre internata… Immersi nella nebbia e nell’indovinello di quei tre anni che andava risolvendosi, ci ritrovammo quasi senza accorgercene sotto la salita per la cima.
Io avevo indosso solo la termica e il pile. Claudio una maglietta, il pile e il giaccone. Lì sotto alle pendici della vetta ci eravamo fermati un attimo. Io avevo tirato fuori dallo zaino i bastoni, li avevo montati accuratamente, togliendomi i guanti per non far scivolare le mani sulle aste metalliche, e ci eravamo subito rimessi in cammino per gli ultimi duecento metri di salita. Già da lì si poteva scorgere il sole dietro la spessa coltre di nubi, e finalmente i nostri piedi cominciavano a gettare ombra, non eravamo più fantasmi nel riverbero della neve.
Dai primi passi verso la cima, un vento via via più forte ci investì tutti, e tutto cominciò ad aprirsi, come ci aveva detto il signore con quel sorriso così raggiante. Mancavano cento metri. Si aprì la cerniera del pesante cappotto di Claudio, e poi il suo pile, e la maglietta. Anche il mio pile si aprì, e toccò poi alla termica. Mancavano cinquanta metri. Perdemmo i nostri zaini, i nostri vestiti si sfilarono, rimanemmo nudi mentre il vento continuava a crescere. Sui miei capelli si erano formati filamenti di ghiaccio e la pelle era così fredda da scottare. Il dolore stava diventando insopportabile, ma presto non avrei avuto più bisogno del dolore. Mancavano venti metri. Senza più provare male, e con un lieve rumore di pellicola che viene sollevata da un vetro nuovo, come fosse la cosa più naturale del mondo ci si staccò la pelle dai muscoli, e poi i muscoli dalle ossa, e poi perdemmo anche le ossa e tutti gli organi che contenevano, lasciando sulla neve una scia rossastra.
Eravamo oramai sulla vetta, lì non c’era più vento, non c’era più nebbia, e non c’erano più neanche i due uomini che stavano salendo in vetta. Non c’erano più né Lao-Tze né quell’altro Zenrin, non c’erano i tre anni che avevano separato me e Claudio, non c’erano le mie follie romane, la sua ex e neanche la follia di sua madre, e non c’erano neanche più il poeta che non scrive e l’artista in balia del vento.
Ora eravamo due piccole sfere di luce e nebbia, a volte vedevo Claudio brillare di più, a volte ero io a brillare maggiormente, lo potevo vedere dal riverbero che mandavo sulla neve. Eravamo spogli di tutto, e perciò eravamo tutto. Osservavamo il paesaggio come due sfumature del mondo, osservavamo e osservando eravamo osservati.
Eravamo luce chiara, eravamo la neve limpida della cima,
la coppa di cielo azzurro disseminata di molte altre vette
e delimitata più sotto, cinquanta metri sotto di noi, da un mare di nuvole bianchissime.
Stemmo così un’ora, due ore, finché il sole non cominciò ad abbassarsi. Non potevamo parlare, ma in qualche modo capimmo entrambi. Tutto si era aperto, l’avevamo visto non solo con i nostri occhi ma con tutto noi stessi, e così potevamo scendere per il ritorno. Ma non potevamo tornare a casa come due sfere di nebbia lucente, sarebbe stato bello, ma gli altri si sarebbero spaventati o peggio ancora, non ci avrebbero neanche visti. E poi, presto o tardi saremmo tornati noccioli, e pure gli altri con noi, e allora non si sarebbero più né spaventati né sorpresi. Presto o tardi anche gli altri avrebbero capito quelle parole, entrare nella foresta senza muovere un filo d’erba, entrare nell’acqua senza incresparne la superficie. Loro le avrebbero capite, e a noi non avrebbe più importato chi le avesse dette, e non ci avrebbe neanche più importato se un giorno le avessimo dimenticate di nuovo, e di nuovo avremmo dovuto ricordarcele e capirle.
Nei duecento metri di discesa riprendemmo allora tutto quello che si era aperto, e ce lo richiudemmo addosso con cura. Ripresi gli organi e le ossa, ci appoggiai sopra i muscoli, avendo cura di chiudere bene i tendini e i legamenti, e poi stirai con calma la pelle ma appena la stirai, di nuovo sentii un gran freddo per il vento gelido, e così mi rimisi in fretta anche la termica e il pile. Alla base del pendio ritrovai ancora lì i bastoni, li svitai, li piegai e li rimisi nello zaino e, una volta che anche Claudio ebbe finito di allacciarsi il giaccone, ridiscendemmo a passo svelto per cercare di non incontrare il buio.
Christian Mella (2000) vive in provincia di Milano e lavora da Milano a Roma, passando per
Perugia, Brescia e Torino. Si è infatti laureato da poco in Global Politics and Society presso
l’Università degli Studi di Milano, e mentre cerca di farne la sua professione lavora come driver in
tutta Italia. I suoi pallini fissi sono la letteratura e la geopolitica: quando chiude un libro apre una rivista di geopolitica, in un circolo vizioso spezzato per sua fortuna dalla sua ragazza e dai suoi amici (con cui puntualmente parla di queste due cose). Nel 2024 è arrivato tra i finalisti di IncipitOffresi, e dal 2025 collabora con IlPoloPositivo e ha conosciuto il collettivo Galab.
Nel fine settimana cucina degli spaghetti alle acciughe dalla ricetta segretissima.
In copertina e lungo il testo: Illustrazione a cura di Annachiara Mezzanini

