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Il confine tra scomparire e restare – Vito Maria Bonito e Luca Vaglio

 

Una rubrica a cura
di Annachiara Atzei

 

 

“Ma davvero vivere e morire, assenza e presenza, sono totalmente distinti? E se lo scorrere del tempo – che tutto contiene, o forse no – perdesse la sua linearità, e passato, presente e ciò che ancora potrà accadere o essere si confondessero? E se quanto si conosce e si considera, per questo motivo, reale, e quanto non sappiamo e che, quindi, releghiamo all’irrealtà si mescolassero e si richiamassero a vicenda senza soluzione di continuità? Forse la perdita e il distacco possono trasformarsi in una ipotesi di vita? E come può essere scisso l’amore dal ricordo? E per ultimo: qual è il confine tra scomparire e restare?”

 

 

“Dunque Sarastro non è più in casa?”: inizia con una conclusione amara (come presagio di un’assenza) la poesia di Vito Maria Bonito che, nel suo dispiegarsi – nel suo incedere sincopato e straniante – accosta scene di un mondo in sparizione eppure ancora così tangibile, così vivo, così vicino al sentire umano. Pavoni senza respiro, cani in gabbie luminose, notti buie che emettono suoni ci consegnano un immaginario in cui il tormento dell’io poetico trabocca nelle cose, muta lo sguardo e muta ciò che esso vede. Lo distorce, quasi. Così come si distorce il verso, si spezza, si spegne senza interpunzione e tuttavia rimane impresso nella mente. Stampato. Come lui, anche Luca Vaglio riflette sulla presenza e sull’assenza come modi dell’essere e dell’esserci – come esito di una mancanza che lascia dopo di sé il pieno e il vuoto assieme. E, soprattutto, come fatto umano e non-umano allo stesso tempo: assenza del corpo e presenza dello spirito – silenzio aereo che segue al morire. Ma sono soprattutto i due ossimori finali – o quanto di più simile a essi – ad aprire uno squarcio in entrambi i testi, a cambiare il punto di vista. Se, in un caso, quella “eterna cenere” così tradizionalmente vista come simbolo di morte diventa un modo letterario per eternare la presenza, nell’altro una “simmetria invisibile” unisce i due piani: luce e ombra, materia e antimateria. Essere e non essere contemporaneamente.

 

 


visite vedute nebbie

dunque Sarastro non è più in casa?

i pavoni senza respiro
i cani risanati nelle gabbie luminose

promesse pause minacce gli addii

[…]

se ne stanno nell’ ombra a guardarmi
d’infinito lieve ardore

tu non devi dormire i loro corpi
dietro la notte i bui parlano il tuo sonno

le cose sacre non è tutto né il ramo
o sanguinare il paradiso il fiore

[…]

se il vento di tanta gentilezza misericordiosa

se potesse così lontano piegarmi

[…]

ti fa grazia la lanterna d’amore
chi ti ha udito pronunciare ogni parola
persino – qui sto non posso fare altro –

bianca eterna cenere voi felici
occhi quel che avete visto

nuvole uccelli lacrime quasi umane

 

VITO MARIA BONITO

 

                                                                                                       

*****

 

Senza una parte di vuoto
non si potrebbe vedere
il bicchiere mezzo pieno,
si vuole da una mancanza,

e tra essere
e non essere
c’è forse logos,
ma non gerarchia,

così come la materia in chiaro
è un’ambasciata dell’assenza,
sottile e cardinale, dell’antimateria
che, per una simmetria invisibile,
incrocia la metà in ombra del mondo.

 

LUCA VAGLIO 


 

Vito M. Bonito (1963), vive a Bologna. Ha pubblicato luce eterna (Galerie Bordas Venezia, 2012), Fioritura del sangue (Perrone, 2010), Sidereus Nuncius (Grafiche Fioroni, 2009), La vita inferiore (Donzelli, 2004), Campo degli orfani (Book, 2000), A distanza di neve (Book, 1997) e Firmamento (Argolibri 2025). È presente in Parola Plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli (Sossella, 2005) e in Poesiacontemporanea. Quinto quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Crocetti, 1996). In ambito critico sono usciti i volumi Le parole e le ore. Gli orologi barocchi: antologia poetica del Seicento (Sellerio,1996); L’occhio del tempo. L’orologio barocco tra letteratura, scienza ed emblematica (Clueb, 1995); Il gelo e lo sguardo. La poesia di Cosimo Ortesta e Valerio Magrelli (Clueb, 1996); Il canto della crisalide. Poesia e orfanità (Clueb, 1999); Pascoli, (Liguori, 2007). E’ tra gli autori dell’antologia Poesia del Novecento italiano (vol.II), a cura di N. Lorenzini (Carocci, 2002). Ha curato, con altri, i volumi Età dell’inumano (Carocci, 2005) e Finisterrae. Scritture dal confine (Carocci, 2007). Ha scritto inoltre saggi su Montale, Emilio Villa, Beckett, Artaud, la Socìetas Raffaello Sanzio, De Signoribus, Aristakisjan. Fa parte della redazione di «Versodove», rivista di letteratura.

Luca Vaglio vive a Milano, dove lavora come giornalista, occupandosi di letteratura per Treccani.it, Il Foglio, La Ragione, Gli Stati Generali e altre testate e riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo Il vuoto (Morellini Editore, 2019), le raccolte di poesia Cosmologie, Il mondo nel cerchio di cinque metri, Milano dalle finestre dei bar (Marco Saya Edizioni, 2022, 2018 e 2013), La memoria della felicità (Zona, 2008), il saggio-inchiesta Cercando la poesia perduta (Marco Saya Edizioni, 2016) e il racconto In riva al Lario (Lite Editions, 2013). Suoi racconti sono presenti nell’ebook, a cura di Filippo Tuena, L’ultimo sesso al tempo della peste (Neo Edizioni, 2020) e nel libro A Lisbona non è mai lunedì (Tuga Edizioni, 2022). 

 

 


In copertina: Edera verde

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