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Illusioni ritrovate: “Chiromantica medica”, l’esordio di Alessio Mosca (una rubrica a cura di O. Suboh)

In un panorama editoriale saturo di pubblicazioni, che per eccesso di titoli in uscita rischiano di soffocare la qualità a discapito della quantità, esistono ancora isole felici. 
Scritture radicali, che non hanno paura di guardare in faccia l’abisso, e che si consegnano volentieri agli artigli dei propri demoni: perché la scrittura non è mai terapeutica, come scrive Michele Mari: alcuni scrittori «hanno nell’ossessione non solo il tema principale ma l’ispirazione stessa» e scrivendo «finiscono di consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano».
Questo è lo spirito che anima la nascita di questa rubrica, dal titolo che rimanda al celebre romanzo di Balzac Illusioni perdute: le vicende di Lucien, aspirante scrittore nella Parigi della prima metà dell’Ottocento, sono lo specchio di una società in cui le aspirazioni di ognuno fanno a pugni con i giochi di potere, gli inganni e le sopraffazioni per svettare sopra gli altri.
La ricerca di nuove voci capaci di sorprendere, di raccontare le metamorfosi del tempo in cui viviamo abbagliati da uno schermo luminoso qualunque, perennemente acceso come un faro sulla notte del mondo: gli esordienti e la scrittura, questo è l’ordine del discorso.
– Omar Suboh

 

La classe, Amirah Suboh

Esiste una dimensione ancora più sotterranea, se possibile, nascosta sotto le rovine di città andate distrutte: «un’arcana corrispondenza fra uomo e città e la memoria stessa dell’umanità fosse custodita nelle fondamenta e nei luoghi così come sulla sua pelle». Ogni racconto contenuto nell’opera di Alessio Mosca, Chiromantica medica (nottetempo, 2022) – menzione al Premio Calvino della XXXIV edizione –, è come una spirale che rappresenta una figura dell’eternità. La blasfema rappresentazione di un rituale della stessa sostanza degli scenari omicidi che costellano la prima celebre stagione di True Detective – animata dalle visioni gotiche e kafkiane di scrittori come Thomas Ligotti e Nic Pizzolatto, con incursioni nel cinema di David Lynch e nella filosofia di Friedrich Nietzsche –, dove ogni cosa si trasforma nella infinita lotta tra uomo e animale, e il tempo è una condanna destinata a ripetersi sui singoli enti esistenti in un perpetuo ciclo di sofferenze indicibili.
L’immagine del cerchio piatto, che rimanda alla differenza ontologica tra una trama «manifesta» in cui si dispiega la realtà e una «nascosta», è la profezia che si autoavvera di Zarathustra, l’intuizione dell’esistenza di dimensioni plurime che trascendono lo spazio e il tempo per aprirsi a quella più vera di tutte – l’unica e autentica –: quella dell’eternità.
Le suggestioni disseminate dall’autore nel corso dell’opera rimandano tutte al celato, al non detto, come se fossero tante reti del diavolo appese sull’albero della narrazione che procede per spirali tridimensionali. Ogni racconto è un feticcio letterario, leggibile da più angolazioni sovrapposte – così come sovrapponibili sono i tanti punti di vista di questo libro pulsante come un organismo vivo, il cui svolgimento è come un romanzo potenziale che richiede di essere sviluppato, attraverso una partecipazione attiva del lettore: chiamato in causa nella creazione, o disintegrazione, dell’immaginario dell’autore stesso. 


