Di Giulia Bocchio
“(…) Noi generosi e ricchi di spirito, stiamo aperti al mondo come fontane, e non impediamo a nessuno di attingere dalle nostre acque. Per questo non possiamo nemmeno impedire a chicchessia di renderci torbidi”.
D. Tor
Una cosa va disambiguata: Parigi non è la città dell’amore come una certa retorica da stanco aesthetic marketing continua a farci credere, per un semplice-struggente-ingenuo e disarmante motivo: qualunque città può ambire a questo titolo: basta innamorarsi di qualcuno che ci vive.
E il gioco è fatto, il sortilegio è compiuto.
Diciamo però che in una città come Parigi tutto si amplifica, si dilata, l’amore come il disamore, spleen et idéal sono due facce deformi della stessa medaglia, marciapiede discontinuo di uno stesso boulevard, sentiero scosceso di un qualunque cimitero monumentale. Certe cose, però, sembrano possibili solo in certi angoli, in certi quartieri di certe specifiche capitali, è inutile negarlo, è una suggestione letteraria, poetica, cinematografica che ormai ci portiamo dentro. Poi ti capita di andare a vivere davvero in quella Ville Lumière dei sogni d’artista d’altri tempi e ti accorgi di essere la persona più triste e irrisolta del mondo, appesantita dalle solite ordinazioni alcoliche. A Parigi cerchi sempre qualcosa o qualcuno, è il suo tessuto sociale, è un sentimento epidermico.
Ne sa qualcosa Martino Suckert, il protagonista (ma lo è davvero in fin dei conti?) dell’ultimo romanzo di Vanni Santoni, Il detective sonnambulo (Mondadori). Gli succede tutto quello che potrebbe succedere a una persona giovane, spettinata e squattrinata quando si ritrova nella capitale francese in mezzo al disordine delle vite degli altri. Si innamora di Johanna, una ragazza bellissima, nervosa, ambigua, aura d’artista, coerentemente imprendibile e più indefinibile del suo colore di capelli, un rosso che non passa inosservato, perché è pura fiamma, un fuoco. Ma, a un certo punto, scompare. Ed è nell’inspiegabile dissolvenza della presenza corporea di lei che il romanzo si tras-forma, è qui che la scrittura stessa di Vanni Santoni modella Martino in un detective che non ha scelta (come sempre d’altronde): cercare, cercarla.
E un’impresa del genere richiede l’accettazione di un rischio specifico: trovare tutt’altro.

Nonostante sembri in totale balìa degli eventi, Martino incontra Tanya, un’idealista dagli interrogativi radicali, un’attivista leader di un piccolo gruppo anarchico chiamato Arc23, nonché l’unico essere umano in grado di convogliare delirio, razionalità ed energia verso un’unica direzione comune e già nota: trovare qualcuno. Il suo qualcuno coincide con un criptomilionario che risponde a più nomi, Manfredi Contini Della Torre, D. Tor, Mirko Bigi, DellaT, esattamente come Johanna.
Per trovare lei, occorre trovare prima di tutto lui.
E Manfredi Contini Della Torre è un personaggio più allucinato di qualunque trasfigurazione di Parigi o luogo citato nel romanzo, le sue sinapsi sono state in grado di costruire (giovanissimo) un impero dalle cifre impronunciabili grazie ai bitcoin, che lo hanno reso sfacciatamente ricco, potente, ma anche saturo di possibilità. Muove così tanto capitale astratto da essere impantanato in un immobilismo fatto di spese, richieste e investimenti decisamente creativi ma senza troppo slancio. Non che il suo progetto principale con sede a Berlino – condiviso con una Johanna in versione direttrice artistica – chiamato lo Schloss, non sia ambizioso, anzi.
Il fatto è che tutto ciò che orbita intorno a Manfredi è di difficile comprensione, specie per Martino che per circa l’85% della sua narrazione in prima persona non capisce letteralmente nulla di ciò che sta vivendo. Una condizione che potremmo definire estenuante se non fosse per il fascino eccentrico che DellaT emana intorno a sé, perché contiene tutte le contraddizioni di quest’epoca: vorrebbe cambiare il mondo, essere ricordato per qualcosa di grandioso, ma è anche viziato, isterico, dipendente dalle droghe, bambino, estremamente colto, a tratti indolente, altre volte cinico, manipolatore e poi ancora fissatissimo con i videogiochi, con One Piece, uno più abile a giocare a Magic che a farsi degli amici.
Tasto dolente quest’ultimo dal momento che Tanya, Martino e Johanna, che sono le persone a lui più vicine, si trasformano in una triade disordinata e pretenziosa nonostante lui abbia dato loro uno spazio espressivo di tutto rispetto.
Allo Schloss – questo mastodontico e lussuoso quartier generale nato per ospitare in comunione collettiva attivisti, artisti e ricercatori informatici – ognuno chiede troppo: si ha fame di spazio, di finanziamenti, di approvazione, di rivoluzione. Nessuno di loro però riesce a incarnarla davvero la rivoluzione, che non si fa mai in guanti in bianchi: impossibile pretenderla quando hai bisogno di acquistare una resina di Anish Kapoor da un milione e ottocentomila euro per ingentilire qualcuno.
Le mura di questa residenza – visionaria solo in forma teorica – hanno assorbito molte conversazioni che sono temi cari prima di tutto a chi scrive, perché Vanni Santoni fa della materia romanzo un laboratorio attentamente strutturato, all’interno del quale trovano posto i grandi temi del nostro controverso secolo: dalla crisi climatica, al capitalismo, passando per quattro luoghi del pianeta che ci fanno meritare l’estinzione della specie umana ogni minuto che passa.
In questi quattro scenari, che non sono semplici curiosità geografiche, ma vere ulcere del suolo terrestre, sintomi di un’epoca che fatica a distinguere fra produzione e devastazione, la realtà si rifrange in forme più alterate di qualsiasi incubo psichedelico; sono poli grotteschi che servono a Johanna per un non precisato progetto artistico-performativo e che somigliano in qualche modo ai paradossi che i personaggi vivono. Ed ecco comparire, appena accennati (e questo è un peccato, narrativamente parlando), il grattacielo per maiali di Ezhou di Hubei, Cina, non una distopia agricola né un’opera di biofantascienza ma un allevamento intensivo verticale, ventisei piani per 650.000 maiali, con un potenziale di macellazione annua di oltre 1,3 milioni di capi. Un hotel per suini concepito con criteri di efficienza industriale e controllo totale, una fabbrica della carne che si erge come un monumento al delirio zootecnico; Bibby Stockholm, la chiatta dell’attesa, galleggiante e immobile, ancorata al largo della costa inglese, o meglio, una prigione che si finge rifugio.
E poi ancora un altro mostro: un mastodontico progetto immobiliare fallito che oggi appare come una Disneyland disabitata, parodia del sogno borghese tramutata in incubo speculativo, Burj Al Babas ovverosia la valle dei castelli abbandonati, in Turchia, con oltre cinquecento mini-regge costruite come villette a schiera, destinate a un’élite internazionale che non è mai arrivata. Aggiungiamoci poi il cimitero del fast fashion, dove si accumulano ogni anno oltre 40.000 tonnellate di vestiti invenduti, uno spreco così sistemico da aver invaso la geologia stessa del deserto di Atacama.
Johanna non è meno idealista di Tanya, le due hanno solo interlocutori diversi: l’una l’arte, l’altra gli attivisti, ma quando si tratta di voler cambiare le cose entrambi i mondi, entrambe le contaminazioni, possono portare a delusioni simili nel tempo.

