Bustine di zucchero #59: Kikuo Takano

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza. Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

 

Talvolta la poesia nasce da un dolore e continua la sua esistenza con una domanda e quella domanda, pur svincolata dal dolore stesso, non dimentica il punto da cui si è originata. Si può sintetizzare così la poetica di Kikuo Takano, matematico giapponese, poeta fra due mondi, due ispirazioni, per lui due imprescindibili lezioni: l’Oriente e l’Occidente, rappresentati simbolicamente da una parte dallo zen e dal taoismo, dall’altra da Heidegger ed Eliot, quindi la meditazione tipica della tradizione dell’Estremo Oriente accompagnata dalla cultura letteraria europea. Cresciuto con l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale prima e con la tragedia della bomba atomica dopo, la scrittura di Takano, «asciutta e antisentimentale» (Renato Minore), in seguito a un iniziale momento di sconforto davanti a questi eventi tragici, non perderà mai di vista una domanda, da lui stesso più volte riproposta: l’interrogazione ripetuta e ossessionante, nel suo poetare, sul senso dell’essere. Ma, come di consueto accade nei poeti, l’interrogazione cade anche sul senso della parola, una forma di ricerca non sospetta che ha sempre contemplato nomi illustri. La poesia Aquilone è orientata su questa tendenza. Il tema della parola che si leva in alto fa subito pensare, non solo o non tanto per analogia quanto per un significato archetipico, all’aquilone di Pascoli dei Primi poemetti – sebbene nella poesia pascoliana l’aquilone sia simbolo di un’illuminazione memoriale – ma anche al Luzi di Vola alta, parola; sembra esservi, seppur non in modo referenziale, un richiamo, come Luzi ha sognato che «la cosa esclami nel buio della mente» così per Takano la parola vola «nel cielo del mio pensiero tenebroso», in quello spazio vacuo e informe in cui la parola poetica porta luce alla coscienza. Allora la parola, quale strumento e vettore tendente a prendere quota, s’impenna, si slancia verso l’infinito significare delle cose e delle immagini, e il poeta ne tiene il filo; ma poi ci si accorge che la poesia si stacca da quel filo che lo teneva legato a lui – a quel sé soggettivo, biografico, circostanziato – e la perde di vista, cambia volto, luogo, destinazione e il poeta ne prende semplicemente coscienza. Scrivere è, in tal senso, un moto della perdita, un movimento di morte e che anticipa la morte perché, sebbene il poeta lasci l’impronta sulla sua creazione, essa già si svincola non appena scritta o pronunciata, abbandona l’abito, lascia nel fondo quel sé che, pur ritornando alla memoria come l’aquilone pascoliano, è già qualcosa di diverso perché è andata lontano.

 


Bibliografia in bustina
K. Takano, Il senso del cielo. Poesie 1955-2006 (a cura di R. Minore, trad. di Y. Matsumoto), Firenze, Passigli, 2017.

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