Di Annachiara Mezzanini
Ma uno scrittore scrive mai senza avere in mente un lettore?
Scrive Reza nella premessa al suo ultimo romanzo. E un lettore legge mai senza avere idea di chi sia lo scrittore? Aggiungo io, leggendolo.
Da nessuna parte non è soltanto un titolo. Da nessuna parte è un luogo preciso dai contorni netti, che tutti abbiamo scoperto, arrivati a un certo punto della nostra esistenza. Ma è anche una stanza della casa, una zona d’ombra nella canicola, un posto intimo dentro il quale ci rifugiamo.
È una promessa, un’aspettativa, una volontà. Parlando semplicemente del testo, Da nessuna parte è l’ultimo libro di Yasmina Reza pubblicato in Italia da Adelphi e tradotto da Anna Morpurgo e Daniela Salomoni. Anni fa, in Francia, il titolo indicava una sola raccolta di frammenti; ora, qui, racchiude in sé l’omonimo libro e Hammerklavier, due testi descritti dall’autrice stessa come “di letteratura”, lontani per forma e per genere dalla produzione teatrale che ha segnato buona parte della sua carriera.
I due libri si integrano l’un l’altro alla perfezione, combaciando come tessere minuscole e formalmente perfette. In essi sono racchiuse memorie, confidenze, fotografie dettagliate di momenti che non possono più tornare. Ci sono i ricordi del padre e delle sue mani nude che premono sui tasti di un pianoforte, per l’ultima volta. Ci sono i denti bianchi da latte della figlia: loro sono ormai caduti da tempo, lei nello stesso tempo si è fatta donna. C’è il figlio con il suo zaino così come c’è l’angolo della strada che lo inghiotte, andando verso la scuola. Ci sono, ora, i capelli ricci e neri di un bambino di appena due anni e ci saranno domani gli stessi fini capelli ingrigiti di un vecchio che non conosceremo mai. Ci sono luoghi che ci hanno visti nascere e crescere e ritornare; ce ne sono altri che non ci conosceranno in nessun momento, a cui noi, però, attribuiremo la nostra assenza. Un attimo prima eravamo qui, l’attimo dopo non ci saremo più.

Concatenato al tema del tempo e dell’oblio, c’è quello dell’infanzia: la propria ormai appartenente al passato e quella dei figli che, passo dopo passo, si allontana senza voltarsi mai. Come in altri libri di Reza – uno fra i molti Felici i felici (2013) – la lingua dell’autrice è lama e lente. Con passaggi semplici e parole crude, quasi taglienti nella loro schiettezza, ma al contempo poetiche ed evocative, Yasmina Reza fornisce al suo lettore un immaginario immediato, nel quale perdersi e svanire. Sono i passi dei figli nel quartiere, che crescono e se ne vanno, o degli attori su un palco, che si percepiscono ma non si vedono, o del cocker nero Rocky dimenticato nell’anticamera della cucina, che si preferisce allontanare invece che curare. Sono i ricordi catturati da una macchina fotografica e rinchiusi dentro a un album, che si sfoglia turbati, malvolentieri. Passi ormai persi, non più rintracciabili.
I luoghi sono i palcoscenici di questi frammenti. Ne Il posto sicuro dell’oblio, in Da nessuna parte, Reza scrive: «i luoghi mi ispirano quando li vedo da una strada o da un treno per esempio. Vedo un bosco, un sentiero, un ruscello, o, lungo una strada statale, cartelloni pubblicitari, capannoni. Certi eventi, certi esseri sono come i paesaggi. Possiamo coglierli (e ricordarcene) solo di sfuggita, con la coda dell’occhio. Eppure esercitano un’influenza radicale su tutto ciò che viene formulato, sono la materia stessa della scrittura.»
Allo stesso modo, in Felici i felici, fa dire al suo personaggio Rémi Grobe: «non si parla abbastanza dell’influenza che hanno i luoghi sui sentimenti. Certe nostalgie tornano a galla senza preavviso.»
In un accavallarsi di scrittura privata, teatrale e narrativa, emergono sempre gli stessi sentimenti. La nostalgia, che ricordiamo essere letteralmente quel moto improvviso del petto scatenato dal dolore (álgos) per un ritorno (nóstos) che spesso non può essere consolato, nutre tale scrittura e svela ogni angolo interiore di chi la produce. Forse non è l’amore a muovere tutto, ma è questa morsa dolorosa del cuore, questa consapevolezza che questi giorni stanno sfuggendo e, assieme a loro, spariranno le persone e i paesaggi, i momenti di riso e quelli di scherno, gli aneddoti paterni e le sensazioni della madre. Spariremo anche noi, in tutto questo. Yasmina Reza lo ricorda. Lo rintraccia nella libertà assoluta avuta dai suoi genitori, entrambi senza patria, e affidata ai suoi figli. In quei paesi che hanno visto nascere babbo e mamma, come l’Ungheria, visitati e osservati, che però non hanno alcuna influenza, nessun destino. Lo annota nelle opere teatrali viste e immaginate, così come nei suoi personaggi disseminati qua e là, in mezzo ai libri. Il tempo, l’attesa, l’assenza, il ritorno.
Sul finire di questa lettura, come di una vita, si capisce l’obiettivo. Punto di partenza e di arrivo. Quando le persone e le cose ci lasceranno, quando il tempo si dilaterà, quando anche questi ricordi frazionati si perderanno nel buio – o nella luce, a seconda delle credenze e sensibilità – finiremo tutti da nessuna parte.
In copertina: Simone Peterzano (1540-1596), Natura morta dio fichi, seconda metà del XVI secolo, olio su carta, cm 19 x 29, Castello Sforzesco, Milano