Il richiamo bolañiano del titolo del romanzo è una costola dell’indeterminatezza della coscienza collettiva, del denaro, del successo, dell’ambizione personale dei protagonisti stessi, perché mentre tutto è perennemente in subbuglio – e il loro fondale emotivo ribolle – in superficie sembra non succedere mai davvero nulla di significativo, anche se si susseguono spostamenti vorticosi, festival, artisti&anarchici da gestire, balli in maschera, figli che nascono (Tanya diventa madre dell’evocativo Corradino), fabbriche da acquisire: un certo senso di immobile sospensione abita tanto Manfredi quanto Martino, solo che il primo comincia a covare strani piani, strani pensieri, e l’altro è inconsciamente costretto a indagarli perché ancora una volta non può fare altro che cercare, esattamente come era stato per Johanna.
Immobilismo e frenesia dettano il ritmo del romanzo di Vanni Santoni, ma sono soprattutto due condizioni complementari fra loro che fanno da specchio alla nostra stessa realtà, siamo più o meno tutti incastrati in questa contrapposizione di fondo: l’algoritmo ci catapulta acriticamente negli angoli più drammatici e complessi della storia, ma siamo sempre dall’altra parte dello schermo, siamo seduti e a pancia piena mentre una bomba esplode e sempre da seduti condanniamo ingiustizie e controversie. Qualche volta scendiamo in piazza, ma poi si torna a casa. E la routine procede, le ventiquattr’ore successive non sono poi così diverse dalle precedenti.
In letteratura l’epilogo del mondo non coincide quasi mai con l’epilogo esistenziale dei personaggi, ma forse potremmo incontrare Martino da qualche parte, in qualche caffè a ricordarci che:
Some say the world will end in fire,
Some say in ice.
From what I’ve tasted of desire
I hold with those who favor fire.
But if it had to perish twice,
I think I know enough of hate
To say that for destruction ice
Is also great
And would suffice*.
In copertina: Patrice Hamel, République n24 (2002), Version n1 (2002).
Luci al neon rosse perpendicolari alle finestre e i loro riflessi.
Foto di Mathieu Menard ©.
Info utili
Vanni Santoni sarà ospite a Radici Urbane Festival sabato 21 giugno alle 18.00, in Piazza Santa Maria di Castello, Alessandria. L’evento, moderato da Giulia Bocchio, è organizzato in collaborazione con Poetarum Silva.
Prenota il tuo posto a sedere cliccando qui.
* Fire and Ice, short poem by Robert Frost


Una replica a “Se solo certi ideali avessero la longevità della plastica – Il detective sonnambulo di Vanni Santoni”
[…] Poetarum Silva, Giulia Bocchio recensisce Il detective […]
"Mi piace""Mi piace"