, ,

La nostra villeggiatura celeste – Su Pietro Polverini

Di Annachiara Atzei

 

Pietro Polverini è un autore capace di stare eternamente sulla soglia. È l’autore della soglia. Dell’orlo. Non solo per il destino personale che lo ha strappato presto a chi gli voleva bene e ai lettori, ma per le sue parole – oggi riunite postume nel libro dal titolo La nostra villeggiatura celeste, curato da Francesco Ottonello per Interlinea – sempre in bilico tra questo mondo e l’altro, sempre malinconicamente e precisamente tese a un distacco – a una sparizione – e all’introspezione come modo di metterlo in atto. L’opera è composta di centoventiquattro componimenti inediti, ordinati dal 2021 al 2012, e suddivisi in quattro macrosezioni che individuano diverse fasi del progetto letterario dell’autore. L’intento – scrive Ottonello nella nota introduttiva – è quello di fornire un “ritorno” da quella vacanza celeste ossessivamente profetizzata dai versi del poeta.

 


Comincia proprio con la sezione
Ingrediamur la via a ritroso pensata dal curatore, quasi ad introdurci – a farci entrare, come in una stanza – nell’immaginario oscuro di Polverini: quello delle continue domande, del confine tra tempo terreno e tempo celeste. Quello del sonno. A quest’ultimo – un tu inusuale, che via via assume diverse facce e contorni – l’autore si rivolge (fin dai componimenti più datati e soprattutto in quelli degli ultimi anni di scrittura): gli parla, lo invoca e lo allontana da sé, quasi si trattasse di una materia caldissima, bruciante, difficile da maneggiare o anche solo da osservare troppo a lungo. Come guardare da vicino dentro una fiamma. Il sonno è un animale bifronte, da temere finché non si è riusciti a comprendere la sua enigmatica natura. Nel sonno si dissolve e si trapianta una storia, come se il poeta si consegnasse a lui, si mettesse nelle sue mani insieme ai volti, gli incendi privati, le mancanze. 

Sonno e sogno, nel lavoro di Polverini, sono il filo conduttore di testi che, pur appartenenti a un vasto arco di tempo (se si considera la giovane età del poeta) ragionano fin da subito intorno al senso di vuoto che lo accompagna (“la vacanza celeste”, lo spazio lasciato, l’intercapedine) e su come riempirlo, o meglio, sul suo valore e portata. Tra le numerose accezioni che a questi “oggetti poetici” possono essere attribuite, infatti, c’è quella che ha a che fare con l’idea di passaggio o, se si vuole, di dileguamento. Sempre nella prefazione alla raccolta, leggiamo, in proposito: “L’opera di Polverini consiste anzitutto in una profonda meditazione sul senso di scomparsa individuale: anche il suo esordio è un libro anzitutto sullo sbiadimento (Indice sommario di sbiadimento – Pequod, 2022 ndr) – da intendersi come progressiva “perdita del blu” – e sulla memoria come ricerca ossessiva della parola fino alla dissoluzione”.

Lo sbiadimento (o il distacco), in questi versi, è un ritorno, inteso come ritorno alla pienezza (come abbandono del vuoto, appunto) e a sé. E la riflessione sul tornare a sé, indagarsi, rivoltare il proprio io, metterlo a nudo come il corpo davanti a uno specchio, coincide – di fatto – con un andamento circolare: dal silenzio, alla parola (essenziale, precisa, spesso barocca ma allo stesso tempo colloquiale) e nuovamente al silenzio (visto, nel suo caso, anche come riverbero della sua poetica al di là della morte). Ed è, allo stesso tempo, un percorso di conoscenza della realtà di fuori, con i suoi avvenimenti, la sua materialità, la relazione con l’altro e gli altri, i sentimenti che ad essi legano. Non scrivi ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo” – afferma Milo De Angelis nel saggio intitolato “Cos’è la poesia?” (Milo De Angelis, Tutte le poesie, Mondadori), a significare che la poesia è un mezzo per muoversi lungo i sentieri di ciò che si è vissuto, fino a giungere in luoghi attesi e insperati. Sembra quello che succede qui: assistiamo a un disvelamento, al tentativo di dare il giusto nome alle cose, di ri-conoscerle, cioè conoscerle di nuovo. Saperle. Con quella attenzione necessaria alla poesia: “Percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente”, scriveva Cristina Campo. 

