Le regole del delitto perfetto

E io non sono un’assassina. In realtà sono una sopravvissuta. Sono sopravvissuta alle offese con la parola che inizia per “n” quando ero alle elementari. Sono sopravvissuta agli abusi sessuali di mio zio quando avevo undici anni. Sono sopravvissuta alla perdita del mio primo amore, Eve, per la paura di essere gay. Poi alla morte di mio figlio per un incidente stradale. All’omicidio di mio marito. All’alcolismo. Alla depressione. Al lutto. E a ogni morte che ha portato a questo processo. Ma oggi decidete voi: sono una persona cattiva?

Annalise Keating, episodio 6, 15.

Punto primo: la vigilia della guerra.

Annalise Keating si ama o si ama. Perché se così non fosse, nonostante la perfezione estetica della fotografia e della costruzione della struttura narrativa, continuare a seguire How to get away with murder, in Italia Le regole del delitto perfetto, non avrebbe senso. Perché la serie tv è impregnata di Annalise, ruota attorno ad Annalise come attorno a un perno, con una Viola Davis brava all’inverosimile nel rendere credibile ogni minima sfumatura della sua emotività, con la sua mimica facciale calibrata al millimetro, la sua camminata volutamente goffa e priva di grazia, le sue rabbie, le sue grettezze, le inquadrature priva di trucco e tumefatta dal pianto, i suoi momenti di squallore emotivo. Annalise Keating si ama per, e non nonostante, il suo alcolismo distruttivo, le sue debolezze, l’intelligenza straordinaria spesso al servizio dell’occultamento di un crimine, i suoi lati oscuri, la sua aggressiva incapacità di perdonarsi, l’odio per sé stessa, la sua totale incapacità di capire che nonostante le ambiguità, i rancori, le voragini, è sempre lei la più lucida di tutti, sempre lei a comprare il tappeto sotto cui nascondere i disastri altrui, e perfino nella sua incapacità di trattenere qualcuno accanto a sé, sempre lei a comprendere, con un intuito che solo anni di dolore possono fornire, che sarebbe distruttiva per chi dovesse avere la sventura, in quel momento, di accompagnarla. La vulgata sostiene che Le regole del delitto perfetto ci abbia aiutati ad amare un personaggio oscuro, ma la verità è che ci ha offerto in pasto un personaggio dalla purezza quasi commovente, nonostante la sua propria incapacità a rendersene conto. Sono altre le cose di cui Annalise ha ottimo sentore; la Cassandra di Christa Wolf dice, cito a memoria, che è facile sapere quando inizia la guerra, ma non la vigilia della guerra: Annalise Keating lo sa. Annalise Keating si ama, o si ama: se la si odia, allora ci si ferma. E questo potrebbe essere l’unico motivo per abbandonare non una serie in sei stagioni, ma una stagione in sei volumi, dalla struttura a orologeria nella sua trama orizzontale e verticale. E questo ci porta al secondo punto.

Punto secondo: alla fine tutto diventa totale.

