Diego Fusaro, “Caro Epicuro. Lettere sui grandi temi della vita e della filosofia” (rec. di T. Di Brango)

Diego Fusaro, Caro Epicuro. Lettere sui grandi temi della vita e della filosofia
Piemme, 2020

Caro Epicuro (Piemme, Milano, 2020) può essere definito un epistolario immaginario. Con esso, infatti, Diego Fusaro mette a disposizione dei lettori oltre ottanta missive indirizzate a un destinatario – il filosofo ellenistico Epicuro menzionato nel titolo del libro – che, giocoforza, non potrà mai riceverle. Ovviamente non si tratta di lettere dedicate ad argomenti “quotidiani”. Al contrario, ciascuna di esse si concentra su uno specifico tema filosofico, il quale viene scandagliato misurandosi con le prospettive messe in campo dai pensatori del passato.
A tenere assieme un libro così eterogeneo, sventando il rischio di un’eccessiva frammentarietà tematica, interviene, in ciascuna missiva, il punto di vista dell’autore, a sua volta portatore di una specifica prospettiva filosofica. L’atipico hegelo-marxismo di Fusaro, infatti, fa sì che ciascun testo di Caro Epicuro sia una ricognizione nei terreni della tradizione filosofica e, al tempo stesso, la formulazione di un giudizio, perlopiù assai critico, sulla presente «notte del mondo» neocapitalistica.
Si tratta di un’operazione che, a tutta prima, potrebbe apparire una bizzarria o, al massimo, un modo come un altro di reinterpretare la pratica dei dialoghi finzionali – si pensi alle interviste immaginarie – molto in voga nella letteratura che, a vario titolo, possiamo definire “postmoderna”. Tuttavia, a ben guardare, lo spirito con cui Fusaro invia lettere al suo Epicuro è ben diverso da quello di un divertissement letterario e ricorda piuttosto – facendo, ovviamente, le dovute proporzioni – quello con cui Francesco Petrarca inserì, nel suo epistolario, varie missive a Cicerone e Virgilio o, ancora, quello che spinse Giacomo Leopardi a progettare la stesura di una lettera a un giovane del Ventesimo secolo.
Caro Epicuro è, infatti, un libro che, pur facendo a meno dei tecnicismi filosofici e della verve polemica che frequentemente caratterizzano la scrittura di Fusaro, manifesta, nel tono meditativo che lo contraddistingue, la presa d’atto di un dramma personale e storico e la contestuale esigenza di una chiarificazione. Non per caso si tratta di un libro che l’autore ha scritto a ridosso dell’esperienza della paternità e che ha deciso di dedicare alla sua neonata bambina, con ciò palesando il fatto che l’esigenza di raccogliere e compendiare in esso le riflessioni svolte nel corso degli anni è il frutto di un avvenimento felicemente spaesante, capace di modificare profondamente le prospettive esistenziali di qualsiasi essere umano. Né andrà sottovalutato il fatto che le missive contenute in Caro Epicuro – dalle quali, come si è detto, emerge un decisa presa di distanza critica di Fusaro dalle mode e dalle ideologie del nostro tempo – sono state scritte nei mesi del lockdown imposto dal governo italiano per via dell’emergenza dovuta al Covid-19, ovvero in uno dei momenti più bui e controversi della storia recente.
Sviluppando le implicazioni presenti in questa esigenza di chiarificazione è possibile constatare che Diego Fusaro ha optato per una simile forma letteraria – quella, già menzionata, dell’epistolario immaginario – per almeno due motivazioni. La prima risiede nel desiderio di misurarsi con se stesso eleggendo a proprio interlocutore ideale Epicuro, ovvero il pensatore che, a suo giudizio, incarna meglio di ogni altro l’ideale di una filosofia intesa come pratica di vita e non come pura riflessione teorica; la seconda consiste nella decisione di lanciare una sorta di “messaggio in bottiglia”, ovvero di spedire missive non al destinatario dichiarato, ma ai molti Epicuro del nostro tempo che, come lui, hanno mantenuto intatto il desiderio di sperimentare la felicità che deriva dalla pratica filosofica.
È la felicità – e non altro -, infatti, a essere in gioco quando si parla di filosofia. Non per nulla, nell’incipit della celebre Lettera a Meneceo, lo stesso Epicuro ebbe a dire che tutti dovrebbero occuparsi della filosofia perché «nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per pensare alla sua felicità».

© Tommaso Di Brango

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