Partendo dal primo racconto, Io odio l’Ikea, la percezione è quella di avere a che fare con un testo capace di fare i conti con una sorta di cortocircuito generazionale, quella dei figli della medio alta borghesia italiana che, a conti fatti, sembra non credere e non sapere più niente: «Avevo come l’impressione che la mia generazione così istruita non sapesse un cazzo di niente, solo immagini, zero contenuti, teorie gender d’accatto, ambientalismo d’accatto, vegetarianismo d’accatto, insomma una generazione d’accatto ma rigorosamente cool». Per poi rivelarsi – perché ogni testo è una rivelazione, l’iniziazione di un aruspice verso l’eletto che discende negli inferi della letteratura – la vicenda di una pericolosa cellula terrorista di matrice fascio–nazi–islamica fondamentalista, che trama nell’ombra per rovesciare l’ordine costituito – ulteriore stimolo per una riflessione sul tema dell’impotenza sessuale maschile, sul machismo militante volto alla riabilitazione del patriarcato, funzionale al mantenimento di uno «squilibrio naturale» –, attraverso una serie di dipendenti dell’Ikea vestiti come naziskin, che riempiono le librerie in esposizione nei loro negozi di testi rari di esponenti della Destra illuminata (da Carl Schmitt, Oswald Spengler, Julius Evola e altri).
Dagli esantemi e i lucumoni provocati volontariamente da una anziana signora, gli stessi che disvelano le reti segrete che soltanto la sacerdotessa del sottomondo conosce, «che collegava tutti i luoghi dei Tirreni dove un uomo scomparso nei cunicoli della necropoli di Vero poteva essere ritrovato nell’Ipogeo di San Manno a Perugia o nelle cantine abbandonate di un vinificio di Cortona»; passando per le stalle dell’Agro Pontino dove avvengono, sempre di notte – come se certi eventi potessero manifestarsi soltanto attraverso l’influsso dei raggi della Luna –, tremendi sacrifici rituali scanditi dal canto dei pastori (Tamtam–mayumbe);  e gli itinerari della transumanza sono ricostruiti nella loro genealogia a partire dall’origine della pastorizia, dal’Età del Bronzo passando alla trasformazione emblematica del suo simbolo, incarnato nella figura mitologica del dio Pan – ma che, oggi, prende le sembianze dell’attore porno Rocco Siffredi, antico erede di Ercole e dell’iconografia del satiro folle, e quest’ultimo trasfigurato ulteriormente nell’immagine cristiana dell’Arcangelo Michele, il cui culto diffuso lungo tutta la dorsale appenninica sopravvive ancora.
E i disturbi della mente come quello bipolare sono estensioni dell’influsso subito dall’azione della Luna («Konrad per primo, esaminando i registri longitudinali di 317 pazienti con disturbo bipolare a cicli rapidi, notò che i bruschi passaggi dalla depressione alla mania apparivano presumibilmente associati ai cicli lunari»), nella metamorfosi del racconto in saggio critico di antropologia culturale e tradizioni popolari: i simboli sono sostanze che racchiudono tradizioni millenarie, e se dischiusi rivelano allucinazioni ambientali periodiche della stessa carica evocativa, e mistica, di una espansione della coscienza provocata dal consumo di LSD o psilocibina.
La religione si reincarna in un giovane coatto della Roma periferica, a Spinaceto, dove sembra non esistere più significato alcuno né orizzonte di valore sullo sfondo – un po’ come nelle celebri opere cinematografiche del duo di registi Daniele Ciprì e Franco Maresco, e la memoria va subito a capolavori contemporanei come Totò che visse due volte, il cui protagonista della prima delle tre storie messe in scena, Paletta, è un idiota del villaggio locale (siamo in una Sicilia dagli echi eliottiani di Waste land, tra paesaggi metafisici e un bianco e nero neorealista), che non potendo permettersi i servizi di una prostituta locale si trova a rubare un medaglione da un santuario sacro, ma l’oggetto appartiene a un noto mafioso del posto che si vendicherà in modo brutale crocifiggendolo come il Cristo risorto, calato in un inferno spettrale, asettico rispetto ai dipinti di Bosch o alle affollate visioni dantesche.
Il sacro e il profano si attraversano continuamente, come se ogni porta aperta verso il mito, la storia culturale di una civiltà come quella occidentale che ha edificato il proprio sapere sul sangue della terra, si affacciasse nel suo contrario a ogni cambio di prospettiva, nascondendo abissi e baratri, tra voragini senza fondo e protuberanze oscene, che non si hanno il coraggio di affrontare e per questo vengono occultate dalla nebbia fitta di convenzioni e rassicurazioni volte al consolidamento del quieto vivere: «le immagini iniziarono a formarsi dietro ai suoi occhi, voragini blu di abissi e fondali, acque più pesanti del mondo. Era il canto della nostalgia della terra». Commissari che si muovono nei boschi come i detective di Pizzolatto nelle distese paludose e spettrali della Louisiana, tra giornalisti alla disperata ricerca del noto Killer di Maccarese e strane malattie che si sviluppano nelle foglie degli alberi come la ticchiolatura. Nel freddo disperato di una caserma, i cui rapporti di polizia racchiudono nelle loro apatiche formule, la poesia della natura: il silenzio che gli affligge, mentre piangono negli anfratti di questure abbandonate, e il bene «non è nient’altro che la scelta di non compatire il male».
Dove un padre scopre che la verità del nostro tempo si trova su TikTok: spiando i movimenti di una figlia dodicenne, quando l’unico modo per sentirsi in connessione con il mondo è alludere al sesso, per ricevere dosi imponenti di attenzione centellinata da commenti, like, feedback positivi, e sentirsi gratificata – in una spirale, per l’appunto, senza fine. Quando legarsi con qualcuno è strumento per l’ascesa sociale, come quella dello stesso padre che finirà per rilevare una Galleria in cui allestirà alcune mostre riservate alla corrente dei neocaravaggeschi – di cui viene fatto menzione di uno nei più noti della scena contemporanea, Nicola Samorì. E ancora: la dipendenza da cocaina, l’attrazione per i transessuali, l’ASMR, l’ermafroditismo: mischiate tutti gli ingredienti è il risultato sarà una miscela esplosiva che fa i conti con quello che siamo diventati, con ciò in cui siamo immersi nel nostro quotidiano ma che, a volte, siamo incapaci di vedere perché ci rifiutiamo di accettarlo.
Il perturbante trova un nuovo registro per essere espresso, attraverso la prosa chirurgica e tagliente di uno scrittore come Alessio Mosca, che non ha paura di affacciarsi sull’abisso, di guardare oltre la voragine, e di contemplare la catastrofe in atto conferendogli plasticità ed estroflessione.
Il dolce oblio dei ricordi, il cui filo è tessuto come in una tela che racchiude la tua infanzia perduta, è l’ascensione a cui tendere (forse) per ridare senso e valore alle cose che ci succedono?   

 

Una rubrica a cura di Omar Suboh

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