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Il gioco della scrittura – Sul Grande mantenuto di Alberto Ravasio

Di Omar Suboh

L’immagine più forte, e efficace, per descrivere che cos’è la letteratura, forse, ci viene direttamente da Rayuela – Il gioco del mondo di Cortazar, quando ci racconta delle vicende di Horacio Oliveira, immigrato argentino nella Parigi della seconda metà del Novecento, aspirante artista anche lui, come Il grande mantenuto di Alberto Ravasio, che si innamora della Maga e frequenta un Club di bohème dediti all’alcol e a discussioni infinite sullo stato dell’arte, sullo sfondo della musica jazz perennemente accesa: Siamo tutti matti che saltano sopra le caselle disegnate con gessetti colorati sul lastricato che chiamiamo esistenza: ecco, che cos’è il gioco della Campana – o del mondo –, è la scala che ci conduce, in questo caso, non più all’ascensione attraverso l’estetica, ma si capovolge dialetticamente nella sua antitesi: la scrittura diventa il discensore sociale perfetto per lo spirito dei tempi. 

Se il fallimento poteva essere superato attraverso l’emancipazione dal proprio contesto di origine, in questo caso una località non distante da Bergamo e la sua montagna di merda nascosta e dormiente, – ricettacolo di fascismi e razzismi concentrati tutti nella vita in provincia, e la paura del diverso è la misura della propria ignoranza –, dove la vecchia Nonna del protagonista muore seduta stante per infarto quando il protagonista di questo romanzo picaresco e incandescente, per stile e contenuto – e, in questo caso: lo stile e il contenuto si attraversano dando forma a una armonia che suona davvero bene –, informa la famiglia a tavola della sua volontà di laurearsi in Filosofia – per i parenti fisica –, e diventare un aspirante scrittore: ovvero un grande mantenuto, ma colto. I presupposti per un fallimento spettacolare ci sono tutti già dal principio, ma Ravasio fa molto di più: non si limita a raccontare le rocambolesche avventure di questo Martin Eden al contrario, compie una vera e propria radiografia dello stato dell’arte, del mondo editoriale italiano, dei suoi premi letterari e dei suoi protagonisti traditi, a volte truffati, come nel caso dello splendido episodio dell’editore a pagamento, tale Gelmo Letami, cacciatore di «minorati estetici», e la sua Caccamatta Edizioni: un’organizzazione a delinquere legalizzata, costruita sostanzialmente sulla incoscienza dei aspiranti autori che, pur di pubblicare, accettano tutto, compreso il fatto di pagare per vedere il proprio nome stampato – anche se quel libro non avrà mai una distribuzione né verrà valorizzato in nessun modo –: «Appurato che in Italia, dopo la carceraria scuola dell’obbligo, quasi nessuno era disposto a leggere di sua spontanea volontà, il Letami vendeva i libri a chi li aveva scritti, lo scrittore pagava per leggersi, pagava per essere la merce di sé stesso»; «la casa editrice era lui e basta», «Nell’ampio e conosciutissimo catalogo, sorta di pollaio autoscale, c’erano finiti: preti portoni, economisti giallista, disabili immaginari e immaginifici, vecchiette autobiografie morte in tempo per l’autopromozione» ecc. 

 

 

È l’incontro con il Totem prima, e l’Esordito successivamente, ad aprire ulteriore squarci illuminanti sulla condizione di chi scrive oggi, o che vorrebbe farlo, abbagliati dalle promesse allettanti delle innumerevoli scuole di scrittura che sbocciano un po’ ovunque, e dei sfavillanti premi letterari, spesso gestiti da addetti ai lavori il cui «analfabetismo estetico» è responsabile dell’«aziendalizzazione dell’editoria», per cui se applichiamo solamente il criterio del numero delle copie vendute per definire oggi chi è autorevole di essere chiamato scrittore e chi no, allora a farne le spese sono sempre quegli autori colpevoli di non assecondare le tendenze del momento, di non essere piccioni, e lo scrittore letterario finisce per perdere il suo unico patrimonio: ovvero quello simbolico, per cui oggi, scrive Ravasio: «La letteratura era una collana minore dell’editoria o, ancora peggio, la letteratura era il momentaneo e concordato sabotaggio dell’editoria».