All’inizio di ogni stagione sappiamo di una morte violenta, ma non dei suoi dettagli. L’immagine parziale crea aspettativa e, ovviamente, pregiudizio. La prima volta restiamo quasi sconvolti: quando ci facciamo largo nella trama la questione inizia a chiarirsi, l’identità della vittima, i presunti assassini, il presunto movente, tutti elementi che raramente si manterranno fermi con la continuazione della stagione. La realtà stessa si smentisce con perfetta credibilità. Il più delle volte siamo stati indotti in errore, anche se ormai avremmo dovuto scoprire in anticipo il trucco. E intanto la trama verticale prosegue: un caso a episodio (siamo pur sempre in un legal), o un intreccio funzionale al tema della puntata; e intanto inesorabile procede la trama orizzontale: quel morto è così vicino, quegli assassini ci riguardano così tanto. Tutto sembra così irreparabile, e siamo appena all’inizio. Invece siamo dei novellini, come lo erano loro a preoccuparsi, loro, i Keating Five, i cinque prescelti dalla professoressa a seguire vie preferenziali del suo corso di giurisprudenza. Loro che già hanno le mani sporche di sangue, direttamente o per sentito dire. Tutto così irreparabile. Invece è solo la prima stagione, e ce ne aspettano altre cinque, con il medesimo canovaccio, la stessa morte in apertura, lo stesso snodo all’episodio sette su quindici, gli stessi coinvolgimenti, le coperture, gli affanni nell’insabbiare, l’FBI che sospetta, che propone accordi, che lascia andare la preda per una mancanza di prove che è solo una partita a scacchi. E ogni stagione, ogni morte, è più compromettente e rischiosa, fino all’incredibile assassinio finale. Mentre nulla può essere veramente compreso, in questo gioco di salti temporali, senza il salto temporale sovrano: il flashback che chiarisce le vite, fin dall’infanzia, dei personaggi, concentrandosi soprattutto su quei pochi mesi (dieci anni prima dalla linea narrativa principale, suppergiù) da cui la trama ha avuto la vera spinta. Senza un ordine, senza una progressione: si torna indietro a ciò di cui la narrazione del presente ha bisogno, cambiando una minima inquadratura a quello che già sapevamo, aggiungendo un tassello a un discorso, mostrando quello che accadeva durante. Le regole del delitto perfetto ha sdoganato il “durante narrativo del passato”: la sua maniera di aggiungere tasselli per far sì che non solo del futuro, ma nemmeno del passato ci si possa fidare. Non si può fermare la visione di una serie così strutturata senza renderla monca di un passato e di un presente, oltre che di una conclusione. Ed è così che alla chiusura, la commovente e terribile chiusura, tutto sembra pacificato, perfetto e compiuto, e in qualche modo totale, come lo sono soltanto le vere opere d’arte.

Punto terzo: sono solo pulcini.

L’FBI usa appoggiare alla lavagna magnetica delle fotografie. Da Annalise Keating, sempre perfetta nelle sue parrucche fino alla rivendicazione afro dell’ultima stagione, parte ogni volta un reticolato che, con l’avanzare degli episodi, tange un’impressionante quantità di legami vivi e morti. Ma nella vita, nella serie, quello che emerge di più importante è la struttura piramidale. Annalise è il vertice, incapace di vedersi nelle sue qualità materne, edotta di tutto senza mania del controllo, vittoriosa in aula e autolesionista in casa sua. Sotto di lei, i fedelissimi, i pretoriani dai rari tentennamenti. C’è Bonnie, avvocato sotto la sua ala protettrice, ragazza come lei vittima di abusi da bambina e dall’incredibile capacità di sgretolare tutto quello che tocca. C’è Frank, bello e maledetto, che per un errore le ha rovinato la vita ma è stato perdonato ed è ora il suo braccio armato. E ancora più sotto ci sono loro, i Keating Five. Sono solo pulcini, studenti in odore di laurea che sono stati scelti per motivi che verranno mano a mano scoperti e che vivono una profonda simbiosi tra di loro, anche nelle peggiori tensioni che li vorrebbero l’uno contro l’altro, e un legame ambivalente con Annalise: fascinazione per la sua intelligenza, la sua carriera, il suo ruolo; vera e propria ripulsa per la sua condotta che pure sono loro a obbligare, spinta forse dall’invidia per quella stessa intelligenza, quella stessa carriera, e il ruolo che desidererebbero anche soltanto per affrancarsi dalla sua grandezza. Con queste premesse potrà finire in molti modi, e da nessun punto possiamo supporre la conclusione dato che a ogni giro di boa la biglia della trama cambia la sua traiettoria. Ma è certo almeno un aspetto del finale: non sappiamo se questi pulcini furbi eppure fragili manterranno la loro fedeltà ad Annalise. Schierarsi dalla sua parte, o tradirla, è condizione necessaria alla costruzione dei personaggi e della trama, forca caudina obbligata. Scegliere o contrastare questo gigante che torreggia suo malgrado nelle loro vite e le intossica è forse il grande tema dell’intera serie. Essere leali, come le api con la regina. O gridare sotto il balcone il nome di Barabba.

© Giovanna Amato

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