E proprio l’autore scrive, in una terzina: «che vivere non sia altro / che un lungo apprendistato / per imparare ad andare via?». Oppure, si potrebbe aggiungere: che scrivere – laddove vita e scrittura coincidono, come in queste pagine – non sia una maniera (o, almeno, l’occasione – sicuramente cercata da Polverini) di apprendimento così tanto desiderato o, come lui stesso dice “Avere la sapienza/ di ciò di cui ci si deve nutrire”? Questo desiderio, coltivato e custodito con tanta abnegazione eppure, forse, mai avveratosi, costituisce il centro preciso di ogni pagina. A partire da qui, ogni parola fiorisce in cerca di perfezione, come se intendesse svelare, con la sua esattezza, un mistero indicibile. Quasi a voler toccare un punto lontano, una permanenza estrema.
Che guida la lettura come ha guidato la scrittura facendola giungere fino a qui.  


Cinque poesie da La nostra villeggiatura celeste

 

Non tornare sullo stesso punto
acuminato, sonno: là c’era uno
spiazzo di cemento da nessuno
percorso, adorno di tralicci senza
corrente; sottovoce si ripercorre la
via che conduce ad una casa, anch’essa
disabitata, un tempo lasciata alle storie
di lamenti o comunioni, di lavoro
concluso e di corpi da riportare in
un santuario di riposo: questo era il
tuo letto dove restavi con una canotta
azzurra attaccato al polmone di tua
moglie che in respiri annullava il chiarore
del giorno trascorso sulla soglia del cielo.

*

 

Per questo il sonno deve tardare
teso l’agguato sul velo di papiro
l’inchiostro non tiene il passo dei
vostri incendi privati se ne compare
uno in comune che fa in terra
scorza cinerea
tempo unitario
orchestra sfalsata
ritornano poi sullo stelo del leggio
sottratti veli di spartito e nell’aria
conservi una precisione di lumino
nell’intento che abbaglia la filigrana
del giorno che manca, il grembo poi
dei nostri occhi s’apre, scoccano le
biglie pupille quando il ventaglio di ciglia
lo apriremo sul rovescio del tuo.

*

 

È sempre all’altezza di questo bagliore
che mi reclama lo sbaglio di un sonno
oscuro incontro in cui si dissolve e si
trapianta in verginità di capo sfaldata
una storia appuntata in faldoni
in cui si sgrana la vecchia tinta che ti fece
protagonista e vuoto palcoscenico.

*

 

Tolte le labbra alla sera
forse vivremmo come stelle binarie
fluttuando attorno ad un centro di massa comune.
La terra avrebbe continuato il suo lungo corteo
nonostante la nostra lunga villeggiatura celeste.

*

 

Avere quella libertà delle rose che sanno
nutrirsi delle alte maree dei soli,
nei giorni in cui scendono perpendicolari
le vertebre dell’universo.
Avere il candore brusco delle piante
delle acque di marzo che sanno correre
sulle piste delle grondaie
con la velocità di un falco.
Avere la sapienza
di ciò di cui ci si deve nutrire.


 

Pietro Polverini (1992-2023) viveva a Macerata dove, dopo aver conseguito la laurea magistrale in Filosofia con una tesi in Teorie dell’arte dal titolo Un’estetica dattilografica. Appunti su Amelia Rosselli, stava perfezionando i suoi studi con un secondo percorso in Filologia moderna. La sua attività critica era rivolta alla letteratura italiana moderna e contemporanea: recentemente si era occupato di Giovanni Prati e Clemente Rebora. Aveva all’attivo contributi confluiti in riviste accademiche e volumi universitari dedicati a Patrizia Valduga, Vivian Lamarque, Pier Vittorio Tondelli. Era redattore di “Mediumpoesia”. Alcuni suoi versi sono apparsi sul quotidiano “la Repubblica”, per La bottega della poesia, a cura di Gilda Policastro, e nell’antologia Lo spazio e l’onda. Una teoria di giovani poeti marchigiani (Seri, 2021). Nel 2022 ha pubblicato la raccolta di poesie Indice sommario di sbiadimento (peQuod).

 


In copertina: Edward Greene Malbone, Occhio di Maria Miles Heyward, 1802, acquerello su avorio

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.