A scorrerci davanti è, ancora una volta, l’umanità ridotta in scala, riproduzione dei tipi sociali il cui unico comune denominatore è la devianza dei tempi, dalla famiglia, incapace di emanciparsi dalla volontà del padre padrone che dirige la famiglia come un despota, alla Mastrolinda e Giovino, passando per la Gioconda e Micabella, un nucleo famigliare impietoso dove l’unica testa pensante pare essere quella del protagonista che fende, analiticamente, giudizi impietosi su tutto e tutti, in una girandola di odio indifferenziato che non risparmia nessuno. Ma il libro di Ravasio è anche romanzo di (de)formazione, il ritratto dell’artista già vecchio anche se giovane, perché recluso nella  propria prigione cognitiva, incapace di cambiare le cose di fronte al collasso mentale e ambientale del mondo, e quindi passa da un’avventura all’altra come se il suo unico obiettivo fosse quello, appunto, di farsi mantenere dalle persone che incontra. Lasciata la famiglia andrà all’università a Milano, coabiterà con una coppia di lesbiche lecchesi, si fidanzerà con Sofia, figlia di una intellettuale ben inserita nell’ambiente culturale, una grande mantenuta, una prostituta d’alto bordo dedita a pratiche sadomaso, sino all’incontro-scontro con il geniale Esordito, un aspirante scrittore come il protagonista la cui immagine rimane un mistero in quanto il tipo non ha foto sue sui social, o condivide solo quelle in cui appare bambino, ma la cui intelligenza pare eguagli quella della voce narrante


– «Chi ha letto molto non si stupisce di nulla e chi ha letto tutto,
come l’Esordito, ha perso ogni morale, ogni principio, ogni presente» –. 


Se nel precedente e ottimo esordio dell’autore, ovvero La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, il perno del discorso ruotava intorno al rapporto tra sessualità e performatività dei tempi, dunque il liberismo economico nella sua espressione diretta, e su come questo paradigma si rifletteva nei rapporti interpersonali, e nelle relazioni amorose, in cui i vincitori sono solo quelli che riescono a prevalere nel ciclo riproduttivo di tutte le cose, e la legge del più forte determina chi trionferà, anche sessualmente, ne Il grande mantenuto lo scenario si allarga, l’orizzonte degli eventi è il confine entro cui l’arte non può più andare oltre sé stessa, perché fagocitata, autocannibalizzata da un ciclo produttivo che non risparmia niente, nemmeno quei pochi sparuti momenti di bellezza rimasta. Eppure qualcosa c’è ancora, per cui vale la pena di scrivere, e di vivere potremmo azzardare, nonostante Michele Mari scrivesse che i libri e la vita si auto escludessero tra di loro. Crescere, infatti, non significa abdicare all’irrazionale, ma ritrovarlo, e il protagonista di questo romanzo pare fare proprio questo: tornare bambino, demolire le certezze acquisite dopo anni di letture – non solo con quelle da «fascismo bibliografico» della scuola dell’obbligo, ma anche con tutto quello che è venuto dopo –. 

Ecco perché torna alla mente Rayuela, siamo anche noi vagabondi del nostro tempo, sul Pont des Arts con la Maga, o con Sofia, attraversiamo mondi interi, così come Il Club del Serpente orchestra lo spartito dell’educazione estetica di secoli di civiltà intere: messa in discussione in notti alcoliche e narcotiche dal profumo di vodka e Gauloises, accompagnati dal sottofondo di blues strascicanti e costellazioni istantanee, assoli di Sonny Rollins e note a piè di pagina del più grande filosofo di tutti i tempi: Morelli («L’uomo è un animale che domanda. Il giorno in cui sapremo veramente domandare ci sarà dialogo […]. Avere il coraggio di entrare nel più bello della festa e mettere sulla testa della abbagliante padrona di casa un bel rospo verde, dono della notte, e assistere senza paura alla vendetta dei lacchè»). E poi ricominciare, come Horacio di ritorno a Buenos Aires, quando installare un ponte da una finestra all’altra non è soltanto una allegoria, e un manicomio è il trampolino per «afferrare l’unità in piena pluralità, che l’unità fosse come il vortice di un mulinello e non la sedimentazione del suo mate sfruttato e freddo».

 

 

 


Alberto Ravasio (1990) vive e non lavora tra Bergamo e Torino. A volte scrive su «Finzioni», «Alias», «L’Indice dei Libri del Mese» eccetera. Il suo esordio, La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera (2022), è stato finalista al Premio Bergamo e nel 2025 è diventato uno spettacolo teatrale.


In copertina e lungo il testo: Chaïm Soutine, La pazza, 1920, olio su tela, cm 96×60

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