Di Giulia Bocchio
Io vengo dal futuro
perché ognuno è figlio delle proprie opere
E se la fine del mondo coincidesse con una fine più individuale di quanto la immaginiamo? Più sottile, più duttile, più sonnambula dell’apocalisse in sé, che ha tratti sempre universalmente distopici e catastrofici, poeticamente baudelairiana con quel suo cielo basso e greve, o ingoiata a pari merito dal ghiaccio e dal fuoco, due elementi talmente opposti nei fini da non cambiare poi molto il finale generale, per citare Frost.
L’ultimo mondo (Tlon), silloge di recente uscita di Mariachiara Rafaiani ,racconta in versi proprio questo: il decadere della fine, lo sfilacciamento dell’esistere, il collasso della notte e della luce, il tramonto del sole, lo sprofondamento delle grandi città, delle metropoli abitate da ciò che evoluzione e progresso ci hanno costruito sopra. Un prologo da dedicare alla fragilità della soglia.

Pensare la fine di un mondo, significa prima di tutto abitarlo quel mondo, per percepirne l’epilogo bisogna conoscerne i vicoli, aver sbirciato i balconi altrui, viaggiato da una parte all’altra in base alle stagioni fino a non percepirle più del tutto.
Che strumenti abbiamo per stabilire il conto alla rovescia di tutta quella totalizzante porzione di vita che chiamiamo essere-nel-mondo? Pochi, e più mentali che pratici. Perché se ci concentriamo sulla nostra finitudine dobbiamo anche ammettere che questa è tanto universale quanto soggettivamente nostra e non coincide direttamente con la fine collettiva di un mondo che esisteva già da prima, ma se è il mondo – l’unico e l’ultimo che abbiamo a disposizione – ad agonizzare? Ci trascinerà con sé in una comunione epica e tragica al tempo stesso? Le poesie cristalline che compongono questa raccolta non tentano la strada della risposta, ma quella degli scenari possibili, perché la fine (così come ogni principio) si nutre di immaginari personali e abissali – gorgoglianti – cosmogonie.
Vale tutto in questo connubio di simboli e d’assurdo in cui le ore sembrano colare addosso ai corpi in un conto alla rovescia che ci vuole spettatori ma anche parte attiva di questo probabile processo distruttivo.
È un periodo, questo, in cui il tema della fine occupa una porzione consistente di letteratura dedicata al collasso, in tutte le sue sfumature metaforiche possibili, e che non comprende per forza una catastrofe in pieno stile cinematografico ma una soglia più filosofica, più imprendibile del detrito in sé. Dall’epopea più antica di tutte, quella di Gilgameš, abbiamo imparato che ogni principio è una lunga storia universale dei limiti umani, un’impossibilità, una rincorsa il cui fine stesso è la fine ma ciò che ci conduce ad essa ha comunque un valore profondissimo proprio per il suo carattere finito, una consapevolezza sapienziale che è lucida e malinconica al tempo stesso, una pulsione verso la conoscenza e l’accettazione che l’eternità è solo una porzione di fragilissima memoria. L’ultimo mondo è una raccolta che abbraccia questo perimetro scivoloso, questa memoria dell’epilogo, sono poesie che fanno da specchio ai titoli di coda del pianeta, senza giudizi, senza resistenze, semplicemente assorbendo ciò che sposta gli equilibri, ovvero l’alternarsi della furia e della quiete, del burrone e della salita.
Ha un libro gemello – o forse non proprio gemello, ma sicuramente affine – Il signore delle acque, di Giuseppe Zucco. Ancora acqua, ancora una volta la fine, ancora quella sensazione di sospensione che toglierà il respiro a tutte e tutti, ma con grande equità. E allora questa angosciante attesa genera una forma di maturazione interiore che ci rende fratelli e sorelle, anche se il mondo l’abbiamo inquinato, distrutto, calpestato, sfruttato. Tutti colpevoli, tutti mortali, esattamente come gli astri.
L’ultimo mondo è un mondo
che non esiste perché è già passato,
è un mondo che non ha uno spazio
perché lo abbiamo già vissuto.
L’ultimo mondo non arriverà mai,
anche se pregheremo per lui
e lo pregheremo di sorreggerci.
Quando lo supplicheremo
di esistere, di essere qui,
lui non ci sarà, non verrà mai.
L’ultimo mondo è un desiderio
che spezza le case.
Questo è l’ultimo mondo per me
il ricordo di te,
sul mio ventre, su tutta la mia pelle,
su di me.
La raccolta di Mariachiara Rafaiani, che è piena di immagini altamente evocative, si chiude con una sezione significativamente intitolata Polittico, una scelta coerente perché la sua scrittura è in fondo un’architettura dello sguardo poetico, pannelli che fra loro danno vita a una rivelazione in soggettiva che può essere raccontata solo così: frammentandola, come quando le cose si spezzano per poi ricomporsi, dando vita a una liturgia visiva che non tenta di tratteggiare le sorti di un futuro indefinibile, ma che si fa testimonianza.
Il linguaggio è così lo strumento più necessario, il più sensibile, il più duttile, l’unico in grado di restituire la complessità dell’esistere contemporaneo, il senso della fine e della metamorfosi, la visione di un mondo che non si spiega, ma si evoca, si intuisce, si attraversa. I testi si muovono lungo un asse che va dalla disgregazione alla ricostruzione simbolica, in un processo che non approda mai a una verità definitiva, ma lascia spazio all’interpretazione, all’assenza, all’illusione, all’eco emotiva. Ecco perché il seme collettivo dell’apocalisse è un frutto personale, una maturazione che accetta il compromesso del mistero e lo trasforma in paesaggio, in visione, nella possibilità che l’ultimo mondo non sia mai davvero l’ultimo.
La fine del mondo è l’attimo prima di addormentarsi.
(Ma è solo quello che spero io).
Mariachiara Rafaiani (Recanati, 1994) svolge attività di ricerca in letteratura latina, collabora con diverse riviste e si occupa di comunicazione culturale. Sue poesie sono apparse su riviste italiane e internazionali. La sua prima raccolta Dodici ore (Edizioni La Gru) è uscita nel 2018.
In copertina: The Burning of the Toll-Houses on Prince Street Bridge with St Mary Redcliffe, Bristol, 1831, James Baker Pyne

